Editoriale 84

La comunicazione sui media
16 - 22 maggio

24 maggio 2022

La sottile linea russa. Benvenuti al Putin Show. Una strage condivisa. Cina maestra di soft power. Campagne elettorali nei piccoli centri. Il Mein Kampf nei talk show italiani. Libertà di stampa in Grecia.

La Redazione


La sottile linea russa


Informazione o disinformazione? Verità o bugie? Fonti attendibili o mera speculazione? Nella guerra fra Ucraina e Russia uno dei nodi attraverso cui i Paesi spettatori si giocano la propria credibilità è quello del ruolo dei propri organi di stampa e dei media, tradizionali e non, che si fanno portavoce, talvolta oggettivamente talvolta in maniera distorta, degli accadimenti sul suolo ucraino. L’Italia vive una dicotomia tra il suo ruolo di paciere e di mediatore e quello di Paese che negli anni ha tessuto rapporti importanti con la Russia e che, volente o nolente, può fare da megafono allo storytelling russo. A raccontarlo la testata Politico che ritrae l’Italia come “potenziale cavallo di Troia in Europa a causa dei legami storici con la Russia”. Ed è proprio sulla narrazione che si dà del conflitto che si gioca una partita in grado di influenzare l’opinione pubblica e le masse. Lo storytelling della guerra portato avanti dalla Russia rimane lo stesso nonostante le evidenti prove e immagini dell’invasione avviata lo scorso fine febbraio (vedi Editoriale 74) e il rischio è che dando troppo spazio a questa linea informativa si possa perdere il controllo della realtà, se essa non viene mediata in modo consapevole. Ecco che bisogna così diffidare da quei talk show che, salendo sul piedistallo di paladini dell’informazione, danno spazio ad un mero spettacolo di intrattenimento allontanando lo spettatore da una visione critica del conflitto e fomentando invece propaganda e disinformazione (vedi Editoriale 76). La soluzione? Potrebbe arrivare da un uso ragionato dei social media, oggi più che mai veicolo di informazione e comunicazione (vedi Editoriale 80). È vero però che i rischi sono sempre dietro l’angolo.



Benvenuti al Putin Show


24 ore su 24, 7 giorni su 7, la Russia è testimone e per lo più seguace dell’ormai ben noto Putin Show. Da quanto Putin è stato eletto, il modo di comunicare del Cremlino è radicalmente cambiato ed è notevolmente cambiata soprattutto la relazione tra il Governo e i media. Anno dopo anno il controllo dei canali di informazione in Russia è stato sempre più evidente fino all’ennesima estremizzazione che stiamo vivendo oggi. Come dimostra l’articolo di The Economist, la narrazione della guerra, o meglio “l’operazione speciale” di Putin, è quella di una Russia minacciata e sotto attacco, prima dai nazisti ucraini e adesso dalle restrizioni occidentali, che cerca di difendere i propri confini e la propria identità. Contrariamente a prima però, in questa situazione la propaganda russa cerca sempre più di “mobilitare il sostegno popolare alla guerra di Putin, richiedendo adesso una partecipazione attiva della popolazione”, sostiene il sociologo Greg Yudin. Come in ogni Paese, il quadro esatto della sua società dipende dai media che si consumano e se, come in Russia, tutti i media disponibili ti propongono la stessa storia è facile credere che quella sia la verità. I sondaggi di opinione mostrano un ampio sostegno all'operazione militare speciale, che raggiunge l'80%. Ma i numeri sono sospetti. “L'opinione pubblica presuppone l'esistenza di una sfera pubblica, che in Russia è stata distrutta”, sostiene il sociologo Yudin. Invece di essere strumenti per misurare le preferenze, i sondaggi sono diventati un mezzo di controllo. Discutere apertamente della guerra è praticamente impossibile. Tuttavia, recuperare informazioni e notizie attendibili sulla guerra in Russia è ancora possibile passando attraverso piattaforme indipendenti o social come Telegram (vedi Editoriale 79). Per il momento, the Putin Show must go on.



Una strage condivisa


Mentre uccideva dieci persone a colpi di arma da fuoco e ne feriva altre tre in un supermercato di Buffalo (nello stato di New York), il diciottenne Payton S. Gendron trasmetteva la strage in diretta su Twitch. Come riporta The Atlantic, mesi prima lo stesso Gendron aveva pubblicato un manifesto esprimendo le sue idee razziste e le sue intenzioni di recarsi a Buffalo, in una zona prevalentemente frequentata da persone di colore. Secondo i funzionari dello stato di New York si è trattato di un “crimine d’odio a sfondo razziale”. Quasi tutte le vittime, infatti, erano di colore. Il massacro di Buffalo potrebbe essere stato compiuto da un lupo solitario, eppure c’è un elemento diverso rispetto ad altre stragi: la presenza di followers e sostenitori che ha seguito in live streaming l’evento. Una specie di branco di lupi, come suggerisce in una metafora The Atlantic, che si fanno forza tra di loro appoggiandosi a quella “teoria della sostituzione etnica” tanto cara a leader conservatori e sviluppatasi durante la presidenza Trump. Joe Biden, nel suo discorso riguardo l’accaduto, ha parlato di una “rete razzista” e di vero e proprio terrorismo. E anche i social network dovrebbero essere ritenuti responsabili. Il Washington Post afferma, infatti, che Gendron ha trasmesso in streaming su Twitch e condiviso la diretta anche sul servizio di chat Discord (dove aveva già manifestato le sue intenzioni violente). Inizialmente la live di Twitch aveva solo 22 spettatori e il social conferma di aver rimosso il video due minuti dopo l'inizio delle riprese. Due minuti, tuttavia, sono bastati per consentire agli spettatori di condividerlo su Streamable, che ha accumulato più di 3 milioni di visualizzazioni prima della sua rimozione; e almeno un post di Facebook collegato al filmato è rimasto online per 10 ore. Questi dati fanno riflettere sui miglioramenti che le piattaforme dovrebbero attuare: revisionare i contenuti sia attraverso programmi sia attraverso persone per fermare riprese violente mentre si stanno svolgendo; bloccare istantaneamente possibili copie o condivisioni; infine, ampliare i controlli tramite un sistema di ricerca di parole chiave. Forse, con questi strumenti, l’attacco di Gendron pianificato mesi prima sarebbe stato fermato in tempo. Tuttavia, prima ancora di ricorrere a mezzi per limitare i danni, come sostiene The Atlantic, si dovrebbe indagare a fondo sui leader politici e dell’informazione che contribuiscono ad alimentare un tale clima d’odio, tramite la diffusione di un linguaggio vago e fuorviante che ridimensiona la pericolosità delle loro affermazioni. In fondo, i lupi sono forti solo in branco.



Cina maestra di soft power


Cosa hanno in comune un sito web di notizie nella Repubblica Democratica del Congo, una piattaforma mediatica digitale sudafricana e un servizio di newswire in lingua spagnola che nell'ultimo anno hanno pubblicato storie simili, sostenendo che un laboratorio gestito dagli Stati Uniti avesse creato il Covid-19 o, più recentemente, articoli che affermavano che gli Stati Uniti stavano gestendo un programma segreto di armi biologiche in Ucraina? Tutti e tre questi media hanno legami con il governo cinese. Come riporta GRID, la Cina ha intensificato i suoi sforzi per influenzare l'opinione pubblica in tutto il mondo, costruendo un impero mediatico internazionale: aprendo uffici stampa statali all'estero, investendo in società mediatiche straniere e stringendo partnership con altre. Questo fa parte di una campagna più ampia per costruire la propria influenza globale, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, come illustrato in un recente rapporto del Consiglio Atlantico. “Si parla molto dei finanziamenti e degli investimenti economici della Cina in queste regioni, ma questo è solo un aspetto della storia dell'influenza cinese”, ha affermato Kenton Thibaut, borsista per la Cina presso l'Atlantic Council e uno degli autori del rapporto. Secondo Thibaut, l'uso che la Cina fa dei media globali e di altre forme di soft power per diffondere le proprie opinioni è sottovalutato. Un aspetto della campagna mediatica cinese all'estero è puramente promozionale. I media cinesi e i loro partner locali in tutto il mondo spesso evidenziano i successi dei diplomatici cinesi e gli ultimi megaprogetti della Belt and Road Initiative, la campagna infrastrutturale globale di alto profilo della Cina. Un altro aspetto della copertura globale della Cina passa da queste storie promozionali, in stile PR, a casi di vera e propria disinformazione. Dopo la pubblicazione, nel marzo 2021, di un rapporto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità sulle origini del Covid, la Cina ha compiuto uno sforzo concertato per diffondere una falsa narrativa. L'Atlantic Council ha documentato come i media sostenuti dalla Cina in diversi Paesi abbiano contribuito a diffondere la teoria secondo cui il Covid sarebbe originario di Fort Detrick, una base militare statunitense nel Maryland. E le ambizioni mediatiche globali della Cina stanno crescendo. La Cina ha fatto enormi progressi negli ultimi 10 anni, passando dall'essere un attore marginale nello spazio mediatico a far parte dello spazio mediatico. Se guardiamo al futuro, è probabile che la presenza cresca.



Campagne elettorali nei piccoli centri


Un articolo de Il Post racconta i mutamenti in corso nelle tecniche di campagna elettorale nei piccoli centri urbani, a fronte delle elezioni che il prossimo 12 giugno coinvolgeranno numerosi comuni italiani. Solitamente i media rivolgono a queste campagne scarsa attenzione, prediligendo le notizie delle grandi città; passa così inosservato il graduale avvicinamento delle tecniche di comunicazione dei candidati locali a quelle adottate dai politici di maggiore rilievo: un sempre maggiore spazio dei professionisti della comunicazione politica, un ammodernamento del linguaggio e degli strumenti utilizzati, in primis i social media. Ne consegue una proliferazione di slogan e loghi rappresentativi dei candidati sindaci così come dei consiglieri, e una maggiore professionalizzazione di ruoli che prima erano invece svolti internamente ai partiti (anche a seguito della maggiore frammentazione degli apparati di questi ultimi). I consiglieri sono quindi seguiti da social media manager, che si occupano altresì dei rapporti con i media e danno indicazioni su cosa dire e in che modo, al fine di potenziare una narrativa strategica tramite tutti i canali. In numerosi comuni, tuttavia, rimane ancora predominante (70% dei voti raccolti) il ruolo degli strumenti tradizionali: reti di relazioni, bancarelle, manifesti, biglietti, comizi e visite porta a porta. Talvolta la comunicazione digitale è invece svolta da giovani volontari vicini ai partiti. In generale, rimane un divario tra il nord Italia, più aperto all’innovazione della comunicazione, e il sud, ove rimangono predominanti le tecniche tradizionali. Una prima ragione è anagrafica: nei centri minori, e soprattutto al sud, l’età media dell’elettorato è maggiore che nelle grandi città. Inoltre, le risorse a disposizione dei partiti nei piccoli comuni non consentono sempre di avvalersi del supporto di professionisti della comunicazione. Infine, i social sono anche uno strumento privilegiato per far emergere, soprattutto in gruppi di protesta, profili di candidati privi di rapporti con l’élite politica.



Il Mein Kampf nei talk show italiani


Negli ultimi anni, svariati conduttori di talk show hanno inondato le reti nostrane di programmi che fanno “appello alle emozioni della gente e non al suo intelletto” e “suscitano le reazioni viscerali delle masse”. Come riportato dal Corriere della Sera, chissà quanti di essi, mentre continuano a guidare l’informazione verso l’infodemia, sanno che queste regole sono contenute nel Mein Kampf di Hitler. È chiaro che nel nostro sistema comunicativo non ci sia una tendenza al totalitarismo, ma potrebbe esserci una pratica – più o meno inconsapevole – che punta al controllo e alla manipolazione dell’opinione pubblica e favorisce la diffusione delle fake news. A differenza del passato, oggi le fake news hanno l’obiettivo di influenzare l’opinione pubblica e si inseriscono in un contesto sempre più segnato dalla misinformazione, cioè da quel contesto in cui l’utente finale si trova nella condizione di non poter mai verificare l’attendibilità delle fonti e la veridicità delle informazioni. Ed è in questo contesto di disorientamento che attecchiscono le fake news. Come ha scritto Neil Postman, “Orwell temeva coloro che ci avrebbero privato dell’informazione, Huxley temeva coloro che ce ne avrebbero data tanta da ridurci alla passività e all’egoismo. Orwell temeva che la verità ci sarebbe stata nascosta, Huxley temeva che la verità venisse affogata in un mare di irrilevanza”. Probabilmente una profezia: questa è l’età della distrazione e dell’indifferenza, caratterizzata dal banale chiacchiericcio e dall’insulto visto come qualcosa di normale in un dibattito. È forse arrivato il momento di ristabilire principi come la valorizzazione del silenzio e dell’ascolto, o quantomeno di recuperare la decenza di scrivere in rete solo ciò che si ha il coraggio di dire anche di persona. Insieme a questo è necessario lottare per la democrazia della conoscenza, così da formare un’opinione pubblica in grado di distinguere una notizia falsa da una verificata. Tanto più in un Paese che ha ormai il 30% della popolazione adulta analfabeta o semianalfabeta, la democrazia della conoscenza è la priorità assoluta.



Libertà di stampa in Grecia


In una democrazia i mezzi d’informazione dovrebbero controllare l’autorità e il governo, ma in Grecia si ha sempre più la sensazione che le cose stiano al contrario. A testimoniare ciò - come riporta Internazionale - è la storia di Thanasis Koukakis, un giornalista finanziario di 43 anni le cui comunicazioni circa un’indagine sugli affari di banchieri e imprenditori greci sono state in passato intercettate dai servizi di intelligence del paese, amministrati direttamente dall’ufficio del primo ministro. Koukakis non è l’unica vittima di intercettazioni compiute dal servizio nazionale di intelligence; difatti, anche Iliana Papangeli e Stavros Malichudis, giornalisti della squadra di inchiesta di Solomon che si occupa delle condizioni dei migranti in Grecia, hanno scoperto di essere stati sottoposti a sorveglianza dai servizi di intelligence greci che hanno monitorato il loro lavoro con i minori sull’isola di Kos. Non è un caso se, l’anno scorso, Reporter senza frontiere ha classificato la Grecia al settantesimo posto nell’indice globale sulla libertà di stampa (vedi Editoriale 82), cinque posizioni più in basso rispetto al 2020. Nell’ultimo decennio la reputazione del paese ha registrato un calo costante: una tendenza che probabilmente non si arresterà, almeno a giudicare dagli ultimi eventi. Il governo respinge con forza queste accuse, sottolineando come nel paese sia garantito il pluralismo.