Editoriale 97

La comunicazione sui media
05 - 11 settembre

14 settembre 2022

La Cina censura anche i diritti delle donne. Narrazioni fuorvianti sulla crisi energetica. Truss tra media e potere. Pericolo mediatico in India. Media Freedom Act? Il fallimento social di Trump. Tik Tok, odi et amo tra le big tech. Strascichi (mediatici) di Covid.

La Redazione


La Cina censura anche i diritti delle donne


Il Partito Comunista Cinese ha a lungo promosso l'uguaglianza di genere come principio fondamentale, ma quando i casi di abuso hanno iniziato a fare notizia, Pechino ha cercato di reprimere il dissenso e di controllare la narrazione. Quando una donna di spicco del movimento cinese #MeToo ha affrontato in tribunale un uomo potente, è stato l'accusato, non l'accusatrice, a essere additato come vittima. Quando diverse donne sono state selvaggiamente picchiate da uomini dopo aver resistito ad avances indesiderate in un ristorante, l'attenzione della storia si è spostata dalla violenza di genere alla violenza di gruppo. E quando una madre è stata trovata incatenata al muro di una baracca senza porte, è stata la sua salute mentale - e non la sua prigionia - a far parlare di sé. Come riporta il New York Times, ogni episodio è diventato virale online in Cina, suscitando inizialmente un'ondata di indignazione per la violenza contro le donne. Ma le conversazioni sono state rapidamente censurate per minimizzare i modi in cui le donne erano state abusate. Temendo disordini sociali, il partito ha usato i censori dei social media per soffocare le critiche e amplificare i commenti che sostengono la narrazione dell'armonia sociale preferita dal governo. King-wa Fu, professore del Centro di giornalismo e studi sui media dell'Università di Hong Kong, ha dichiarato che quando una storia diventa popolare online, il dipartimento di propaganda del partito invia ai manager delle grandi aziende di social media delle linee guida su come gestire l'argomento. I censori rimuovono quindi i commenti popolari o gli account che esprimono opinioni troppo distanti dalla linea del partito. Il tema dei diritti delle donne è diventato sempre più delicato in Cina, mentre il massimo leader del Paese, Xi Jinping, incoraggia un maggior numero di donne ad abbracciare i ruoli di genere tradizionali e ad avere più figli per contribuire ad affrontare l'incombente crisi demografica. Le donne che si oppongono o mettono in discussione l'autorità del partito, citando la disuguaglianza di genere, sono viste come delle disturbatrici. Se da un lato l'opinione pubblica cinese è al giorno d’oggi più consapevole dell'aspetto di genere dei casi di violenza, dall'altro lato le idee misogine si rafforzano e aumentano, attraverso le attività di censura e propaganda “tradizionalista” del governo.



Narrazioni fuorvianti sulla crisi energetica


La crisi energetica globale sta danneggiando famiglie, imprese e intere economie in tutto il mondo; allo stesso tempo si stanno diffondendo voci su una presunta vittoria della Russia in ambito energetico o su una probabile interruzione della ricerca nell’ambito dell’energia pulita. Tutti questi miti sono falsi e pericolosi secondo Financial Times, che sostiene che esistano tre narrazioni profondamente sbagliate. La prima è che Mosca sta vincendo la battaglia energetica. Falso: la Russia è sì un enorme fornitore di energia e gli aumenti dei prezzi del petrolio e del gas innescati dall'invasione dell'Ucraina hanno portato per ora a un aumento del suo reddito energetico, ma il suo guadagno di entrate a breve termine è più che compensato dalla perdita di fiducia e di mercato che dovrà affrontare per molti anni a venire. Inoltre, l'assenza di aziende, tecnologie e fornitori di servizi occidentali a seguito delle sanzioni presenta rischi sostanziali per la capacità del Paese di sfruttare le sue risorse petrolifere. La seconda teoria è che l'odierna crisi energetica globale è una crisi dell’energia pulita. Falso: più energia a basse emissioni di carbonio avrebbe contribuito ad alleviare questa crisi e una transizione più rapida dai combustibili fossili all'energia pulita rappresenta il modo migliore per uscirne. Dunque, quando le persone incolpano in modo fuorviante l'energia pulita e le politiche climatiche stanno in realtà ignorando i veri colpevoli: la crisi della fornitura di gas e la Russia. La terza idea errata è che questa situazione rappresenti un'enorme battuta d'arresto che impedirà ai paesi di affrontare il cambiamento climatico. Falso: questa crisi è sicuramente un chiaro promemoria dell'insostenibilità dell'attuale sistema energetico, dominato dai combustibili fossili, ma molti stati stanno già intervenendo a riguardo (l'Unione europea, gli USA, il Giappone, l'India e la Cina stanno investendo in tecnologie per energie rinnovabili). L’attuale crisi energetica sicuramente pone importanti sfide da affrontare, ma non bisogna cadere nella trappola di narrazioni fuorvianti credendo che la Russia stia vincendo o che tutte le risorse impiegate per risolvere il problema climatico siano destinate al fallimento.



Truss tra media e potere


Il 6 settembre è iniziato il mandato di Liz Truss a Downing Street, dando così inizio contemporaneamente ad una nuova era per i media britannici. A sostenerlo è Columbia Journalism Review, dove il giornalista Jon Allsop analizza questa prospettiva, tra note di colore, dichiarazioni e atteggiamenti manifestati durante la sua campagna. La premier succede a Boris Johnson, che ha lavorato come giornalista, mondo di cui (secondo alcuni) ha avvelenato i pozzi (vedi Editoriale 96 e 91) manifestando sempre una certa ambivalenza verso i media attraverso il suo atteggiamento: ha definito GB News, canale televisivo e radiofonico orientato a destra, più credibile della BBC - una sorte comune anche a un’altra emittente dall’altra parte dell’oceano, che ora si sta muovendo per cercare di smontare questo pregiudizio (vedi Editoriale 96) - della quale però riconosce, per quanto riguarda BBC World News, una fonte di soft power britannico. Durante la corsa elettorale aveva attaccato i media accusandoli di avere riportato in maniera erronea alcune sue posizioni e avere sabotato la carriera del suo predecessore, salvo poi scusarsi, a margine di un evento pubblico e a microfono aperto, per l’atteggiamento tenuto nei confronti degli organi di informazione. Degne di osservazione anche le posizioni in merito alla privatizzazione del settore: ci si aspetta che nel mandato del nuovo primo ministro sia rivisto il finanziamento della BBC e si discuta della privatizzazione del Canale 4. Certamente il nuovo primo ministro Truss rappresenta un soggetto mediatico molto diverso e ancora lontano da Johnson. Quest’ultimo, avendo esercitato la professione, sapeva infatti come affascinare e dialogare con i suoi “ex colleghi” e nel suo discorso di addio ha abilmente lasciato la possibilità di un suo ritorno, alimentando ulteriori speculazioni mediatiche sulle reali sue intenzioni. Poco più di ipotesi fantasiose, per ora, ma i commenti di Truss sui media evidenziano il potere di cui godono questi ultimi.



Pericolo mediatico in India


Nel 2007 Prannoy Roy, cofondatore del gruppo mediatico New Delhi Television, mise all’angolo l'allora primo ministro del Gujarat, Narendra Modi, chiedendo lumi in merito ai disordini che cinque anni prima avevano causato la morte di quasi duemila persone. Questo episodio ha creato i presupposti per un futuro rapporto conflittuale tra i due, con Modi che nel 2014 è stato però eletto primo ministro dell'India. Ora, a distanza di otto anni, è il magnate dei media a essere in una posizione di difficoltà dal momento che Gautam Adani, un miliardario vicino a Modi, vorrebbe subentrare a Roy e controllare i canali dell’emittente, cosa che, come riporta il Financial Times, avrebbe profonde implicazioni. Difatti un altro magnate, Mukesh Ambani, presidente di Reliance Industries e secondo uomo più ricco dell'India, controlla già il vasto gruppo mediatico Network18 e sta costruendo un nuovo servizio di streaming in collaborazione con James Murdoch.  In tutto ciò i dubbi di una stretta alleanza tra Adani e il primo ministro sono parecchi, ma lo stesso magnate ha negato qualsiasi relazione impropria con lo stesso. Per dover di cronaca, comunque, è necessario sottolineare come l’ascesa di Modi abbia seguito pari passo quella di Adani. Sarà un caso? Oppure politica e media sono ancora legati da una stretta e inevitabile relazione di interdipendenza?



Media Freedom Act?


Secondo un disegno di legge dell'Unione Europea riportato da Politico, il Media Freedom Act dovrebbe mirare a proteggere la libertà del giornalismo nell’Unione Europea. L’intenzione è di difendere giornalisti e media dall'influenza e dallo spionaggio degli stati, attuati attraverso nomine politiche nei consigli di sorveglianza e finanziamenti occulti attraverso la pubblicità. In base alle nuove regole previste, i media dovranno dichiarare tutti i loro azionisti e questo sarà essenziale per comprendere i possibili conflitti d’interesse e poter giungere a opinioni personali libere da pregiudizi. Il disegno di legge è la risposta della Commissione europea alle crescenti minacce alla libertà dei media in Europa. Oltre all'Ungheria, anche la Polonia ha intensificato gli sforzi per controllare i mezzi di comunicazione e, secondo Reporter senza frontiere, anche altri Paesi europei hanno visto minata la propria libertà di stampa, come la Grecia, e nel mondo, circa l'85% delle persone vive in Paesi in cui la libertà di stampa è stata limitata negli ultimi cinque anni (vedi Editoriale 82). Alcuni governi ed editori si sono già schierati contro questa proposta. Alcune associazioni nazionali degli editori in Europa, tra cui la Fieg, definiscono il progetto una “minaccia per la libertà di stampa”. L’accusa alla Commissione europea è di rivelare piani che di fatto prevalgono sul principio della libertà editoriale degli editori, elemento essenziale della libertà di stampa, così come la libertà di investire e di creare un proprio business.



Il fallimento social di Trump


Secondo alcune notizie provenienti dalla stampa economico-finanziaria americana, Truth Social - la scommessa di Donald Trump - si sta rivelando un gigantesco flop e starebbe rischiando la bancarotta. Secondo Politico, infatti, il social trumpiano ha perso 6,5 milioni di dollari nel primo anno e sembra incapace di sostenere le spese. Ma, ancora peggio, i piani di fusione che gli avrebbero dato una quotazione in borsa e i 1,3 miliardi di dollari che sperava di raccogliere si sono arenati. Trump non se la passa bene anche dal punto di vista del seguito, dato che degli 89 milioni di followers che aveva su Twitter solo 3,9 sono sbarcati anche su Truth Social, concretizzando uno dei maggiori flop sui social della storia. I motivi possono essere svariati: su Twitter è sufficiente seguire un profilo per aggiungerlo al proprio feed, mentre scaricare un’app per ricevere gli aggiornamenti di una sola persona può risultare monotono, soprattutto se non ci sono molti altri utenti ai quali l’utente è interessato. In più il Trump non presidente è diventato noioso, perché la sua opinione non ha più quell’appeal derivante dalla carica istituzionale. Come riportato dal Financial Times, Truth Social non ha confermato o smentito la notizia sulla situazione finanziaria, ma ha dichiarato di avere “una solida base finanziaria” e che “qualsiasi affermazione contraria è una chiacchiera falsa e malignamente diffusa per danneggiare gli investitori di Truth Social”. Eppure, recentemente Trump ha cercato di incoraggiare gli utenti ad acquistare annunci pubblicitari su di essa. Sembra una totale scopiazzatura di Twitter, ma con un budget molto inferiore e senza alcune funzionalità di base. Sicuramente non i risultati attesi da Trump, convinto che l’ondata di protesta derivante dall’attacco a Capitol Hill del 6 gennaio 2020 potesse sostenerlo in questa nuova scommessa.



Tik Tok, odi et amo tra le big tech


Tik Tok: o lo si ama o lo si odia. È quanto emerge dalla ventesima edizione della Code Conference di Beverly Hills dove CEO di compagnie tech, media e altre voci importanti della politica americana ne hanno affrontato i rischi e i pericoli. A raccontarlo il quotidiano online Formiche che riporta come tra le opinioni più frequenti vi sia quella del considerare il social cinese un’arma a favore del Partito Comunista Cinese (PCC), di cui Pechino si serve per influenzare la società occidentale. Se ne fa un problema di sicurezza nazionale, sottolineando come Tik Tok sia in grado di influenzare l’opinione pubblica anche rispetto a temi importanti, quali l’aborto, con contenuti che facilmente aggirano “la moderazione della piattaforma attraverso strategie e linguaggi ampiamente utilizzati” (vedi Editoriale 94). C’è da chiedersi se la sua viralità e il suo essere uno dei social media più utilizzati scemerà col tempo. Fino adesso, tra un rischio e l’altro, di una cosa possiamo essere certi: TikTok è la fonte di notizie e informazione in più rapida crescita come riportato dal Digital News Report del Reuters Institute for the Study of Journalism e, come scrive il The Guardian, “anziché vederlo come una minaccia, i vecchi organi dei media dovrebbero vederlo come un'evoluzione naturale”, cercando di contrastare il prolificare di fake news e disinformazione, cogliendone invece le nuove opportunità di comunicazione.



Strascichi (mediatici) di Covid


Un articolo di Poynter evidenza come il Covid-19, tema che dopo due anni rimane ancora di estrema rilevanza geopolitica, sanitaria e sociale, non goda più della medesima importanza a livello mediatico, poiché avrebbe annoiato il pubblico la cui attenzione sarebbe maggiormente attratta dai recenti fatti globali. Alcune testate, quali il New York Times, continuano a dare rilievo ai numeri di casi giornalieri, ma spesso ci si limita a dare un’informazione molto semplificata per spronare a proseguire con le vaccinazioni, un promemoria costante. Restano tuttavia nient’altro che strascichi della storia più grande del momento, che tuttavia non è più trattata come tale. Come reso ancor più evidente da questi ultimi anni, è il mondo dell’informazione e dei media a darci un’idea e prospettiva del mondo e, in un contesto emergenziale globale, ha trasformato sempre di più una pandemia in un’infodemia (vedi Editoriale 77) di cui forse adesso si sta trovando un vaccino.