Editoriale 94

La comunicazione sui media
25 - 31 luglio

2 agosto 2022

Divide et impera. Giorgia Meloni vincerà le elezioni stando ferma. Lo strano caso della Foresta Nera. Tik Tok sempre più pericoloso. L’America del brand activism. L’inclusività nel linguaggio. Algoritmi e persone.

La Redazione


Divide et impera


St. Petersburg, Florida. Non un titolo a effetto, ma uno dei luoghi della mappa dell’influenza di Aleksandr Viktorovich Ionov, accusato dalle autorità federali statunitensi - come riporta il Washington Post - di avere utilizzato alcuni gruppi politici di Florida, Georgia e California per seminare discordia e diffondere propaganda filorussa. Infatti, appartiene alla città della Florida omonima di uno dei principali centri della Russia il gruppo (non indicato per nome nell’accusa, ma secondo ufficiali che hanno familiarità con il caso sarebbe Uhuru House, legato all’African People’s Socialist Party) che Ionov,  avrebbe pagato per organizzare un tour di protesta in supporto di una “petizione sul crimine di genocidio contro le persone africane negli Stati Uniti”, documento inviato, per volere di Ionov stesso, alle Nazioni Unite. Altri punti sulla sua cartina sono la California, dove è accusato di avere diretto e controllato un gruppo per la secessione dagli States, e Atlanta, luogo a cui è legato un altro gruppo ai cui membri avrebbe pagato un viaggio fino a San Francisco per protestare sotto al quartier generale di una social media company che aveva messo delle restrizioni ai post pro-invasione dell’Ucraina. Non si tratta della prima volta e dell’unica modalità con la quale il Cremlino e, in generale, personalità dell’establishment russo o orbitanti intorno a esso (Ionov ha lavorato per otto anni con ufficiali russi a questo scopo, ed è presidente e fondatore  dell’Anti-Globalization Movement of Russia) cercano di influenzare la politica statunitense: le elezioni presidenziali del 2020 sono state un obiettivo privilegiato in quest’ottica (vedi Editoriale 8). Il palcoscenico di Ionov è almeno in apparenza meno prestigioso, ma può essere letto in un’ottica di guerra totale e di un divide et impera da applicare a qualsiasi livello.



Giorgia Meloni vincerà le elezioni stando ferma


Sembra che a Giorgia Meloni basterà stare ferma per vincere le elezioni. Come riportato dal Foglio, le campagne di aggressione messe in atto dagli avversari non fanno che evitare una discussione nel merito delle proposte, il vero punto debole della leader di Fratelli d’Italia. Per esempio, Carlo De Benedetti ha affermato al Corriere della Sera che le sue “fonti nel dipartimento di stato”, ovvero il deep state americano, sostengono che la Casa Bianca non vuole la destra al governo, fornendo un assist populista alla Meloni. Aggiunge anche che mai come ora “avevamo vissuto il rischio di uscire dalla nostra collocazione internazionale, neppure nel 1948”, perché dopo l’attentato a Togliatti furono i sovietici a dire al Pci di non fare la rivoluzione. Un paragone azzardato vista l’importanza del voto del 1948 e la minaccia di un partito stalinista finanziato dall’Urss e contrario all’adesione dell’Italia alla Nato e alla Cee. L’impressione è che questa campagna elettorale sarà breve e, a livello temporale, effettivamente sarà così. Ma Formiche riporta le parole di Domenico Giordano, secondo il quale i leader hanno davanti la sfida di affrontare la campagna elettorale allargandolanon allungandola, prendendo spunto dalla visione di Luciano De Crescenzo: “Il tempo è una grandezza bidimensionale, nel senso che può essere vissuto in due direzioni diverse: in lunghezza e in larghezza”. Se i leader proveranno ad allungare la campagna, le prossime settimane saranno caratterizzate da una monotonia di temi elettorali ai quali gli elettori presteranno poca attenzione. Al contrario, se proveranno ad allargarla lasciando spazio alle emozioni autentiche e alle passioni che mobilitano i cittadini, allora la campagna elettorale sarà più lunga di quella degli avversari.



Tra cronaca e propaganda


The Guardian ripercorre la triste storia della Foresta Nera, dove nel 1936 durante un’escursione non ben organizzata cinque studenti inglesi morirono mentre gli altri vennero salvati dagli abitanti di un villaggio tedesco vicino. A ormai ottant'anni di distanza, nonostante ancora le dinamiche di quell’evento non risultino pienamente chiare, è invece evidente l’utilizzo propagandistico che è stato fatto di questa storia. All’indomani della tragedia, infatti, il movimento della Gioventù hitleriana dell’epoca dimostrò  vicinanza al popolo inglese per quanto accaduto, con l’obiettivo di dimostrarsi collaborativo ed empatico per mostrare fratellanza e spirito di collaborazione tra Gran Bretagna e Germania. Le relazioni tra queste due nazioni erano diventate sempre più tese negli anni di ascesa al potere di Hitler e per questo i tedeschi individuarono nella tragedia della Foresta Nera un’opportunità di contenuto politico e comunicativo di grande valore, specialmente per colpire l’emotività e sensibilità dei popoli a prescindere da idee politiche e slogan. Nessuna delle due parti aveva interesse, in un clima politico così delicato, di danneggiare le relazioni amichevoli. In ogni epoca il modo in cui raccontiamo e presentiamo una storia determina la percezione che abbiamo e che gli altri hanno di questa; sebbene oggi con i social e il mondo online si siano trasformate e amplificate le modalità, la propaganda continua a essere uno strumento di potere e controllo. Solo il tempo ci farà scoprire quali altre evoluzioni subirà e quali altre storie “contagerà”.



Tik Tok sempre più pericoloso


Una recente analisi di NewsGuard ha evidenziato come, nonostante le promesse fatte all’indomani della sentenza della Corte Suprema sull’aborto, TikTok continui a far diffondere sulla piattaforma contenuti pericolosi sull'aborto fai-da-te capaci di mettere persone realmente in pericolo. L’indagine di NewsGuard ha rilevato che uno dei motivi per cui TikTok rimane un terreno fertile per contenuti potenzialmente pericolosi sull’aborto fai-da-te è perché gli autori di questi video sono in grado di aggirare facilmente la moderazione della piattaforma attraverso strategie e linguaggi ampiamente utilizzati, come ad esempio l’uso di parole in codice. La disinformazione che circola su TikTok non si limita però solo alla promozione di rimedi per l’aborto naturale potenzialmente pericolosi; infatti, dalla pandemia alla guerra tra Russia e Ucraina, le analisi di NewsGuard dimostrano come gli utenti di TikTok possano facilmente aggirare i sistemi di moderazione della piattaforma, proseguendo così una massiccia diffusione di fake news e teorie complottiste in grado di colpire un pubblico molto sensibile. A settembre 2021 TikTok contava 1 miliardo di utenti mensili attivi, il 60% dei quali appartenenti alla generazione Z. Nonostante i tentativi che da anni mettono in piedi le piattaforme online, più o meno volontariamente, la diffusione di contenuti dannosi, disinformativi e violenti continua e sembra trovare sempre nuove modalità per raggiungere più utenti. Quale sarà il prossimo passo per contrastare realmente questi contenuti? Si arriverà a una pseudo censura oppure questa potrebbe poi essere dannosa per la libertà d’informazione che caratterizza dalla nascita il mondo online?



L’America del brand activism


Le aziende si trovano a vivere una sfida che le pone sul filo del rasoio: da una parte la ricerca del profitto, dall’altra la reputazione che si basa su un’appartenenza a dei valori condivisi dalla società e dalle masse. Sempre più spesso in America si ritrae un quadro dove i dirigenti d’azienda non possono tirarsi indietro dall’una o dall’altra causa sociale (esempio la questione dell’aborto). Un brand activism forzato che da qualunque lato lo si guardi, qualunque sia la scelta dell’azienda, diventa rischioso per le compagnie che, soprattutto in America, finanziano la politica in un circolo vizioso dove la guerra culturale tra i partiti influenza anche il business, come racconta il Financial Times. Una soluzione arriva proprio dai leader aziendali, chiamati a rivedere le priorità e avere un approccio olistico rispetto alla realtà sociale e culturale circostante, nonché al denaro usato per finanziare l’una o l’altra forza politica. Pensare più a ciò che è giusto invece di snaturarsi negativamente pur di compiacere le forze politiche può essere un’alternativa, anche se proprio l’America sta affrontando una crisi di fiducia intorno a uno dei valori fondamentali della Nazione quale la libertà di parola (vedi Editoriale 75). I social in questo possono essere un’arma vincente, vista la possibilità per le aziende di arrivare capillarmente ai propri clienti e stakeholder manifestando le proprie ideologie che devono tenere più che mai conto del rischio di “assiepamento” (milling), ovvero il rischio per l’individuo (e anche per l’azienda) di perdere la responsabilità individuale perché ha l’impressione che la massa assuma un comportamento universale (vedi Editoriale 74).



L’inclusività nel linguaggio


L’inclusività passa anche attraverso il linguaggio. Lo sa bene chi si occupa di attivismo e di linguistica e si batte per l’utilizzo di sostantivi più “neutri”. Come spiega NiemanLab, se i media e i giornalisti sono in generale più restii a questi cambiamenti un segnale importante arriva dal Messico dove la rivista Chilango ha cambiato logo in occasione dell’edizione di marzo 2022, mese della Giornata internazionale della donna. “Chilango” è un termine usato per riferirsi alle persone della capitale e come sostantivo maschile può significare sia uomini, sia persone di qualsiasi genere di Città del Messico. Gina Jaramillo, direttrice editoriale della rivista, ha affermato l’urgenza di una rappresentazione di tutte le identità di genere adottando un linguaggio inclusivo e non binario e da qui è nato “Chilango para todes” come modo per riconoscere e onorare le donne della città ed esplorare questioni relative al femminismo e alla disuguaglianza di genere in tutti i settori. I ruoli apicali nelle gerarchie sociali e lavorative sono ancora in maggior parte prerogativa degli uomini e anche quando esiste una professione compiuta da una donna si fatica a declinare quel sostantivo al femminile (vedi la difficoltà di usare “avvocata” o “presidentessa”). Ciò che sfugge ai media è che usare la giusta terminologia non è solo una minuzia, una questione di estetica, ma significa anche riconoscere l’esistenza e la validità della professionalità femminile e di tutte quelle persone che non si identificano in un genere prestabilito e che non per questo hanno minor competenza (vedi Editoriale 87).



Algoritmi e persone


Gli algoritmi ripropongono sempre i medesimi contenuti. Lo sostiene il New Work Times, facendo un parallelismo tra la moda e la musica. Come sostiene Amanda Mull in un recente saggio per The Atlantic, “molti dei capi di abbigliamento che finiscono nei negozi hanno un aspetto sempre uguale”: la spiegazione, suggerisce l'autrice, è che la moda è sempre più separata dalle “idee e dagli istinti creativi degli individui” e diretta invece da una combinazione di modelli di produzione più economici e sistemi di previsione che eliminano “le congetture sulle tendenze”. La produzione sforna mode; l'algoritmo raddoppia su ciò che si vende più velocemente. Prevedibilmente, “quando un numero sufficiente di marchi e rivenditori inizia a utilizzare queste tattiche di inventario e questi metodi di previsione delle tendenze, i risultati si omogeneizzano nel tempo” (vedi Editoriale 92). Tutto è popolare, ma niente è quello che non sapevate di volere. Questa ripetizione algoritmica non è solo una tendenza della moda, ma è lo spirito prevalente in diversi ambiti culturali. Ciò che Mull osserva sui vestiti, il critico Ted Gioia lo ha analizzato nella musica dove l'era di Spotify offre ciò che è già testato e popolare, mentre le opportunità per i nuovi artisti diminuiscono. Invece di entrare in un processo di scoperta, il navigatore di musica online viene costantemente riportato indietro. Le persone possono scegliere di essere governate o meno dal pensiero algoritmico?