Editoriale 80

La comunicazione sui media
18 - 24 aprile

26 aprile 2022

Più breaking news, meno opinioni. L’apostolo dei pericoli della disinformazione. Mentire fino alla fine. Il nuovo Big Brother. Sicuri nell’insicurezza. Twitter nelle mani di Musk. Il limite degli abbonamenti.

La Redazione


Più breaking news, meno opinioni


Cosa succederebbe se l’informazione americana perdesse la sua impronta analitica e riflessiva, lasciando spazio all’imparzialità a discapito delle opinioni? A chiedersi se tale approccio possa o meno offrire aspetti positivi è The Washington Post attraverso le parole di Perry Bacon Jr., che ha commentato le dichiarazioni di alcuni vertici del New York Times e della CNN fautori di un’idea di informazione più “indipendente” esortando i dipendenti a non usare troppo Twitter viziato da opinioni e giudizi imparziali e concentrarsi sulle cosiddette “hard news”. Un po’ come per Biden, per cui Fox News costituisce una minaccia all’unità della democrazia americana ma nonostante ciò la Casa Bianca continua a collaborare con la rete (vedi Editoriale 78), così il New York Times e la CNN sembrano mascherarsi dietro una volontà di fare informazione neutrale ma che compirebbe l’opposto in un’opera di advocacy pro-repubblicana, visto che i fruitori di Twitter sono per lo più “liberali altamente istruiti”, come spiega Perry Bacon Jr. Solo negli ultimi dieci anni c'è stata una vasta espansione delle voci nella piazza pubblica attraverso i social media (vedi Editoriale 75) che però vede così minata la sua eterogeneità. Un’inversione di tendenza rispetto all’era Trump, durante il cui mandato i media avevano giocato un ruolo chiave nell’analisi delle azioni politiche offrendo spazio al pensiero democratico. Interrompendo questo modus operandi il rischio è quello di dare la priorità alle breaking news rispetto all’offerta di analisi e contesto. Oggi “la gente sta morendo per disinformazione”, ha detto l'ex presidente Obama in un recente discorso alla Stanford University, e mai come in questi “hard times” i media tradizionali devono combattere la cattiva informazione, offrendo scenari e punti di vista diversi educando all’utilizzo del mezzo social per informarsi.



L’apostolo dei pericoli della disinformazione


L’ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha intrapreso una campagna per combattere la disinformazione sui social network. Difatti, così come riporta un articolo del The New York Times, Obama si è recato nella Silicon Valley per sensibilizzare i giganti network circa il loro ruolo sul tema, lo stesso ha fatto nel corso dell’ultimo anno dove ha chiesto più volte di porre regole per tenere a freno la marea di fake news che inquinano il discorso pubblico. La campagna di Obama, che non deriva da una singola causa ma da una più ampia preoccupazione per il danno alle fondamenta della democrazia, arriva nel bel mezzo di un dibattito su come ripristinare la fiducia online e tra i portavoce di questa battaglia troviamo anche Joe Biden, scagliatosi contro le piattaforme che hanno permesso la diffusione di falsità sui vaccini contro il Covid-19 (vedi Editoriale 51). Insomma, Obama, nella battaglia contro la disinformazione sui social network, sembra incontrare il favore di molti: come apostolo dei pericoli della disinformazione, però, potrebbe essere un messaggero imperfetto dal momento che è stato il primo candidato presidenziale a cavalcare il potere dei social media ma successivamente, come presidente, ha fatto poco per intervenire quando il loro lato più oscuro è diventato evidente in patria e all'estero.



Mentire fino alla fine


Nell'ultimo decennio sembrava che i regimi autoritari risultassero più efficienti delle democrazie, diventate entità sempre più ingovernabili. Secondo il New York Times, l'Occidente ha perso fiducia in se stesso e sia i leader russi che quelli cinesi si sono “rilassati”, mettendo in giro la voce che questi caotici sistemi democratici erano ormai finiti. Tuttavia, ad un certo punto Russia e Cina hanno esagerato. Putin ha invaso l'Ucraina e ha, forse inavvertitamente, intrapreso una guerra indiretta con la NATO e l'Occidente. La Cina ha pensato di essere talmente superiore da trovare una soluzione locale alla pandemia. Adesso sia Mosca che Pechino si trovano improvvisamente a confrontarsi con forze e sistemi molto più forti delle previsioni e si stanno esplicitando le debolezze di entrambi. Putin pensava che dopo le vittorie in Siria, Georgia, Crimea e Cecenia, potesse divorare rapidamente un paese di 44 milioni di persone - l'Ucraina - che nell'ultimo decennio si è mosso per unirsi all'Occidente ed è stato tacitamente armato e addestrato dalla NATO. Finora è stata una debacle militare ed economica per la Russia. In più, la Russia di Putin è fondamentalmente costruita su petrolio, fake news e corruzione. La Cina, invece, è un paese molto più solido della Russia: è basata sul duro lavoro e il talento manifatturiero del suo popolo. Il successo economico della Cina, e il senso di orgoglio che ha generato, sembra aver convinto la leadership di poter competere autonomamente contro la pandemia. Ha prodotto i propri vaccini ma è stata negligente nel vaccinare i soggetti più a rischio. I vaccini cinesi Sinopharm e Sinovac, però, non sembrano efficaci contro Omicron quanto i vaccini mRNA prodotti in Occidente, e questo ha portato Pechino a optare per il blocco totale di Shanghai. Da questo si capisce che i sistemi autoritari ad alta coercizione sono sistemi a bassa informazione e quindi spesso guidano alla cieca più di quanto pensino. E anche quando la verità filtra o la realtà li mette davanti a delle difficoltà, i loro leader trovano difficile cambiare rotta perché le loro legittimazioni a vita si basano sulle loro pretese di infallibilità. Ed è per questo che la Russia e la Cina sono entrambe in difficoltà.



Il nuovo Big Brother


Secondo un’inchiesta condotta dal New Yorker e in seguito ripresa da Il Post, un software chiamato Pegasus, sviluppato dall’azienda israeliana NSO Group, viene utilizzato dai governi di 45 Paesi per monitorare l’attività di criminali, nel corso di indagini giudiziarie, ma anche di politici e giornalisti. Spesso associato a regimi repressivi, si è scoperto in realtà che Pegasus è stato impiegato anche da governi europei per spiare dissidenti e oppositori. Lo spyware commerciale è cresciuto fino a diventare un business che vale circa dodici miliardi di dollari. In gran parte non regolamentato e sempre più controverso, il software consente infatti, tramite un attacco “zero-click” (ovvero senza che la persona spiata attivi nulla sul proprio dispositivo), di accedere a e-mail, contatti, file, ma anche di accendere telecamere e microfoni per registrare l’attività dell’utente in tempo reale. Nel 2019, secondo quanto riportato dal New Yorker, Pegasus è stato installato sul telefono personale di Jordi Solé, un membro del Parlamento europeo, e su quello di altre sessanta persone legate ai movimenti per l’indipendenza catalana in Spagna. Nello stesso anno, WhatsApp ha accusato NSO di aver violato i sistemi di sicurezza del servizio di messaggistica per spiare 1.400 dispositivi. Due anni dopo anche Apple ha fatto causa alla società israeliana contro le sue attività di sorveglianza. Un'analisi di Forensic Architecture, un gruppo di ricerca dell'Università di Londra, ha collegato Pegasus a trecento atti di violenza fisica. È stato utilizzato per spiare membri del partito di opposizione ruandese e giornalisti che denunciavano la corruzione a El Salvador. In Messico, è apparso sui telefoni di diverse persone vicine al giornalista Javier Valdez Cárdenas, assassinato dopo aver indagato sui cartelli della droga. Più o meno nel periodo in cui il principe Mohammed bin Salman dell'Arabia Saudita ha approvato l'omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, un critico del governo, Pegasus sarebbe stato utilizzato per monitorare i telefoni appartenenti ai soci di Khashoggi, forse facilitandone l'omicidio, nel 2018. Il fondatore della società, Shalev Hulio, continua a difendere l’operato dell’azienda affermando che tutti gli accordi commerciali sono sempre stati presi solo dopo l’approvazione del governo israeliano e che NSO non è a conoscenza di ciò che avviene dopo l’acquisizione dei propri prodotti. Affermazione rivelatasi falsa dopo le ricerche del New Yorker.  L’amministrazione Biden ha vietato alle aziende statunitensi di avere rapporti commerciali con NSO. Attualmente, si sa che in Europa Pegasus viene usato dalle forze dell’ordine di Germania, Ungheria, Polonia e Belgio. Fondato nel 2010, NSO Group conta circa ottocento dipendenti e la sua tecnologia è diventata uno strumento leader di hackeraggio sponsorizzato dallo stato. Tuttavia, dopo l’inchiesta del New Yorker sono risultate ancora più evidenti tutte le criticità di questi software che si muovono tra vuoti legali e problemi etici.



Sicuri nell’insicurezza


Secondo un sondaggio condotto da Demos, metà degli italiani diffidano dell’informazione riportata dai media nostrani in merito al conflitto che si sta consumando in Ucraina, tacciandola di essere politicamente orientata. Ma a essere allarmante è un secondo dato: un italiano su quattro ritiene che le immagini e notizie relative alla guerra siano nient’altro che una montatura ai danni della Russia. Una “propaganda di Kiev”, secondo quest’opinione diffusa che, come spiegato in un articolo di Repubblica, sarebbe anche il risultato della forma mediatica televisiva della “guerra in diretta” cui stiamo assistendo, utile ad incrementare gli ascolti, ma polarizzante, esacerbando il dibattito e incitando al dubbio, portando a negare l’evidenza dei fatti. Il 70% si ritiene adeguatamente informato, solo il 30% ritiene i talk show una fonte d’informazione di qualità, pur essendo questi ultimi un rilevante luogo formativo dell’opinione pubblica. La versione della “montatura mediatica” sarebbe, secondo il sondaggio, più diffusa nell’elettorato dei partiti M5S, Fratelli d’Italia e Lega, storicamente più avversi al giornalismo, meno invece nel PD (con una forbice di oltre 30 punti percentuali). La trasformazione di un pubblico che sempre più assiste al conflitto da spettatore, prendendo posizioni come di fronte a un film, scettico di fronte alla veridicità delle immagini ma al contempo noncurante del loro approfondimento, perché si sente, di fatto, “intoccabile”.



Twitter nelle mani di Musk


The Economist e il Washington Post, tra gli altri, si sono interrogati sul significato dell’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk e su quello che adesso potrà cambiare. L'impressione, infatti, è che se sei l'uomo più ricco del mondo puoi divertirti creando le tue stesse regole, con il rischio però in questo caso che Musk possa davvero finire per controllare uno dei mezzi di comunicazione più potenti del mondo in un momento in cui il potere persuasivo dei social è determinante. Elon Musk potrebbe davvero essere un idolo del capitalismo, aspirando in qualche modo a cambiare il mondo: dalle auto elettriche ai razzi spaziali fino all’intelligenza artificiale passando adesso per Twitter. Ha sempre una parola su qualsiasi novità, dalle criptovalute ai meme, trasformando gli investitori in fan adoranti e viceversa (vedi Editoriale 78, 56 e 20). Musk ha dichiarato che il suo obiettivo sarà quello di salvaguardare la libertà di parola, riportando però sulla piattaforma anche quelle estreme voci di destra che erano state censurate, tra cui naturalmente Trump, che di Twitter aveva fatto la sua principale arma propagandistica. Ma quindi come cambierà Twitter? Dovremmo temere i piani di Elon Musk oppure vivere con curiosità questi cambiamenti? Non sappiamo ancora quale sarà il futuro della piattaforma ma quello che sembra sempre più certo è che avere la possibilità di controllare la comunicazione è davvero il segreto per il successo (a prescindere che questo faccia del bene). A conferma della rilevanza del tema, The Economist ha pubblicato un nuovo approfondimento nell’ultimo numero.


Il limite degli abbonamenti


Gli accessi a pagamento ai contenuti di un giornale creano un paradosso per gli editori. Se da un lato offrono la prospettiva seducente di entrate sicure e ricorrenti da un gruppo di utenti fedeli, dall’altro hanno il prezzo di una riduzione del traffico, degli utenti e quindi delle entrate pubblicitarie. La fiducia è rafforzata dal sapere che l'intera industria si sta muovendo verso questo modello, e alcune pubblicazioni ne hanno fatto un enorme successo. Tuttavia, per molti editori, i tassi di iscrizione rallentano quasi subito e il business di creare e sostenere una crescente base di abbonati diventa un lavoro quotidiano. Come riporta PressGazette, la scorsa settimana Quartz ha gettato la spugna, tornando a un modello di contenuto gratuito dopo aver trascorso un paio di anni a costruire una base di abbonati di 25.000 persone. In sostanza, alcuni degli abbonati di Quartz non sono affatto abbonati. Non stanno pagando per superare il paywall e leggere un prodotto che considerano essenziale, ma per aiutare a mantenere Quartz in attività. Non tanto abbonati quanto sostenitori, o mecenati. Cose simili funzionano altrove, come per il Guardian. Ma cosa succede quando gli abbonati non sono veramente abbonati? La verità è che ogni paywall incontra una crescita lenta e, alla fine, un tetto di abbonati. Per alcuni quel tetto è alto, milioni di abbonati, e il futuro è luminoso. Per troppi altri, come Quartz, non è abbastanza alto. La verità è che chiedere alle persone di pagare troppo per qualcosa che non vogliono veramente non funziona. Affidarsi agli istinti caritatevoli di una piccola parte del pubblico non è un modello di business su cui un intero settore può contare. Sperare che la gente non si accorga che sta ancora pagando per qualcosa che non usa mai non è una strategia a lungo termine. Quindi, ora è il momento per l'industria di volgere il suo sguardo ottimista in una direzione diversa. Servirebbe abbandonare la richiesta che gli utenti paghino continuamente per qualcosa che vogliono leggere solo occasionalmente e concentrarsi sul rendere i prodotti, come erano una volta, imperdibili. Una volta i giornali costavano pochi penny e vendevano milioni di copie, ogni singolo giorno.  Forse possiamo trovare la nostra ispirazione futura in alcune delle lezioni del nostro glorioso passato.