Editoriale 88

La comunicazione sui media
13 - 19 giugno

21 giugno 2022

L’America delle élite (e non è House of Cards). Una bugia tira l’altra. Elezioni in Brasile all’insegna della disinformazione. Invasione e giustizia mediatica. Come i giornalisti dovrebbero raccontare le stragi in USA. Buzbee tra luci e ombre. Comunicare il cambiamento climatico.

La Redazione


L’America delle élite (e non è House of Cards)


Non è House of Cards, l’acclamata serie tv con Kevin Spacey, ma poco ci manca. E anche Noam Chomsky potrebbe convenire. Quello che Politico ritaglia è una realtà sempre più evidente quando si parla di politica americana: il ruolo predominante delle élite, in grado di influenzare decisioni e l’operato del governo pur non perseguendo necessariamente la volontà popolare e l’opinione pubblica. Attraverso un’intervista ai politologi Joshua Kertzer e Jonathan Renshon la testata racconta come siano state avviate ricerche “randomizzate su soggetti d'élite per studiare i processi decisionali dei leader politici”. Un’attività utile per capire come migliorare le loro decisioni che conseguentemente porterebbero a capire come migliorare il processo decisionale politico e generale, come ha spiegato Kertzer. L’ascesa delle élite americane è parsa evidente con Donald Trump che ne ha capito l’importanza. C’è da capire se anche esse abbiano avuto peso con la creazione di Truth, il social network fondato dall’ex presidente per fidelizzare al massimo il proprio elettorato (vedi Editoriale 83). Andando più a fondo si potrebbe dire che esiste nell’America di oggi, così come in altri Paesi, un problema di informazione e comunicazione e, forse, una soluzione potrebbe partire dalla scuola americana che dovrebbe educare e sensibilizzare ad avere una visione critica, utile oggi per muoversi nell’intricato mondo politico Usa. Come raccontato nell’Editoriale 68, i più giovani sono i primi bersagli della disinformazione e delle teorie complottiste. Porre un freno a questo fenomeno attraverso valide soluzioni, non ancora trovate, potrebbe aiutare le “nuove generazioni a valutare e pensare in modo critico i messaggi che ricevono e riconoscere le falsità mascherate da verità”.



Una bugia tira l’altra


Il quotidiano americano Usa Today ha recentemente dovuto rimuovere 23 articoli dal proprio sito contenti storie, informazioni e citazioni alterate o completamente inventate. Tra le fonti fittizie inventate dall'autrice dei pezzi, Gabriela Miranda, vi sono uno studente di medicina, un medico, un testimone del recente attentato nella metropolitana di New York. USA Today, fiore all'occhiello della catena Gannett, avrebbe condotto un’indagine a seguito di una prima segnalazione, a seguito della quale sarebbero emersi numerosi inganni e fabbricazione di prove false, comprese registrazioni di interviste. A seguito della rimozione dei contenuti dalle piattaforme (anche degli altri giornali della catena che li avevano ripubblicati), sono state aggiunte note che spiegavano che gli articoli non rispettavano gli “standard editoriali” della testata. Come spiega un articolo di Poynter, la procedura di indagine seguita dalla redazione venne elaborata a seguito del simile scandalo che aveva coinvolto il giornalista Jayson Thomas Blair del New York Times nel 2003: una prima richiesta di spiegazioni al giornalista indagato, la possibilità concessagli di ammettere ulteriori manipolazioni e quindi il complesso compito di riesame di ogni sua storia alla ricerca di falsità o plagio. Sistematicamente, quando una storia falsa viene rivelata, numerose altre emergono dalla conseguente indagine. Spesso la fabbricazione di notizie avviene nel team responsabile delle breaking news.



Elezioni in Brasile all’insegna della disinformazione


Le prossime elezioni presidenziali in Brasile che si terranno ad ottobre sembrano andare nella stessa direzione controversa delle elezioni presidenziali statunitensi del 2020. Come riporta NiemanLab, l’attuale presidente di estrema destra, Jair Bolsonaro, ha già iniziato a parlare di irregolarità nel voto, sollevando preoccupazioni sul fatto che potrebbe non accettare un' eventuale sconfitta. Bolsonaro ha anche messo in dubbio la vittoria elettorale del presidente Joe Biden. La disinformazione è stata una strategia chiave nella sua vittoria presidenziale nel 2018. A quel tempo, gli elettori sono stati bombardati da informazioni false attraverso i gruppi WhatsApp. Un'analisi ha rilevato che il 56% delle immagini politiche più condivise su WhatsApp durante il periodo elettorale erano fuorvianti. Un'altra analisi post-elettorale ha rilevato che la stragrande maggioranza delle informazioni imprecise circolate su WhatsApp nelle elezioni del 2018 era a favore di Bolsonaro. Questa volta, le piattaforme tecnologiche si stanno attrezzando per assicurare al pubblico un maggior controllo della disinformazione. “Abbiamo imparato molto dal 2018 e stiamo facendo molto di più di allora”, ha dichiarato di recente Dario Durigan, responsabile delle politiche pubbliche di WhatsApp in Brasile. Durigan ha affermato che WhatsApp ha migliorato l'intelligenza artificiale che utilizza per identificare gli account che stanno inviando un numero massiccio di messaggi e ha ridotto il numero di volte in cui gli utenti possono inoltrare un messaggio da 20 a 5. Ma gli esperti temono che tali misure potrebbero non essere sufficienti per impedire una replica brasiliana del movimento “Stop the Steal” negli Stati Uniti, culminata in un violento tentativo di impedire il trasferimento del potere il 6 gennaio 2021 (vedi Editoriale 17).



Invasione mediatica


Le invasioni russe nelle città ucraine al confine non sono avvenute soltanto con le truppe e i carrarmati ma anche e soprattutto attraverso mezzi di comunicazione e propaganda. Come raccontato dal New York Times, i Russi stanno infatti riuscendo a diffondere la loro narrativa bellica non solo all’interno dei loro confini nazionali ma anche in città dello stesso paese che stanno invadendo, creando importanti “fortezze” tramite la propaganda. In città ormai distrutte dai bombardamenti, isolate dalla maggior parte del mondo, gli stessi abitanti ucraini si sono trasformati in spettatori passivi della narrazione russa e, in alcuni casi, anche in sostenitori della realtà alternativa proposta dal Cremlino, arrivando a credere che siano gli stessi ucraini a bombardare la nazione. La diffusione di una diversa percezione della realtà crea però inevitabilmente squilibri e, di conseguenza, contrasti tra gli stessi cittadini di alcuni paesi ucraini invasi dai Russi. Da questa guerra appare dunque ormai evidente che il modo di comunicare e raccontare qualcosa può creare terreno fertile anche allo scontro e alla guerra ancor più delle armi belliche. Il soft power, adesso come anche nelle precedenti guerre, svolge dunque un ruolo fondamentale nelle battaglie che si combattono al di fuori delle trincee (vedi Editoriale 12 e 84). Social, televisione, giornali, radio e letteratura sono alcuni dei più importanti strumenti che si utilizzano in guerra. Proprio in relazione a ciò, il giornalista, politologo e scrittore di origine russa Sergej Sunlenny, come riportato da Linkiesta, ha recentemente messo in evidenza che dal 2010 il Cremlino, attraverso l’editoria russa, ha diffuso negli anni romanzi e generi letterari che potessero promuovere la superiorità militare russa e far accettare inconsciamente a tutta la nazione una guerra su vasta scala contro l’Ucraina, la Nato e l’Occidente. “Come ha fatto proprio l’Occidente ad ignorarlo?” si è domandato Sunlenny. Ma attualmente non sarebbe più corretto chiedersi se mai ci saranno limiti alla propaganda estremista ora che i mezzi attraverso cui può diffondersi sono esponenzialmente aumentati?



Giustizia mediatica


La condanna del giornalista Jeffrey Moyo, corrispondente freelance del New York Times, per presunta violazione delle leggi dell’immigrazione ha sollevato la preoccupazione dei gruppi per la libertà dei media. L’accusa, definita dagli attivisti “una monumentale parodia della giustizia”, è di aver aiutato due reporter della sua organizzazione giornalistica a ottenere l’accredito stampa per entrare in Zimbabwe. Nell’articolo di The Guardian si legge che Moyo ha trascorso tre settimane in carcere lo scorso anno, dopo essere stato riconosciuto colpevole da un tribunale di Bulawayo, e il suo processo è cominciato a gennaio. Angela Quintal, coordinatrice del programma Africa del Committee to Protect Journalists, ha affermato che la decisione del tribunale dimostra che la libertà di stampa in Zimbabwe si è deteriorata sotto il presidente Emmerson Mnangagwa, che ha preso il potere dopo la caduta del veterano autocrate Robert Mugabe nel 2017. La presa di potere che ha spodestato Mugabe ha portato a un breve periodo di relativa tolleranza, ma le successive repressioni nei confronti di attivisti dell’opposizione hanno fatto crollare le speranze di una riforma democratica. I giornalisti che hanno denunciato la corruzione dei funzionari sono stati presi di mira in modo particolare. Gli attivisti temono che la repressione possa addirittura intensificarsi nei prossimi mesi a causa delle elezioni presidenziali del 2023 e che dunque la libertà di stampa ed espressione possa diventare vittima di un sistema politico che non ne voglia salvaguardare il valore.



Come i giornalisti dovrebbero raccontare le stragi in USA


Qual è il ruolo dei giornalisti nel raccontare l’epidemia delle sparatorie di massa diffusa negli Stati Uniti? E come possono documentare responsabilmente tragedie come le recenti sparatorie di Uvalde, Buffalo e Tulsa? Come riportato da NPR, queste sono domande complicate ma cruciali a cui rispondere secondo Dannagal Young, professore dell'Università del Delaware che analizza l'impatto delle notizie sul pubblico. In particolare, la sua ricerca studia se i media preferiscano informare esaminando gli eventi specifici e le singole persone, piuttosto che guardare il contesto generale e capire cosa porti a queste tragedie di massa. Da qui, ci si collega ad uno studio degli anni ’90. Probabilmente, analizzando il singolo caso, si incoraggia il lettore ad attribuire la responsabilità e cercare soluzioni a livello individuale. Nel caso della sparatoria di Uvalde, inizialmente l’analisi è andata verso il contesto generale approfondendo la facilità con cui si possiedono armi negli Stati Uniti, per poi spostare l’attenzione verso le singole persone. E dall’analisi generale, il lettore passa al pensiero secondo cui a lui non potrebbe mai accadere qualcosa di simile, perché non si trova in quel luogo e non si è trovato in quel contesto. La domanda che Young vorrebbe si ponessero i giornalisti è: cosa può aiutare gli americani a capire che il problema è più ampio e servirebbe un cambiamento da parte del sistema? È necessario affrontare il tema su come vengano gestiti i problemi di salute mentale in America, e come ci si occupa dei gruppi estremisti. E nonostante queste stragi si siano già verificate, le testate e i discorsi delle autorità pubbliche fanno sempre riferimento a “tragedie imprevedibili” (vedi Editoriale 85) che non possono essere evitate, eliminando immediatamente ogni desiderio di cambiamento e alimentando un senso di rassegnazione. E influenzando la percezione che il pubblico ha di queste tragedie.



Buzbee tra luci e ombre


A un anno dal suo incarico come direttore esecutivo del Washington Post, gli sforzi di Sally Buzbee per creare una redazione più inclusiva sono stati a volte ostacolati da situazioni controverse sui social network, in un contesto in cui la testata sta cercando un nuovo scopo editoriale dopo l’era di Trump. Come spiega Politico, Buzbee ha ereditato l’incarico prima ricoperto da Martin Baron e si è scontrata fin da subito con alcune difficoltà: il Post ha perso giornalisti di spicco e, come molte altre testate nazionali, ha lottato con un calo significativo dei lettori dopo la fine della presidenza Trump e ha inoltre subito una riduzione degli abbonamenti. Il Post ha più di 1.000 dipendenti in redazioni sparse in tutto il mondo ed è cresciuto a livello di dimensioni grazie all’acquisizione da parte di Jeff Bezos nel 2015 e, a livello di autorevolezza, proprio grazie a Martin Baron. Rispetto al suo predecessore Buzbee si è mostrata più disponibile con i redattori, creando un ambiente di lavoro in cui lo scambio di idee e i confronti sono all’ordine del giorno. Comunica in modo proattivo con il sindacato su questioni relative alla redazione, un cambiamento rispetto al rapporto teso che il sindacato aveva con Baron. Si è adoperata per l’assunzione di più redattori e ha contribuito alle promozioni di molte persone anche non bianche. Tuttavia, durante questo primo anno di mandato, non sono mancati alcuni tumulti interni, evidenziati dal New York Times. Gran parte degli scontri interni è iniziata dopo che David Weigel, un giornalista politico, ha ritwittato una barzelletta sessista e omofoba (vedi Editoriale 87). Buzbee è intervenuta anche per discutere della promozione del caporedattore David Malitz, dopo che la giornalista Taylor Lorenz del suo team aveva twittato che c’erano stati problemi di comunicazione con lui e aveva inserito un’imprecisione in un articolo. Questa settimana la direttrice della testata ha inviato una comunicazione contenente le nuove linee guida che i redattori dovranno adottare sui social. Tra luci e ombre è trascorso così il primo anno del Washington Post sotto la guida di Sally Buzbee.



Comunicare il cambiamento climatico


Trovare le parole giuste per sensibilizzare il grande pubblico al cambiamento climatico, semplificando il concetto senza banalizzarlo e aggirando l’ostacolo rappresentato dai negazionisti. Questa la sfida proposta da Chiara Beretta su Linkiesta, in un articolo dedicato a un tema di grande attualità anche e soprattutto nel mondo dei media: il Guardian, ad esempio, ha scelto di non parlare di “climate change” ma di “climate crisis”, sottolineando così la dimensione di urgenza del problema, aspetto che, ricorda Beretta, è maggiormente contestato dai negazionisti climatici, in base a quanto emerge dall’analisi di conversazioni online degli ultimi 18 mesi condotta dall’Institute for Strategic Dialogue. Una categoria, quella dei negazionisti, composta da poche decine di promotori attivi in tutto il mondo capaci, però, di diffondere fake news sull’argomento collegando il cambiamento climatico ad altre questioni divisive, intercettando così ampi gruppi di persone diffidenti nei confronti della scienza, specie grazie anche alla natura democratica e rapida dei social (vedi Editoriale 27). Ma l’importanza delle parole utilizzate per indicare la crisi climatica emergeva già 20 anni fa. Il consulente politico e della comunicazione repubblicano Frank Luntz suggerì all’allora presidente statunitense George Bush di sostituire l’espressione “riscaldamento globale” con “cambiamento climatico”, giudicata meno spaventosa. Termini che sono ormai entrati nel lessico comune e che potrebbero generare, come spiega Renita Coleman, professoressa di giornalismo alla University of Texas di Austin, un’immediata reazione di chiusura e scetticismo nei lettori più diffidenti. Per raggiungere questi ultimi, quindi, la sfida è saper parlare in modo efficace del cambiamento climatico, con immediatezza, semplificando dove serve il linguaggio ma sempre avendo cura di non banalizzare o distorcere il tema.