Editoriale 79

La comunicazione sui media
11 - 17 aprile

19 aprile 2022

I media cinesi tra propaganda filorussa e disinformazione. Invasione di fake news. Un canale di libertà. Le imperfezioni della propaganda russa. L’epoca digitale secondo Putin. Poca diversity nei media italiani.

La Redazione


I media cinesi tra propaganda filorussa e disinformazione


Il modello della propaganda prevede che i mass media sostengano e favoriscano il punto di vista e il programma dello Stato” (La fabbrica del consenso. La politica e i mass media). Si potrebbe partire da questa frase del celebre linguista americano Noam Chomsky per definire il ruolo dell’informazione nello scenario della guerra in Ucraina. The New York Times analizza il ruolo della Cina, evidenziando come il Paese manifesti evidenti ambiguità attraverso i media, tacciati di lasciare spazio a storytelling pro Russia frutto di “una visione condivisa di risentimento per l'Occidente", come ha spiegato Maria Repnikova, prof.ssa di comunicazione presso la Georgia State University, alimentando bias cognitivi in numerosi Paesi. Caso eclatante la strage di Bucha, soggetto di narrative viziate da fini propagandistici. Ad avvalorare la complicità con la Russia il gruppo informatico Doublethink Labs che, secondo The Guardian, ha accusato la Cina di collegare il nazismo ucraino alle proteste di Hong Kong per incoraggiare la solidarietà tra i Paesi. Da un lato propaganda classica, come riportato da Euractiv attraverso le parole di Katja Drinhausen, senior analyst di MERICS, secondo cui i media cinesi operano copiando il contenuto dei media russi; dall’altro il ruolo dei social, come spiega The Washington Post, campo di battaglia della lotta alla propaganda russa. Il Cremlino ha trovato nella Cina un alleato importante chiamato a fare il “gioco sporco”. Una sorta di Dr. Jekyll e Mr. Hyde, in un limbo tra apparente neutralità rispetto al conflitto, talvolta proponendosi come intermediaria, e dall’altra spalla della Russia in una guerra fredda dell’informazione contro l’Occidente.



Invasione di fake news


Nella cornice della propaganda e della campagna di disinformazione anti-Ucraina messa in atto dal Cremlino parrebbe trovarsi l’origine, secondo un articolo di Wired, dell’eco di numerosi video su Facebook e TikTok volti a screditare i rifugiati ucraini in Moldavia. Uno di questi, dal titolo "Ecco come si comportano i migranti ucraini in Moldavia", mostra due uomini lottare in un negozio, uno dei quali, ubriaco, grida "Gloria all'Ucraina!". Tuttavia, il cartello con l’ubicazione è nascosto dal messaggio “Condividi questo video”, rendendone impossibile la verifica. La Moldavia parrebbe bersaglio metodico di un vero e proprio attacco diffamatorio verso i profughi, finalizzato a minare la solidarietà della nazione che più tra tutte è impegnata nell’accoglienza dei rifugiati e destabilizzare lo stato più povero d’Europa, in vista, secondo alcuni, di una possibile invasione. Video apparentemente autentici, ma artificialmente amplificati e strumentalizzati sui social tramite account falsi, per raggiungere numeri di condivisioni insoliti per un paese con soli 2.6 milioni di abitanti. Anche la Moldavia, come l’Ucraina, ha una regione separatista, la Transnistria, e verosimilmente sarebbe stato l’immediato obiettivo di un’eventuale successiva avanzata russa verso il ripristino di una realtà sovietica.



Fox News dalla parte della Russia?


Secondo un’analisi condotta dal New York Times, il numero di menzioni della rete americana Fox News da parte dei mezzi di comunicazione russi è aumentato del 217% rispetto all’ultimo trimestre dello scorso anno. Per comprendere meglio la presenza di Fox News sui media russi, il New York Times ha esaminato quasi 500 articoli in lingua russa, provenienti dalle due maggiori agenzie di stampa del paese: RIA Novosti e Tass. Quattro sono i motivi per cui i media russi hanno utilizzato Fox News per rafforzare la propaganda russa della guerra (vedi Editoriale 75). In primo luogo, per incolpare l’espansione della Nato. Durante lo show condotto da Tucker Carlson è intervenuto Douglas Macgregor, un ex colonnello dell'esercito, che ha ripetuto le motivazioni della Russia facendole apparire ragionevoli. Di lì a poco i media russi hanno citato Fox News. In secondo luogo, per riprendere teorie del complotto a sostegno della guerra. In particolar modo, Carlson ha rafforzato l’idea secondo cui gli Stati Uniti stessero sviluppando armi biologiche in territorio ucraino. In terzo luogo, per mettere in discussione gli obiettivi dell’Occidente, tramite interviste con esperti e politici che condannavano il sostegno all’Ucraina. Infine, per criticare il presidente americano Joe Biden. I media russi hanno ripreso numerose storie di Fox News che ponevano molti dubbi sull’idoneità del presidente a ricoprire il suo ruolo. Come emerso dalla ricerca, i media russi hanno sempre di più ripreso i servizi in prima serata di Fox News per tratteggiare un’immagine negativa degli Stati Uniti e per descrivere la politica estera americana come una minaccia agli interessi della Russia.



Un canale di libertà


Quasi tutti i canali d’informazione in Russia sono sotto il controllo dello stato e con lo scoppio della guerra i canali social delle Big Tech sono stati chiusi e rimpiazzati da delle copie russe. Telegram però si mantiene un canale piuttosto libero che, com’è stato per i movimenti di estrema destra americana (vedi Editoriale 19) e per le comunicazioni dell’Isis, è stato capace di mantenere una propria indipendenza dai controlli governativi grazie alle proprie funzionalità e regole di privacy. Attualmente, come riporta il New York Times, Telegram è infatti la piattaforma preferita dai russi che cercano di sfuggire alla propaganda di Mosca, dove vengono scambiate e diffuse informazioni, foto e video non manipolati dal governo. Molti giornalisti, insegnanti e cittadini si affidano alla libertà di privacy garantita da Telegram per informarsi sulla guerra, parola bandita dalla propaganda russa che definisce “fake news” tutto quello che non è approvato dal governo. Anche alcuni blogger e influencer russi sono diventati strumento di propaganda, “politicizzandosi” per sostenere le tesi del Cremlino. Il Post racconta anche che molti influencer hanno condiviso una diversa narrazione dei fatti attuali, promuovendo il tema della discriminazione e russofobia voluta dall’occidente. La guerra crea schieramenti e così, come avvenuto nel panorama globale, anche dentro la stessa Russia coesistono sentimenti opposti di sostegno e condanna verso Putin e saranno certamente anche l’umore e le iniziative interne che determineranno l’esito di questa guerra, fatta di armi e informazione.



Le imperfezioni della propaganda russa


Come riporta il New York Times, gli attivisti ucraini e le istituzioni occidentali, usando un mix di alta tecnologia e tattiche da guerra fredda, hanno iniziato a far breccia nella bolla della propaganda in Russia, facendo circolare informazioni sulla guerra in Ucraina tra i cittadini russi per seminare dubbi sui conti del Cremlino. Mentre la Russia presenta una versione asettica della guerra, gli attivisti ucraini hanno inviato messaggi che evidenziano la corruzione e l'incompetenza del governo nel tentativo di minare la fiducia nel Cremlino. Le organizzazioni americane stanno anche promuovendo l'uso di un software che permette ai cittadini russi di saltare il firewall eretto dal Cremlino per controllare l'accesso a internet. Gli sforzi affrontano alte barriere mentre il Cremlino stringe i controlli sui giornalisti e su internet, approvando leggi che hanno costretto la chiusura di media indipendenti, come l'Eco di Mosca. Il governo russo sta facendo tutto il possibile per tenere i russi all'oscuro della più grande guerra in Europa dal 1945, concentrandosi in particolare sulla limitazione dei rapporti sulle vittime di guerra. Nel suo più recente annuncio ufficiale, alla fine di marzo, la Russia ha riportato 1.351 morti militari, mentre l'ultima stima dell'intelligence americana ha messo il numero a 4.000-5.000. Ma le crepe nella facciata di Mosca cominciano a mostrarsi. Giovedì, il portavoce del Cremlino ha riconosciuto che la Russia ha subito “perdite significative”. Anche se per ora Putin e l'invasione rimangono popolari in Russia, gli analisti avvertono che tali misure degli atteggiamenti russi non sono affidabili, soprattutto perché molte persone temono di fare dichiarazioni contro la guerra e inizia a crescere ansia tra i russi riguardo alle vittime della guerra. Ci sono i primi segni che gli sforzi per abbattere il muro della propaganda potrebbero funzionare.



L’epoca digitale secondo Putin


In piena epoca digitale, il mondo sta assistendo alla guerra come mai prima d’ora soprattutto per il dettaglio e la rapidità del flusso di informazioni. Come raccontato dal Corriere della Sera, i social attraverso i quali comuni cittadini raccontano la guerra giocano un ruolo fondamentale nel coinvolgimento, anche emotivo, delle persone.  Nonostante questo, Putin si è approcciato al digitale con la logica della guerra fredda e della propaganda. Prima dell’invasione russa il 60% degli ucraini era iscritto a un social network, ma una delle prime azioni di guerra dell’esercito russo è stato quello di abbattere l’antenna televisiva che trasmetteva da Kiev. Internamente, Putin ha bloccato l’accesso all’informazione digitale, affidandosi a tv e radio per diffondere la sua propaganda. Allo stesso tempo, però, investe in modo massiccio anche sull’intelligenza artificiale per generare confusione in rete. Dall’altro lato del fronte, Zelensky, il “servitore del popolo” portato al potere dal proprio esercito di followers con il 73% delle preferenze nel 2019, sfrutta appieno il potenziale del web per persuadere l’Occidente ad intervenire e interrompere l’invasione del suo Paese. Tra i due fuochi, l’opinione pubblica mondiale: inondata di informazioni confuse, è obbligata a fare una scelta tra una visione e l’altra perché i social richiedono questo, e rapidamente. La televisione non aiuta, perché la capacità di concentrazione del pubblico è limitata a pochi minuti e la maggior parte dei talk show sta perdendo la funzione di approfondimento in nome dello share, prediligendo lo scontro (vedi Editoriale 76). Evidentemente, anche la lezione appresa durante la pandemia serve a poco, perché questi elementi rischiano di generare una nuova infodemia. Ai suoi albori, il web rappresentava il punto d’approdo della democrazia informativa, ma non si potevano sicuramente prevedere né trolls né machine learning progettati per avvelenare l’informazione. L’errore più grande, però, è stato sottovalutare la pigrizia degli individui che li spinge a farsi comunque un’opinione senza aver prima verificato i fatti. Tutto più semplice, e proprio per questo è un campanello d’allarme.



Poca diversity nei media italiani


Secondo il Diversity Media Report 2022 appena pubblicato dall’associazione Diversity in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia, i programmi televisivi italiani valorizzano ancora in parte il tema della diversity. Fatta eccezione per prodotti come le serie tv internazionali, infatti, l'approccio al tema è ancora fermo a una trattazione episodica e/o superficiale, per lo più legata a fatti di cronaca, attualità o politica dove alcune forme di diversity vengono particolarmente dimenticate (una su tutte la disabilità). A riportarlo, tra gli altri, è anche Mark Up, che sottolinea come dalla ricerca annuale sulla rappresentazione della diversità si intravede anche qualche segnale di cambiamento verso un’agenda volta a valorizzare la diversità: un caso esemplare è rappresentato dall’informazione quotidiana sulle Paralimpiadi di Tokyo. Nonostante questo sporadico episodio, nei programmi tv mainstream “manca ancora un’espressione della diversità: segno che la produzione televisiva, rispetto ad altri canali, sia più portata a ritenere il proprio target meno capace di ‘comprendere’ alcune tematiche legate alla diversità”, afferma Francesca Vecchioni, presidente di Diversity.