Editoriale 93

La comunicazione sui media
18 - 24 luglio

26 luglio 2022

La rivoluzione dello storytelling democratico. Murdoch molla Trump per DeSantis. Un semaforo rosso alle fake news. Come diventare primo ministro in UK. Il Cremlino in Sudafrica. Crepe nel Cremlino. Il potere della parola.

La Redazione


La rivoluzione dello storytelling democratico


Si è concluso il ciclo di udienze pubbliche trasmesse in tv sull’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. La Commissione d’Inchiesta aveva incaricato James Goldston, ex presidente della ABC News, di presentare al grande pubblico la causa in corso (vedi Editoriale 87). Questa decisione era stata fortemente criticata non solo dai repubblicani, ma anche da giornalisti convinti che questo processo non avrebbe avuto nulla di obiettivo e non avrebbe aiutato a comprendere il reale svolgimento dei fatti. Tuttavia, come riporta il Columbia Journalism Review, l’esperimento si è rivelato un vero e proprio successo e molte testate si sono dovute ricredere sul lavoro svolto dalla Commissione. Si è trattata di una vera e propria produzione televisiva che fa riflettere sulle modalità di narrazione del processo. Si potrebbe valutare l’insieme delle udienze televisive come una mini-serie tv. Da questo punto di vista, ogni singola audizione - “episodio” ha offerto un contesto sufficiente affinché lo spettatore fosse in grado di capirlo e la Commissione è stata capace di mantenere l'attenzione e costruire un arco narrativo attraverso le sue sessioni separate. Inoltre, la narrazione utilizzata ha aumentato la suspense tra ogni singola udienza, grazie alla presenza di alcuni dei suoi membri nei principali notiziari tv e anche grazie alle anticipazioni per stimolare un dibattito mediatico, e la giuria ha saputo fare un uso convincente di personaggi ricorrenti, come i testimoni chiave del processo. Lo storytelling televisivo è un potente mezzo di coinvolgimento, non solo di distrazione, e questo è ciò che ha tentato di fare il comitato nelle ultime settimane: raccontare una storia. Un’altra doverosa considerazione riguarda il mezzo, ovvero la tv, che ha riconfermato il suo potente ruolo sociale e politico, nonostante molti critici la considerassero ormai finita dopo l’avvento dei social network e delle piattaforme streaming. Alla luce di queste riflessioni, si potrebbe ripensare a un nuovo modo per presentare al pubblico questioni di interesse comune. Tuttavia, questa tipologia di racconto e coinvolgimento potrebbe però essere utilizzata da futuri comitati anche per tornaconto personale e non per il bene comune e la diffusione della verità. La tv, in definitiva, è un mezzo e spetta agli autori e giornalisti diffondere il messaggio o rifiutarsi di mandarlo in onda senza un giusto contesto. Tralasciando questi possibili scenari, la Commissione d’Inchiesta ha comunque già in parte vinto, riuscendo a trasmettere la verità in modo innovativo e convincente.



Murdoch molla Trump per DeSantis


L’impero mediatico di Rupert Murdoch, che ha difeso Trump negli ultimi sei anni, si è scagliato improvvisamente contro l'ex presidente in modo feroce. Sarà perché un politico in declino è di scarso valore per il magnate dei media? Un articolo di Politico mette in evidenza che Murdoch è solito porre fine alle collaborazioni che non gli sono più utili, specialmente in termini di visibilità, e con la sua uscita di scena un personaggio come Trump è diventato sacrificabile. Murdoch sembra infatti sostenere adesso il governatore repubblicano della Florida Ron DeSantis, che Fox News ha ricoperto di attenzioni positive negli ultimi mesi. Il connubio Murdoch-Trump si sta avviando da tempo verso la scissione (vedi Editoriale 16). All'inizio di giugno, il New York Post ha scosso la gabbia di Trump con un editoriale che lo definiva “prigioniero del suo stesso ego” e gli intimava di rinunciare alle elezioni del 2020. Nelle ultime settimane Fox News si è leggermente schierata contro la linea di Trump, che si è anche lamentato della nuova posizione della rete. Murdoch ha segnalato la spaccatura lo scorso novembre, quando ha dato a Trump l'addio durante l'assemblea annuale degli azionisti della sua società, di cui il Wall Street Journal ha riportato un estratto. Murdoch ha dichiarato: “È fondamentale che i conservatori svolgano un ruolo attivo e incisivo in questo dibattito, ma ciò non accadrà se il Presidente Trump rimarrà concentrato sul passato. Il passato è passato, e il Paese è ora in una gara per definire il futuro”. I due maestri della demagogia hanno avuto le loro divergenze nel corso degli anni. Questi insulti non hanno impedito a Trump di usare Murdoch o a Murdoch di usare Trump. Come una coppia di potenti gangster che litigano su come dividere il bottino, Murdoch e Trump si riconcilieranno solo se decideranno che è nel loro reciproco interesse “combattere la stessa battaglia” per benefici personali.



Un semaforo rosso alle fake news


Come riportato da PressGazette, Newsguard si prefigge di combattere le fake news sul web assegnando un punteggio alle notizie in base alla veridicità riscontrata: icona verde nel caso di un punteggio uguale o superiore a  60/100, altrimenti, rossa. Secondo tale programma, Fox News e MSNBC “non aderiscono agli standard giornalistici di base”, pertanto, il loro punteggio di credibilità è stato declassato a “rosso”. Giovedì scorso l'organo di controllo dei media ha aggiornato il suo punteggio per MSNBC, affermando che, come Fox News, “non raccoglie e presenta le informazioni in modo responsabile”. Il nuovo punteggio della MSNBC è ora di cinque punti inferiore a quello della conservatrice Fox News. I criteri della sanzione, per Newsguard, sono il mancato rispetto dei suoi standard per la pubblicazione delle correzioni e la divulgazione della sua posizione politica liberale già da tempo, ancor prima della recente sanzione. In una dichiarazione pubblicata sul suo sito web, il co-direttore generale di Newsguard, Steve Brill, ha affermato che “con le affermazioni false e spesso non corrette dei media, il risultato è che i lettori online devono essere più cauti nel credere alle affermazioni di questi siti”. In America è sempre più viva la discussione sulla lotta alle fake news e alcuni Stati si sono da poco fatti promotori di vere e proprie campagne educative e pubblicitarie per sensibilizzare sul tema. “La disinformazione […] la consideriamo una minaccia critica al processo democratico” ha dichiarato Scott Bates, vicesegretario di Stato del Connecticut (vedi Editoriale 86).



Come diventare primo ministro in UK


Il primo ministro britannico Boris Johnson ha consegnato di recente le sue dimissioni, dando così il via a una gara per la leadership tra i conservatori. Gli aspiranti premier devono fare appello, contemporaneamente, a diverse comunità chiave: i colleghi parlamentari, i membri conservatori di destra, l'opinione pubblica del Regno Unito, con le elezioni generali previste entro due anni, e la stampa britannica, con molti organi di stampa che scelgono “un cavallo in corsa” e attaccano aggressivamente gli altri candidati. Lo scorso 20 luglio, da una lista iniziale di undici candidati alla leadership, sono rimasti l'ex cancelliere Rishi Sunak e la segretaria agli Esteri Liz Truss e devono ora affrontare il ballottaggio con i membri conservatori. Il Columbia Journalism Review ha intervistato Jim Waterson, media editor del Guardian, sul ruolo che i media stanno svolgendo nella competizione. Secondo Waterson, mentre negli Stati Uniti sono i canali televisivi a fare opinione e i giornali a essere abbastanza neutrali, nel Regno Unito è sempre stato il contrario. Un aspetto fondamentale che spesso sorprende i cittadini statunitensi è la centralizzazione della sfera politica e mediatica del Regno Unito, dove tutto ruota intorno a Londra. I giornali britannici amano sostenere i vincitori e in questi giorni stanno decidendo se aspettare ad esultare fino a quando non vedono un vincitore, per rivendicare la vittoria e chiedere favori in seguito, o se guidare il pubblico, dare un appoggio e fare la differenza nella competizione. Gli editoriali dei giornali che influenzano la corsa possono diventare profezie che si auto-avverano. Ecco che la stampa diventa così da una parte creatrice di potere e dall’altra combattente nel sostenere “il cavallo giusto” per la propria influenza.



Il Cremlino in Sudafrica


RT, la rete televisiva sostenuta dal Cremlino e precedentemente chiamata Russia Today, sta creando il suo hub in Sudafrica - da cui trasmetterà in inglese -, mentre il presidente Vladimir Putin cerca di consolidare il proprio sostegno in un continente che si è ampiamente astenuto dal criticare la sua invasione dell'Ucraina. Come riportato da Bloomberg, l’ufficio sarà diretto da Paula Slier, giornalista che prima gestiva l'ufficio di RT a Gerusalemme. L'ingresso di RT in Africa è dovuto a divieti imposti all’emittente  da - tra gli altri - l’Unione europea che, poco dopo l'invasione dell'Ucraina da parte della Russia, tramite la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, aveva dichiarato che RT e Sputnik - un'altra emittente russa - “non sarebbero più state in grado di diffondere le loro menzogne per giustificare la guerra di Putin e per seminare divisioni nella nostra unione”. In un ricorso giudiziario di giugno, poi, RT ha sostenuto che l'Ue stava illegalmente mettendo a tacere i suoi giornalisti. La fornitura dei servizi di RT in Africa si aggiungerebbe a una campagna mediatica concertata dai diplomatici russi nel continente per contrastare le accuse di Europa e Stati Uniti secondo cui l'invasione russa è ingiustificata e fa aumentare i prezzi globali di cibo e carburante.



Crepe nel Cremlino


Il Corriere della Sera riporta in un recente articolo di essere entrato in possesso di un documento segreto prodotto da Vciom, la grande società di sondaggi controllata dal Cremlino, che non era destinato alla pubblicazione. Secondo i dati presenti in questo ultimo sondaggio, come riportato dal Corriere, per la prima volta da quando è iniziata l’invasione dell’Ucraina si registra una diminuzione del consenso verso “l’operazione militare speciale” portata avanti da Putin. In particolare, fra le generazioni più giovani addirittura il 79% è favorevole all’apertura immediata di colloqui di pace. Tra i 18-24 anni appena il 38% sostiene la guerra e mentre l’appoggio “all’operazione militare speciale” è all’81% fra chi si informa attraverso la televisione – in Russia notoriamente controllata dal regime – fra gli “utilizzatori attivi di Internet” invece il consenso si ferma al 45%. Proprio quest'ultimo dato riportato dimostra un segnale importante in relazione al tema della propaganda messa in piedi dal Cremlino. Il mondo della comunicazione online infatti è diventato in questo caso non solo spazio di diffusione di fake news ma anche occasione di libertà d’informazione. Le controversie che caratterizzano il mondo online e social sono costanti ma resta evidente che la loro natura si cela in realtà dietro l’utilizzo che ne fa ogni persona. In questo caso infatti offre alle persone la possibilità di aggirare la censura e accedere anche ad alcuni siti bloccati nel Paese, svuotando sempre di più il ruolo della propaganda dei media tradizionali. Forse la fine di questa guerra non sarà determinata solo dai negoziati politici ma anche dalla potenziale libertà d’informazione e di opinione che la comunicazione online potrà generare in Russia.



Il potere della parola


“Nell'ambito del nostro mandato, la Bce è pronta a fare qualsiasi cosa sia necessaria per preservare l'euro. E credetemi, sarà sufficiente”. Ha compiuto di recente dieci anni la famosa frase pronunciata da Mario Draghi il 26 luglio del 2012 a Londra, di fronte al gotha della speculazione finanziaria mondiale. Quel “Whatever it takes” divenuto, come riporta Il Sole 24 Ore, “una specie di alea iacta est della nostra contemporaneità” è un motto iconico diffuso anche sui social in forma di foto (reale o fittizia non importa: il suo statuto di verità non influisce sul suo status di leggenda) come dichiarazione d’amore affidata a una scritta sui muri. Una citazione lanciata e rilanciata più volte, arrivando addirittura a diventare una voce del vocabolario Treccani, a differenza di buona parte delle parole che ha pronunciato da premier, pur non avendo cambiato il suo stile comunicativo da grand commis della finanza (vedi Editoriale 36). Ma prima di entrare nella storia, quell’annuncio è stato la dimostrazione più plastica, prosegue il quotidiano, della teoria degli speech act di John Austin, secondo cui gli atti linguistici trasformano le parole in fatti. Qualcosa che in realtà non è nuovo per il mondo delle banche centrali: “Il lavoro del banchiere centrale è per il 98% parole e per il 2% azione”, diceva Ben Bernanke, governatore della Fed ai tempi della crisi della Lehman Brothers. Uno strumento che può essere utilizzato anche per celare – l’ambiguità costruttiva e il mugugnare con grande incoerenza di Alan Greenspan – e che può rivelarsi anche un’arma a doppio taglio, come nel caso di frammentazione, parola enigmatica e ambivalente per Christine Lagarde. Forse adesso dovrebbero essere i governi a trovare le parole per parlare di politica economica: la risposta a questa domanda del Sole 24 Ore potrebbe essere data proprio da Draghi, personaggio che ha interpretato un ruolo sia di banchiere che politico. E magari raggiungere lo stesso status del whatever it takes.