Editoriale 96

La comunicazione sui media
29 - 04 settembre

7 settembre 2022

La CNN riapre a destra. Un po' di sano Prebunking. Under pressure, la Turchia tra propaganda e controllo mediatico. Boris Johnson ha avvelenato il giornalismo britannico. Aria di crisi al Washington Post? Fauci e i media. Direttori responsabili. Twitter tra modifiche e ripensamenti. Il giornalismo di Serena.

La Redazione


La CNN riapre a destra


Un terzo delle persone vicine al partito repubblicano in America diffida della CNN come fonte di notizie politiche, problema che si è esacerbato durante l’amministrazione Trump raggiungendo picchi del 60% nel 2019 e si è acuito durante l’ultima travagliata campagna elettorale. È il principale motivo, come spiega un articolo di AP, del progetto di ristrutturazione della propria immagine intrapreso recentemente dall’emittente televisiva. Durante gli anni della presidenza Trump, la CNN aveva infatti indurito le proprie posizioni avverse al partito repubblicano, con toni più aspri che in qualsiasi altro momento storico: una scelta problematica per un’azienda che per più di 40 anni ha cercato di mostrarsi come una fonte imparziale di notizie. Sotto la direzione di Chris Licht, inizia quindi un percorso di rinnovamento nonché ritorno alle origini, per un giornalismo che vuole diventare più consapevole, volto all’informazione e non all’indignazione, senza punti di vista estremizzati. Si prevedono più interviste significative a esponenti repubblicani, riaprendo un dialogo con l’altra ala del paese. Non sono tuttavia mancate le critiche a queste decisioni più moderate nella gestione dell’informazione, e si è espressa preoccupazione per il rischio di normalizzare le bugie di politici più noti per la strumentalizzazione dei fatti e la diffusione di fake news.



Un po' di sano Prebunking


Immunizzare alla disinformazione, dando alle persone gli strumenti per riconoscere i meccanismi delle fake news e non cadere nella trappola della manipolazione. Questa l’idea testata da un team di scienziati delle università di Cambridge e Bristol: come riporta Nieman Lab, gli studiosi hanno ideato e testato una serie di video, caricati in parte anche su YouTube, dove in pochi minuti vengono illustrate le tecniche che permettono alle notizie false di essere ritenute vere (e diffondersi). Questa è la pratica del prebunking, contrapposta al più praticato ma anche più problematico debunking, che ha dimostrato spesso di  essere inefficace per le persone più esposte al rischio di credere alle fake news. Dietro c’è una teoria che richiama il mondo medico, quella dell’inoculazione: come il corpo umano reagisce, riconoscendoli e creando anticorpi contro di loro, agli agenti patogeni contenuti in alcune tipologie di vaccino, così l’esposizione consapevole a piccole dosi di disinformazione aiuta a riconoscerla in un mondo dove si diffonde in nuove forme e relativamente a nuovi argomenti in maniera veloce e capillare. I risultati sono incoraggianti: rispondendo a un questionario dove veniva chiesto di identificare la presenza o meno di tecniche di manipolazione in alcune headline, gli utenti che avevano visto il video hanno avuto risultati migliori del 5-10% rispetto al gruppo di controllo, che si è approcciato al sondaggio senza averli visti. Si intravede, quindi una possibile nuova via per combattere una diffusione della disinformazione ormai endemica.



Under pressure, la Turchia tra propaganda e controllo mediatico


Manipolazione e disinformazione. È questo il ritratto che Reuters disegna degli organi di informazione nazionali turchi. Un mondo, quello dei media turchi, che, secondo un report speciale pubblicato dalla testata, è influenzato dai funzionari vicini al presidente Tayyp Erdogan. A testimoniarlo sono proprio addetti ai lavori ad Ankara, tra cui Faruk Bildirici, ex giornalista del quotidiano Hurriyet che svela come “i media mainstream in Turchia svolgono la funzione di nascondere la verità più che riportare le notizie”. Una situazione strettamente analoga a quanto spesso visto nel clima bellicoso tra Russia e Ucraina e che vede proprio nel Cremlino un esempio di quella sottile (e forse non così tanto) linea di demarcazione tra informazione e disinformazione. Proprio con i media si gioca la partita della credibilità dei Paesi, dimostrando al mondo il valore liberale della parola e dell’opinione (vedi Editoriale 84) e mai come in questi tempi, tra uso dei social e della propaganda, viviamo questa costante dicotomia. Un propagare di fake news che trova terreno fertile nei social media che oggi giocano un ruolo di primo piano nell’amplificazione di messaggi distorti e della disinformazione. Non molto tempo fa circolavano video su Facebook e TikTok volti a screditare i rifugiati ucraini in Moldavia, segnando un altro palcoscenico della guerra (vedi Editoriale 79). Non quello delle città come Odessa e Kiev ma quello dei social, un mondo dove fidarsi è bene ma non fidarsi spesso è ancora meglio.



Boris Johnson ha avvelenato il giornalismo britannico


In occasione delle dimissioni da Primo Ministro di Boris Johnson, l'ex editorialista del Telegraph Tim Walker ha spiegato perché secondo lui l’ex PM abbia “avvelenato il pozzo” del giornalismo. Come riportato da PressGazette, in 30 anni di carriera, Walker ha visto cambiare l'industria dei giornali in modo irreversibile. Il cinismo e l'idealismo sono sempre esistiti, ma Johnson ha più o meno da solo svuotato quest'ultimo. Licenziato dal Times per aver mentito, Johnson è poi approdato al Telegraph, dove ha capito subito che per andare avanti doveva mentire sull'Unione Europea, prima per Lord Conrad Black e poi per David e Frederick Barclay. Walker ha raccontato di aver rivelato in The New European come il Times avesse pubblicato una storia in cui Johnson, in qualità di ministro degli Esteri, cercasse impropriamente di assicurare un lavoro da 100.000 sterline all'anno alla sua amante di allora, Carrie Symonds. L'articolo era uscito nella prima edizione del Times, ma poi misteriosamente rimosso da tutte le edizioni successive. Il sito web del Mail, che l'aveva pubblicato per primo, l'ha poi prontamente tolto. La spiegazione ufficiale fornita dai più alti dirigenti del Times fu che i Johnson avevano minacciato un'azione legale. Di contro, Simon Walters, il giornalista freelance il cui nome è apparso sulla storia originale, ha assicurato a Tim Walker di essere al 100% a favore della storia e che sarebbe stato in grado di sostenerla anche in tribunale. L'unica spiegazione plausibile, dunque, era che il giornale avesse ceduto alle pressioni di Downing Street, mettendo a nudo la collaborazione tra la classe politica e quella giornalistica britanniche. Walker ha proseguito l’analisi del contesto mediatico d’oltremanica mettendo in luce anche la tendenza dei redattori delle maggiori testate a cedere alle pressioni della politica. Una serie di aneddoti, come quando, dopo alcune prime pagine che svelavano la corruzione di Johnson, il direttore del Daily Mail Ted Verity cercò di proteggere Johnson pubblicando editoriali che dicevano ai lettori di “andare avanti” dopo ogni scandalo. Walker si augura che nei prossimi anni ci possa essere una fuga verso il giornalismo di qualità, ma Johnson ha fatto al settore quello che ha fatto alla politica e ora i lettori non hanno più fiducia nei confronti dell’informazione. La fiducia, una volta persa, è difficile da ripristinare.



Aria di crisi al Washington Post?


Dopo anni di redditività, in seguito all’acquisto della testata da parte di Jeff Bezos nel 2013, sembra che il Washington Post si avvii a registrare una perdita nel 2022, a causa della stagnazione degli abbonamenti e delle entrate pubblicitarie digitali. Altri organi di informazione hanno registrato un calo di lettori da quando l'ex presidente Donald J. Trump ha lasciato il suo incarico, ma due dei principali concorrenti del Post - il New York Times e il Wall Street Journal - li hanno, invece, aumentati. Come raccontato dal New York Times, la flessione del Post, specialmente rispetto la resa dei concorrenti, ha scatenato una frustrazione interna. Alcuni dirigenti di alto livello sono preoccupati che Fred Ryan, scelto da Bezos come massimo dirigente della testata, non si sia impegnato per ampliare la copertura e la visibilità del giornale. I principali dirigenti della testata, tra cui la direttrice Sally Buzbee, hanno invitato però alla pazienza, sostenendo che gli sforzi dell'azienda per ampliare la copertura, risalenti al 2016, attireranno alla fine nuovi lettori e porteranno al successo finanziario. Buzbee ha dichiarato che la redazione è in procinto di crescere e sono previste alcune iniziative, tra cui “5 by 25”, che ha come obiettivo di raggiungere cinque milioni di abbonati digitali entro il 2025, e una partnership con Imagine Entertainment, lo studio di Hollywood. In questa situazione incerta, Ryan ha dato segnali contrastanti: alla fine dell'anno scorso ha detto ai dirigenti che il Post poteva essere la fonte ufficiale di notizie per il mondo anglofono ma, in una successiva riunione, ha voluto abbassare le ambizioni e aspettative individuando come obiettivo primario quello di far si che il Post sia una delle fonti essenziali di notizie. Il mondo del giornalismo è ormai da anni soggetto a grandi e costanti cambiamenti che a volte ne minano l’esistenza, sta però alle persone che compongono i giornali saper leggere la realtà diventando, dove possibile, flessibili e dinamici.



Fauci e i media


La decisione di Anthony Fauci di dimettersi dal ruolo di consigliere medico della Casa Bianca e dalla direzione del Niaid a dicembre segna la fine di un'era. La sua immagine pubblica è stata spesso associata, in modo non sempre positivo, all’intervento medico contro due delle più difficili malattie infettive: l’AIDS e il Covid-19. Come ricorda Grid, l'inizio del suo incarico alla guida dell'Istituto nazionale per le allergie e le malattie infettive è coinciso con l'inizio della pandemia di HIV. All'epoca, molti attivisti della comunità LGBTQ+ lo accusavano di trarre profitto da risposte farmaceutiche inadeguate al virus mentre centinaia di migliaia di persone morivano. Fauci è però diventato il volto della risposta del governo all'AIDS poiché è apparso regolarmente in televisione e sui giornali, esponendo informazioni note e sconosciute sul virus e sui trattamenti emergenti. Fauci ha ascoltato le proteste degli attivisti, diventandone il portavoce. Lo scienziato alla fine ha conquistato anche i suoi più accaniti critici dell'era dell'HIV. È invece più difficile immaginare oggi un atteggiamento simile da parte dei negazionisti del Covid-19, o da politici e gruppi anti-vaccino o aderenti a QAnon. Questo importante cambiamento riflette la forte presa del pensiero anti-scienza e cospirativo negli Stati Uniti. In tale contesto Fauci, diventato il volto della risposta dello Stato al coronavirus, ha ricevuto aspre critiche pubbliche. A 81 anni vive con la scorta privata, politici, manifestanti e personaggi dei media di destra lo hanno accusato di corruzione, hanno chiesto il suo arresto e lo hanno paragonato a un dittatore fascista. Ciò può essere spiegato solo se si riflette su come la destra ha sfruttato negli ultimi anni la disinformazione sul Covid e su come ha trasformato Fauci in un “comodo capro espiatorio”. Le sue dimissioni non cambieranno questo clima di scetticismo nei confronti della scienza, tuttavia è necessario formare una nuova generazione di scienziati e di comunicatori scientifici, in grado di connettersi con comunità sempre diverse e capaci di comunicare correttamente con i diversi mezzi che abbiamo a disposizione.



Direttori responsabili


Può accadere di leggere un articolo e, per il tema trattato o per lo story angle scelto, chiedersi il motivo della sua pubblicazione. Se di primo acchito è naturale pensare che la responsabilità sia del giornalista che l’ha firmato, in realtà, in molti casi, la “colpa”, secondo quanto sostiene Dan Froomkin in un articolo di Press Watch, è soprattutto dei direttori. Questi hanno assegnato l’articolo, lo hanno esaminato e magari rimandato indietro per le opportune modifiche, sono loro a scrivere i titoli, a non correggere gli errori e, troppo spesso, a pubblicare contenuti di bassa qualità o fake news. Ogni redazione ha una linea editoriale, una cultura e una policy stabilite dai dirigenti e dai proprietari di alto livello, i cui nomi sono pubblici, ma sono i direttori responsabili a tradurre questa identità teorica in azioni pratiche. Sono molte, quindi, le domande che dovremmo farci di fronte a qualsiasi testo ci capiti davanti agli occhi: non solo chi l'ha scritto, ma anche chi l'ha assegnato, chi ha deciso che era giusto pubblicarlo in questo modo, chi ha scritto quel titolo e chi ha deciso che meritava tale spazio. Newsguard si è attivata in questo senso inserendo un semaforo rosso alle notizie sospette (vedi Editoriale 93) ma tra le organizzazioni giornalistiche, la Reuters è praticamente l’unica a indicare autori, reporter e direttori di ogni articolo in fondo allo stesso, fa parte dei suoi “principi di fiducia”. Il dilagare delle notizie false e delle “mezze verità” che circolano in rete richiede un’esortazione alle testate e ai media a fare altrettanto perchè la trasparenza è base imprescindibile della fiducia.



Twitter tra modifiche e ripensamenti


Dopo circa 15 anni e le tante richieste da parte dei milioni di utenti in tutto il mondo, Twitter ha deciso di voler introdurre il tasto di modifica per i tweet. La notizia ha certamente raccolto un grande entusiasmo tra gli utenti; addirittura lo stesso Elon Musk, come indicato nell’articolo di Poynter, aveva annunciato che voleva introdurre, nel caso di un suo ingresso in Twitter, un pulsante di modifica. Questo iniziale entusiasmo è stato però accompagnato anche da dubbi e incertezze per quanto riguarda il tema della disinformazione. Come riportato nell’articolo di Grid, alcuni giornalisti ed esperti di social media e disinformazione hanno infatti espresso la propria preoccupazione per l’eventuale uso improprio della funzione di “modifica” del tweet: il grande rischio potrebbe infatti essere quello di dare visibilità a contenuti falsi o estremisti modificandoli a posteriori e sfruttando quindi la visibilità ottenuta fino a quel momento dal post. Consapevole del fatto che ogni nuova modifica sui social può comportare nuove opportunità ma anche nuovi rischi, Twitter ha deciso di integrare a questa novità anche relative protezioni e precauzioni che possano arginare e contrastare in questo modo l’eventuale incremento del rischio di disinformazione. La gran parte degli utenti di twitter però modificherebbe un post più per errori di battitura che non per strategie di disinformazione o mistificazione. Ma avere a disposizione la possibilità di modificare un post di twitter, dove la comunicazione è veloce e i dibattiti sono frequenti, potrebbe generare più superficialità e disattenzione nella scrittura di un tweet?



Il giornalismo di Serena


Serena Williams ha costretto i giornalisti sportivi a trattare il tennis come qualcosa di più di un gioco. Difatti, come riporta NiemanLab, per i cronisti la Williams ha rappresentato una sfida particolare visto anche il suo impegno nell'attivismo e la sua volontà di mettere a nudo le sue sfide personali, in quanto donna di colore in uno sport storicamente bianco e patriarcale. Questo ha portato i giornalisti a rivalutare nel tempo le norme professionali che li esortavano a concentrarsi solo su ciò che accadeva tra le righe del campo.Non a caso, i primi servizi sulla giocatrice - risalenti al 1995, quando divenne professionista all’età di soli quattordici anni - non parlavano del razzismo di genere che una ragazza nera proveniente da un quartiere popolare della California avrebbe potuto affrontare nel circuito professionistico. Difatti, il contesto relativo all’ingresso della Williams nel tennis professionistico è stato spesso ignorato. I servizi si sono concentrati prettamente sugli sforzi del padre per allenare le figlie, sul passaggio del testimone da Venus a Serena e sullo stile di gioco delle sorelle. Inoltre, in questi servizi si è insinuato il sospetto che Serena Williams non rientrasse nella definizione di tennis rispettabile, poiché i giornalisti hanno commentato le sue scelte di moda o si sono chiesti se il suo stile di gioco stesse danneggiando il gioco femminile.