Editoriale 8

La settimana sui media
02 - 08 novembre

10 novembre 2020

Trump e la miopia dei giornali spiegati da G.Vico. I conservatori dominano sui social, nonostante gli sforzi di Twitter. Social e opinione pubblica: cosa ne pensa L.Floridi. Censurare o tollerare: cosa ne pensa Schopenhauer. Attaccare e screditare, la Russia ci prova ancora. E contro Trump si sono risvegliati pure i brand.

La Redazione

· Secondo il Washington Post i media sono stati i veri perdenti delle elezioni. Dalla Cnn al New York Times, in prima linea nella guerra liberal contro Trump, fino a giungere alla stragrande maggioranza di giornali e TV europee e non solo. La tanto annunciata onda blu non si è materializzata. Per il WP i media hanno capito ben poco sul consenso di cui gode l’ormai ex presidente degli USA, considerando valutazioni come fatti e non come opinioni. Sembra evidente che una buona fetta della popolazione americana non riconosce il loro presidente nella versione dipinta da giornali e TV e i media hanno avuto difficoltà a capire come Trump sia riuscito ad espandere il suo sostegno tra i maschi neri e la comunità latina, che gli hanno garantito la vittoria in Florida. Il punto è che i grandi giornali parlano alla mente delle persone, ma non riescono ad arrivare o ad intercettare quella che potremmo definire “costruzione mitica collettiva” che si sedimenta sull’esperienza e sull’emozione, ed è difficile da scalfire razionalmente. Il primo ad averlo intuito? Un italiano, Giambattista Vico, nella Scienza Nuova (1744).


· L’ossessione di evitare di essere accusati per avere sabotato le elezioni USA del 2020, dopo che nel 2016 i troll russi e la disinformazione sono riusciti agilmente a superare le loro difese, ha spinto i dirigenti di Facebook, Twitter, YouTube e altri social media ad autolesionarsi, intervenendo per limitare il traffico e così intaccando il loro patrimonio di lettori e la loro mission di promuovere la conversazione pubblica. Secondo il New York Times,  Twitter non ha avuto alcuno scrupolo a censurare le voci repubblicane, a differenza di Facebook che è rimasto l’unico social network a continuare ad accettare spot elettorali, probabilmente per ragioni economiche (vedi Editoriale 5). Secondo Politico, questo sistema non ha funzionato: i conservatori dominano sui social, nonostante la paura di essere censurati. A prescindere dall’efficacia di questa strategia, è oggi normale affidare a una compagnia privata il potere di stabilire cosa sia vero e cosa falso?


· Sul tema si esprime anche Luciano Floridi docente dell'Oxford Internet Institute, intervistato da Riccardo Luna per Repubblica. Floridi sostiene la necessità di una maggiore responsabilità per piattaforme quali Facebook e Twitter così determinanti nella formazione dell'opinione pubblica. Maggiore responsabilità significa cambiare natura e diventare arbitri o garanti della verità? Se sì, di quale verità parliamo? Il giornalista non nasconde tra l’altro il timore dell’arrivo in Europa di questo atteggiamento meno neutrale e più difensivo dei social media. Vedere una censura sul prossimo tweet di Salvini non sembra oggi una realtà così lontana.


· Rimaniamo sul tema della censura. La settimana scorsa Brian Williams, Shepard Smith, Jake Tapper, Lester Holt anchorman di Nbc, Cbs, Abc, Cnn (e altre reti televisive) hanno tolto la parola a Donald Trump nel momento in cui si accingeva a denunciare senza prove brogli elettorali. Si tratta di censura o di garanzia del diritto a una corretta informazione? Ne parla Paolo Mieli sul Corriere della Sera, che attribuisce quest’evento inedito alla criticità peculiare del momento. Ma forse non sarebbe male ricordare Schopenhauer, che nel suo L’arte di ottenere ragione sosteneva che non si discute con chi nega alcuni principi fondanti. Vale ancora di più in ambito scientifico: anni fa alcuni biologi avevano stabilito il principio per cui non si discute con i creazionisti, perché non si può giocare la partita del confronto con chi non riconosce nemmeno il campo di gioco.


· Secondo un report pubblicato dagli analisti di EuVsDisinfo, la task force del Servizio esterno della Commissione europea specializzata nel contrasto alla diffusione di fake news straniere, i media pro Cremlino hanno tentato di influenzare le elezioni presidenziali americane attraverso un’intensa campagna di disinformazione. I contenuti, condivisi e diffusi nei giorni precedenti al voto, avevano l’obiettivo di screditare Biden e tracciare un quadro pessimistico della situazione interna statunitense a favore di una rielezione di Trump, conveniente per il panorama politico russo. I protagonisti di questa strategia, Rt, Sputnik, News Front, Geopolitica e Katehon, hanno agito attraverso la diffusione di contenuti martellanti e persistenti in grado di condizionare e distorcere il dibattito politico, nutrendo così i canali di disinformazione anche attraverso le tematiche complottiste più diffuse. Non è la prima volta che le fake news si intromettono nel dibattito politico americano, basti ricordare infatti gli scandali delle elezioni del 2016 con Cambridge Analytica (vedi Editoriale 1) e l’inchiesta Russiagate. La domanda è se continueranno a farlo durante la presidenza Biden, con una campagna di logoramento che potrebbe durare anni.


· Senza nominare mai Trump, nel suo primo discorso da presidente eletto Joe Biden ha parlato della necessità di superare le divisioni e curare le ferite. Toni positivi e concilianti, tipici di Biden, e invito a mettere da parte la retorica tagliente, abbassare i toni, vederci di nuovo, ascoltarci di nuovo. In un quarto d’ora non c’è spazio per le promesse, non è questo il momento. Saranno sufficienti i toni pacati del neoeletto presidente a mantenere il soft power più potente del mondo? Dall’altro lato, Trump rimane coerente con la retorica dei brogli, anche quando i suoi fedelissimi lo invitano ad ammettere la sconfitta.


· Le elezioni americane appena concluse, insieme al nome del nuovo presidente eletto, hanno mostrato un dato altrettanto rilevante per la democrazia statunitense registrando un’affluenza record alle urne. Un importante contributo a questo risultato è stato dato da una serie di campagne dei brand sviluppate proprio per incentivare la partecipazione al voto. La rapida crescita del brand activism ha evidenziato l’attuale esigenza per i brand di interessarsi e impegnarsi su alcune questioni di carattere sociale nella comunicazione con il pubblico. In un paese in cui storicamente vi è una bassa affluenza elettorale rispetto gli standard internazionali, molti grandi marchi come Levi’s, Gap o Patagonia, hanno creato e condiviso contenuti che potessero sensibilizzare e creare coinvolgimento al voto indirizzando le proprie campagne specialmente verso le fasce d’età meno rappresentate e meno partecipi al voto.