Editoriale 83

La comunicazione sui media
09 - 15 maggio

17 maggio 2022

Texas contro social media. Perché Trump non dovrebbe tornare su Twitter. Uno studio sulla propaganda filorussa. Google e i giornali. Novità in casa Bloomberg.

La Redazione


Texas contro social media


Nello stato del Texas è entrata in vigore una legge che vieta alle grandi società di social media (con 50 milioni o più di utenti attivi mensili) di rimuovere contenuti politici: si tratta della prima sentenza di questo genere, sentenza che pone domande complesse sulle responsabilità delle aziende. Come riporta il New York Times, ciò che viene contestata è la rimozione di post di editori e personaggi politici conservatori. La legge si inserisce in un più ampio dibattito su come bilanciare la libertà di espressione con la sicurezza online. Alcuni membri del Congresso hanno proposto di rendere responsabili le piattaforme online quando promuovono annunci discriminatori o disinformazione riguardo la salute pubblica. L'Unione Europea il mese scorso ha raggiunto un accordo su regole volte a combattere la disinformazione e ad aumentare la trasparenza su come operano le società di social media. Il disegno di legge del Texas adotta un approccio diverso e afferma che una piattaforma “non può censurare un utente, la reazione di un utente o la capacità di un utente di ricevere la reazione di un'altra persona solo in base al punto di vista dell'utente o di un'altra persona”. Questo non significa che contenuti discriminatori o violenti non possano più essere rimossi, ma che non potranno essere cancellati contenuti politici solo perché appartengono a un determinato schieramento politico. Inoltre, la sentenza stabilisce anche che i social network debbano essere trasparenti riguardo le modalità con cui moderano i post. Per il momento, i portavoce di Facebook e Twitter non hanno commentato la sentenza. Alle piattaforme web non restano che due strade: o lasciar correre la disinformazione e i contenuti razzisti oppure affrontare cause legali in tutto il Texas.



Perché Trump non dovrebbe tornare su Twitter


Come riportato da Formiche, Elon Musk ha reputato la cacciata di Trump da Twitter un errore perché non avrebbe spento la sua voce ma, al contrario, l’avrebbe amplificata negli ambienti della destra americana. Trump avrà sicuramente apprezzato, ma le sue ragioni per non accettare la “proposta” di Musk sono diverse. La prima è la reputazione: con l’avvicinarsi delle elezioni di Midterm, tornare su Twitter potrebbe essere un errore, visto che da quando manca dalla piattaforma il suo consenso nel Paese è tornato a crescere. Ritornare da chi lo ha cacciato potrebbe mostrarlo debole agli occhi di alcuni elettori. In secondo luogo, più twittava, più si complicava la sua posizione agli occhi del mondo e più la sua cerchia di fedelissimi doveva tamponare gli errori. Lui stesso ha affermato che, da quando ha recuperato il tempo che trascorreva sui social, è riuscito a fare molte più cose. Infine, terzo motivo, un social dove poter dire la sua, ce l’ha già: anzi, l’ha creato lui stesso. Dopo l’esilio dalle piattaforme “mainstream”, Trump ha risposto con Truth puntando a ospitare quante più persone possibili e fidelizzare al massimo il suo elettorato, più libero di esprimersi contro il pensiero dominante. Non ha dimestichezza con la tecnologia, ma ciò non significa che non sia interessato a far soldi. Nonostante tutto, la sua app è la settima app più scaricata nell’Apple Store e quindi la sua idea finora lo ha arricchito. Per la precisione, ben 430 milioni in più. Lui stesso ha anche chiarito che per lui non c’è più spazio su Twitter. “Rimarrò su Truth”, aveva assicurato. Probabilmente vuole fare il prezioso o magari vuole farsi corteggiare il più possibile così da creare dibattito intorno a lui, ma sicuramente dovrà valutare i pro e i contro di un suo eventuale ritorno su Twitter.



Uno studio sulla propaganda filorussa


Per The Economist,  la Russia sta cercando di convincere gli utenti di Twitter al di fuori dell'Occidente a schierarsi dalla propria parte attraverso una serie di contenuti postati da “un esercito di account sospetti”,  che da inizio marzo ha iniziato a spingere una propaganda pro Cremlino. Un fenomeno in grado di creare bias cognitivi tra gli utenti e che spesso può portare all’“assiepamento” (milling), secondo cui l’individuo perde la responsabilità individuale perché ha l’impressione che la massa assuma un comportamento universale (vedi Editoriale 74). Twitter però non è l’unico social in grado di destabilizzare l’ordine dell’informazione, distorcendo la realtà e dando vitalità a contenuti fake. Anche Tik Tok è diventato uno strumento per la propaganda filorussa (vedi Editoriale 71), dimostrando quanto oggi i social network possano essere strumenti pericolosi. In una guerra dove il confine tra giusta e cattiva informazione è molto sottile, Putin e Zelensky hanno entrambi puntato sulle potenzialità del web (vedi Editoriale 79) in una corsa costante a chi è capace di accaparrarsi più consenso sia all’interno del proprio Paese che all’estero in due modi distinti di pensare la comunicazione politica e la propaganda (vedi articolo di Fortune), che oggi non può prescindere dal ruolo predominante dei social media.



Google e i giornali


A seguito della direttiva europea sul copyright, Google ha raggiunto un importante accordo con oltre 300 testate di diversi paesi UE (Germania, Ungheria, Francia, Austria e Paesi Bassi) in cui si prevede a vantaggio di queste un riconoscimento economico per l’inserimento dei loro articoli sul principale motore di ricerca. Come ricorda un articolo del Post, la direttiva sul copyright, risalente al 2019 e già recepita dalla legislazione nazionale nei paesi citati, prevede infatti l’obbligo per le piattaforme di attribuire un compenso per la pubblicazione degli snippet. Se la nascita della piattaforma Google News Showcase già diede una prima risposta alle polemiche sui pagamenti, il compromesso appena raggiunto è il primo effetto concreto della direttiva del 2019, ed è un accordo innovativo anche per la sua portata, non limitata a singole testate bensì coinvolgente centinaia di brand editoriali di diversi paesi (seppur in gran prevalenza tedesche). Google ha annunciato che trattative affini sono in corso altresì in altri paesi (che, come l’Italia, hanno recepito la direttiva più recentemente) dove, come già in Germania e Ungheria, sarà creato un sistema che consentirà la registrazione delle testate per richiedere a Google un’offerta di pagamento.



Novità in casa Bloomberg


Bloomberg Media ha deciso di corteggiare in modo aggressivo il pubblico britannico con una nuova impresa, Bloomberg UK, un marchio destinato a competere direttamente con il Financial Times e The Sunday Times, colonne portanti del giornalismo economico britannico. Come riporta The New York Times, Bloomberg UK avrà un sito web, una serie settimanale di video Bloomberg Quicktake che profila i giornalisti britannici, un podcast sulla City di Londra e un vertice quest'anno sul futuro degli affari britannici. Bloomberg è presente nel mercato britannico da tre decenni, ma la nuova impresa è un approccio mirato a un pubblico non sfruttato di almeno sette milioni di persone che rientrano nel target “professionale e benestante”. È il primo segno di una nuova strategia internazionale per Bloomberg, che conta 176 uffici che ospitano i suoi 2.700 giornalisti e analisti. Creando edizioni regionali in mercati promettenti in cui ha già un'impronta editoriale, i dirigenti sperano di realizzare nuove entrate senza utilizzare fondi per nuove sedi. Bloomberg, in una nota, ha detto: “stiamo il nostro impegno è rivolto a un giornalismo di alta qualità e basato sui fatti, incentrato soprattutto sulle notizie economiche e finanziarie”.