Editoriale 95

La comunicazione sui media
01 - 07 agosto

9 agosto 2022

Giocare a scacchi con Putin. Da destra a sinistra o viceversa: uno studio sulla TV in America. Ai politici non piacciono i balletti. Le interferenze del Public information officer. Personaggio in cerca di fake news.

La Redazione


Giocare a scacchi con Putin


Se, come ha riportato, tra gli altri, Il Foglio, per capire Putin bisogna leggere i grandi scrittori russi, nel cinema sovietico dell’ultima ora prima del crollo dell’URSS si possono trovare premonizioni del putinismo. Su Politico Mark Lawrence Schrad, docente di Scienze politiche e direttore degli Russian Area Studies all’Università di Villanova analizza “Gorod Zero” (in inglese “City Zero”), pellicola surrealista del 1989. Sul grande schermo tra segretarie che si presentano nude al lavoro, torte fatte a immagine e somiglianza della testa di un personaggio e viaggi in taxi che si concludono non alla prima stazione ma in un museo propagandistico in mezzo alle foreste, emergono alcuni pilastri di un pensiero. Si tratta dei principi fondanti del Russkii Mir (mondo russo), il nazionalismo ufficiale che ancora oggi viene richiamato per giustificare le politiche del Cremlino: lo sciovinismo nazionalista russo, in opposizione alla “decadenza” occidentale, lo statismo illiberale e il controllo dello Stato sull’informazione e sulla storia, che vengono manipolate. All’epoca l’attuale presidente della Federazione Russa era un giovane e anonimo agente del KGB di stanza a Dresda, nella Repubblica Democratica Tedesca. Trentatré anni dopo, lo stesso uomo afferma pubblicamente che i valori liberali sono obsoleti e l’immagine di un Occidente debole e alla deriva è ricorrente nei suoi discorsi, che viaggiano su un sistema mediatico monitorato e presidiato dal Cremlino (vedi Editoriale 84). Tra libri e film, la discesa nei meandri della mentalità russa può essere tanto affascinante quanto inquietante per un occidentale. Tuttavia, come insegna la disciplina degli scacchi – rappresentativa, guarda caso, del mondo russo – per sconfiggere l’avversario è necessario capire i ragionamenti dietro le sue mosse. Solo così è possibile dare scacco matto a Putin, come suggeriva sul Jerusalem Post nei primi giorni dell’invasione dell’Ucraina Garry Kasparov, Grande Maestro di scacchi e tra i più strenui oppositori dello Zar.



Da destra a sinistra o viceversa: uno studio sulla TV in America


In un Paese polarizzato come quello americano non è un caso che i mezzi di informazione televisivi supportino o l’uno o l’altro schieramento politico a seconda dell’impronta del governo e del presidente eletto. Da un recente studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences è emerso come nel periodo tra il 2010 e il 2021 le emittenti CNN, MSNBC e Fox News si siano generalmente spostate a destra negli ultimi sei anni della presidenza Obama e tutte (inclusa Fox News) si siano spostate a sinistra durante gli anni di Trump. Niente più divergenze in diretta e/o situazioni di conflitto ideologico, bensì un’accondiscendenza alla linea editoriale dei conduttori della rete, influenzati in un modo o nell’altro dalla politica. In prima serata però cambia tutto. Come riporta The Washington Post, infatti, in questa categoria lo studio ha rilevato una divergenza tra Fox News da un lato e MSNBC e CNN che hanno continuato ad assecondare un’ideologia anti-trumpiana attraverso le loro emittenti, mentre i conduttori di Fox News in prima serata hanno messo da parte la credibilità favorendo la linea del tycoon. Numerose le accuse portate avanti contro l’emittente e, di recente, non a caso, i due dirigenti più anziani sono stati accusati di aver svolto “un ruolo diretto nel partecipare, approvare e controllare” dichiarazioni che alimentavano false percezioni di frode elettorale nelle elezioni presidenziali del 2020 (vedi Editoriale 89). Se, però, il ruolo ambivalente dell’emittente è evidente, è vero anche che la Casa Bianca pur condannandola ne fa uso e lo stesso Biden collabora di tanto in tanto con la rete (vedi Editoriale 78), il cui intento è da sempre quello di polarizzare il dibattito (vedi Editoriale 87).



Ai politici non piacciono i balletti


Le proposte per le prossime elezioni contenute nei programmi elettorali dei partiti riguardano in parte assai maggioritaria le fasce più anziane della popolazione italiana (nonché costituenti il bacino di voti più ampio). Twitter diventa quindi ragionevolmente primario terreno di scontro e propaganda, principale strumento di comunicazione politica. Facebook rimane altresì un social di riferimento. Non manca chi cerca di farsi strada su Instagram. Tuttavia è curioso che nemmeno quei partiti le cui proposte provano a non escludere totalmente i giovanissimi, promettendo il voto ai sedicenni e soldi ai diciottenni, non abbiano alcuna presenza nel social in cui questa categoria è maggiormente attiva: TikTok. Come evidenzia Linkiesta, nessun politico, compresi Letta, Renzi o Calenda, nemmeno i più attivi nel maldestro tentativo di proporsi come influencer, considera TikTok uno strumento utile in campagna elettorale. L’attivismo dei nostri politici sui social è cosa nota ai più, e a molti assai sgradito. Ma certamente stupisce che quello che il social più in ascesa e presto egemone (secondo alcune previsioni) resti totalmente snobbato. Ipotesi: che forse considerino svilente farsi strada nella piattaforma che, per opinione dura a morire, è “quello dei balletti”? O forse i consigli degli esperti di comunicazione restino ignorati dai capi di partito, che optano per una gestione “fai da te” della propria immagine? O forse, come sostiene Alessio De Giorgi, la realizzazione di video appetibili per i fruitori di TikTok richiede maggiore impegno delle più agevoli immagini di Instagram e gli slogan di Twitter? Quale che sia la ragione, forse non giustifica che oggi, a conti fatti, la comunicazione politica digitale si muova proprio in quella piattaforma (Twitter) in cui notoriamente il campanilismo politico e la superficialità comunicativa rendono improbabile spostare l’elettorato di un solo voto.



Le interferenze del Public information officer


Negli USA alcuni controlli preventivi sui giornalisti rischiano di rappresentare un ostacolo alla libera informazione. Come riporta Kathryn Foxhall in un articolo apparso su Columbia journalism review, nel 2012, la Society of Professional Journalists ha intervistato quasi centocinquanta giornalisti chiedendo loro cosa pensassero delle interferenze del Public information officer (PIO). Il 71% si è detto d'accordo sul fatto che i controlli delle agenzie governative rappresentino una forma di censura. E, dato da non sottovalutare, l'85% dei federal reporter si è dichiarato d'accordo sul fatto che “il pubblico non riceva le informazioni di cui ha bisogno a causa delle barriere che le agenzie impongono alle pratiche giornalistiche”. Nel 2019, Frank LoMonte, l’allora direttore del Brechner Center for Freedom of Information e ora consulente legale della CNN, ha pubblicato un'analisi in cui sosteneva che tali politiche restrittive sono incostituzionali, e i tribunali hanno affermato la stessa cosa. Se i media sono quindi condizionati al limite della legalità, aggiunge che, come spiegato nell’Editoriale 90, ogni settimana negli USA chiudono due giornali. Questa penuria di informazione avviene per lo più nelle zone più povere e meno collegate degli Stati Uniti e lascia una larga fetta della popolazione nell’ignoranza su alcuni temi cruciali.  Stampa libera e pluralismo sono presupposti indispensabili per la democrazia, quale sarà dunque l’evoluzione?



Personaggio in cerca di fake news


Alex Jones, conduttore radiofonico statunitense, è diventato famoso in particolare per il suo essere sostenitore di varie teorie complottiste dell’estrema destra americana, guardando con scetticismo a diversi fatti di cronaca e attualità, come ad esempio la pandemia, i vaccini e anche la strage di Sandy Hook. Proprio in merito a questo ultimo tema, il conduttore radiofonico è stato citato in giudizio per diffamazione e recentemente condannato a pagare 45 milioni di dollari in quanto per anni aveva sostenuto la teoria secondo cui la strage nella scuola elementare fosse stata una messinscena per far passare leggi sulla restrizione alla vendita e all’uso delle armi. Ma com’è nato un personaggio tanto singolare come Alex Jones? Secondo The GridJones è stato influenzato dal padre, interessato alle teorie di estrema destra dello scrittore Gary Allen, che lo ha aiutato anche ad ottenere il suo primo lavoro nei media all’interno della stazione radiofonica di Austin. Le sue idee e teorie, a volte stravaganti ed estreme, hanno da subito riscosso molto interesse tra il pubblico, sia da parte di seguaci che da parte di spettatori curiosi, diventando man mano una fonte autorevole tra i teorici della cospirazione di estrema destra che lo seguivano.