Salvini, la bestia tornerà. Il docente Mauro Calise: “per lui e Conte sarà una campagna elettorale di protesta e slogan”

14 luglio 2022

L’esperto e professore della Federico II di Napoli analizza le scelte strategiche e mediatiche degli esponenti politici: “l’immagine di Draghi lo ha obbligato a una comunicazione off-line, l’ex premier sta radicalizzando la propria posizione per recuperare consenso. In Italia mancano progetti d’avanguardia per i media, già in atto negli Usa”

La Redazione


L’ennesimo ribaltone, in meno di 24 ore. L’annuncio di Giuseppe Conte della non partecipazione del Movimento 5 Stelle al voto di fiducia sul decreto aiuti prima, le dimissioni, respinte, del presidente del Consiglio, Mario Draghi, poi. Più che la scelta del premier, coerente con la linea di guidare un esecutivo di unità nazionale, sorprende il cambio di rotta, in primo luogo nella sfera comunicativa, dell’ex capo del governo.

Ormai lontani i tempi dei toni pacati utilizzati in piena pandemia nelle frequenti apparizioni serali da presidente del Consiglio, Conte, nel discorso all’assemblea dei gruppi parlamentari del suo partito, cambia registro. Tanto nella forma, quanto nella sostanza. Alza la voce, critica Draghi, rivendica i risultati ottenuti a Palazzo Chigi, elenca i punti principali del programma del Movimento. Qualcosa di simile a un comizio elettorale.

Non si tratta però di un caso. “Conte sta radicalizzando la sua posizione e il suo linguaggio per cercare di recuperare parte del consenso degli astenuti”, sottolinea Mauro Calise, professore di scienza politica all’Università Federico II di Napoli ed esperto di comunicazione politica. “È una scelta rischiosa ma obbligata: l’ex premier non nasce con quello stilema, si è affermato come l’avvocato pacato del popolo, che ha raggiunto il massimo appeal a Palazzo Chigi. Il Movimento ha già perso il 5% sul Pd e il voto dei 5 Stelle più moderati se ne andrà con Di Maio. Conte sta cercando di recuperare lo zoccolo duro del suo partito, ma in questa nuova veste incontra personalità più abituate ad aizzare le folle, come Raggi e Di Battista”.


Da Conte a Salvini. Il linguaggio populista e l’utilizzo aggressivo dei social sono ancora strumenti efficaci?

«L’esito delle prossime elezioni passa anche da qui. Da un lato, sembra che l’alone di Draghi si stia estendendo sulla comunicazione politica. Dall’altro, entrando in campagna elettorale, Conte e Salvini stanno mostrando di tornare verso strategie tradizionali. Torneranno gli slogan e un modo di esprimersi molto più social-oriented, con messaggi lapidari e di protesta, favoriti anche dalla situazione economica sfavorevole e dalla recrudescenza della pandemia».


Non sembra essere però una scelta condivisa da tutti: centristi e progressisti hanno un altro modo di comunicare.

«Se si guarda in giro per il mondo, le campagne elettorali si fanno ancora così. C’è troppa poca rete nella struttura organizzativa e simbolica del centro sinistra e l’Italia marca un ritardo storico su questo fronte. Questo ritardo lo ha pagato e continuerà a soffrirlo l’area politica che si pone in difesa dell’argomentazione, ma non è in grado di interloquire con le masse e soprattutto con i giovani».


Il discorso potrebbe riguardare anche Draghi, che ha adottato una comunicazione off-line, senza ricorrere ai social.

«La sua è stata una scelta obbligata. Draghi ha un’altra immagine e, di conseguenza, impiega altri canali. Con il passare del tempo, però, il problema si porrà anche per lui. Non si tratta di creare in poco tempo una batteria di social a sua disposizione, piuttosto di superare la comunicazione laconica e un po’ iperuranica utilizzata finora e che non potrà funzionare nella nuova fase politica che si sta aprendo».


A proposito di risultati alle urne, nelle ultime amministrative i legami interpersonali tra elettori e candidati sono stati fondamentali. Crede si potrà tornare a questo tipo di campagne premoderne, in cui la presenza sul territorio precede quella digitale?

«Al momento i due aspetti viaggiano separati. Il rapporto diretto era centrale per le elezioni regionali e amministrative. Lì si consumava il trionfo dei portaborse. Oggi sta emergendo un nuovo tipo di relazione che definisco dei micro-notabili, cioè interpersonale e di porta a porta anche nelle grandi città. Ma non è così ovunque. Negli Stati Uniti, il sistema elettorale per le legislative è maggioritario e funziona, grazie anche all’apporto del digitale: c’è un rapporto molto forte dei singoli parlamentari con la propria costituency. È un meccanismo virtuoso, che non evita, anzi promuove l’utilizzo dei social. Ne è un esempio Alexandria Ocasio-Cortez, che riesce a ottenere visibilità nazionale pur mantenendo le proprie radici».


Tanto in Italia, quanto negli Stati Uniti, il digitale e gli sviluppi recenti hanno impattato anche sul mondo della comunicazione e dei media. Verso quale direzione si sta andando?

«Viviamo un periodo di profonda trasformazione, soprattutto per via dell’effetto web che sta trasformando i formati dell’informazione e i pubblici. In questo ecosistema mutevole, la comunicazione politica, in Italia come altrove, fa ancora fatica a posizionarsi. Negli Stati Uniti sono però in corso delle esperienze d’avanguardia dal punto di vista mediatico».


Cioè?

«In primo luogo, si assiste a un diffuso cambiamento degli assetti proprietari nei media, qualcosa che in Italia non è ancora avvenuto. Gli abbonamenti ai giornali americani costano molto meno di quelli italiani e i progetti di informazione bottom-up nel nostro Paese stanno iniziando a farsi strada solo ora. È la testimonianza del fatto che ancora facciamo fatica a comprendere la forza del web come fattore trainante. Anche per delineare un nuovo tipo di organizzazione della comunicazione politica».