Editoriale 75

La comunicazione sui media
14 - 20 marzo

22 marzo 2022

Perché la guerra fa vendere i giornali. West side story delle fake news. I copywriter di Zelensky. Era Z. Quasi amici in guerra. Quanto ti senti libero di parlare in America.

La Redazione


Perché la guerra fa vendere i giornali


Da quando è scoppiato il conflitto russo-ucraino le prime pagine dei giornali sono occupate da notizie che giungono direttamente da Kiev, Mariupol e Odessa. Secondo Politico, i giornalisti amano raccontare la guerra perché coprire mediaticamente un conflitto in corso può nascondere numerosi interessi: in primo luogo, la guerra vende. Il mondo dell'informazione ha imparato che nel momento in cui inizia una guerra, l'interesse per le notizie aumenta: l'audience settimanale del sito web in lingua inglese della BBC in Russia è aumentata del 252% durante la prima settimana del conflitto; la guerra sfrutta la tendenza alla negatività tipica del giornalismo, più una storia potrà avere risvolti negativi più potrà essere apprezzata; è facile scrivere una cronaca di guerra. Ovviamente non si intende dire che i giornalisti al fronte non stiano rischiando la vita, ma i conflitti forniscono agli operatori dell’informazione una quantità infinita di storie da raccontare; infine, la guerra fa avanzare le carriere dei giornalisti che, dopo aver narrato un conflitto, si ritrovano improvvisamente al centro di un nuovo interesse da parte di altre testate. In ultima analisi, perché la narrazione della guerra abbia successo è necessaria la presenza di un pubblico interessato. È questo il vero motivo per cui la guerra fa vendere i giornali: i lettori amano le storie commoventi e disastrose, in cui potersi schierare dalla parte del bene o del male e poter partecipare emotivamente al racconto.



West side story delle fake news


La disinformazione da parte della Russia è evidentemente protagonista della guerra in Ucraina ma sorprende il fatto che alcuni contenuti delle teorie più diffuse provengano addirittura dall’occidente e in particolare dagli USA. Come raccontato dal The Guardian, il mito del programma segreto americano dei laboratori ucraini di armi biologiche è infatti passato dall’essere una teoria diffusa tra le frange degli estremisti di QAnon fino ai programmi di Fox News. La macchina della propaganda russa è però così impegnata a seminare disinformazione che adesso hanno persino deciso di trasmettere sulla TV russa il programma tv made in USA di Tucker Carlson, che vanta più di 3 milioni di spettatori su Fox News. Carlson, in particolare, ha insistito sul fatto che gli Stati Uniti stavano “finanziando la creazione di un programma di armi biologiche in Europa”, dando voce ai complottisti americani pro-Trump che vogliono screditare Biden e il partito democratico fornendo però in questo modo eccellente materiale strategico per la propaganda sostenuta dal Cremlino. L’occidente continua a combattere la Russia e la sua disinformazione facendo leva sul potere delle nuove connessioni digitali che, nonostante la censura e le limitazioni, riescono a trovare modalità per raggiungere un ampio target (grazie anche al prezioso supporto di Elon Musk).



I copywriter di Zelensky


Dall’inizio della guerra Zelensky non ha mai sbagliato le parole o i tempi di comunicazione. Come riportato da Repubblica, il leader ucraino si è rivolto ai parlamentari americani spiegando che per l'Ucraina “ogni giorno è l'11 settembre”, ha citato Churchill davanti agli inglesi e ha evocato “il nuovo muro di Berlino innalzato da Putin” al Bundestag. Ha la straordinaria capacità di toccare corde patriottiche, generare empatia e, soprattutto, è l’autore di sé stesso. Facendo un passo indietro, è iniziato tutto a Kryvy Rih, quando insieme ad attori, gente di spettacolo, manager, scrittori e avvocati, Zelensky aprì uno studio di produzione, chiamandolo Kvartal95. Da allora i più grandi successi sono stati uno show satirico e la ormai famosa serie tv “Servitore del Popolo”, con protagonista proprio Zelensky. Nel 2017, il gruppo fonda il partito populista che prende il nome dalla loro serie tv e Zelensky, in due anni, diventa l'uomo più potente del Paese. Il vero segreto del presidente ucraino sono i creativi e i vecchi amici: l'uomo che scrive insieme a lui i discorsi si chiama Yuriy Kostyuk, sceneggiatore di Servitore del popolo, e ora ricopre il ruolo di vice-capo dell'Ufficio del presidente. Così anche Andriy Yermak, produttore televisivo del giro Kvartal95, adesso il primo consigliere di Zelensky. Come riportato dal Post, con i suoi discorsi Zelensky sta avendo molto successo nel far immedesimare il resto del mondo nel sofferente popolo ucraino. Kathleen Hall Jamieson, della University of Pennsylvania, ha definito lo stile comunicativo di Zelensky “evocativo dal punto di vista visivo e molto teatrale”, ed è per questo che sta avendo successo in Occidente.  È chiaro che se Putin sta lavorando per potenziare al massimo la macchina della sua propaganda interna, rafforzando anche la censura, Zelensky sta invece investendo molte energie nella comunicazione rivolta ai paesi esteri, in una sorta di propaganda finalizzata a ricevere più sostegno e aiuti dalla comunità internazionale.



Era Z


Dal 24 febbraio è salita al 70% l’approvazione dell’opinione pubblica russa verso l’operato di Putin. È il risultato un’abile manipolazione dell’informazione sul conflitto in Ucraina, tramite messaggi martellanti di propaganda e una studiata selezione dei termini, di recente anche nel discorso dello zar allo stadio Luzhniki di Mosca per celebrare gli 8 anni dall’annessione della Crimea. “Patrioti” i soldati inviati a estirpare il “tradimento” tramite “l'operazione speciale”. Una nuova “era Z” in cui, secondo un articolo di Repubblica, la TV diventa il nuovo “oppio dei popoli” per la narrazione di una verità invertita in cui “invasori” e “liberatori” si invertono, in una lotta contro un “fascista drogato” e quegli “ipocriti bugiardi” degli occidentali; in cui i rifugiati ucraini starebbero trovando accoglienza nell’amorevole Russia, o usati come scudi umani dell’occidente. I volantini distribuiti nelle aule delle scuole, videolezioni obbligatorie per studenti e genitori, licenziamenti per i docenti che non si facciano portavoce della propaganda. Largo uso di simboli, in primis l’onnipresente Z, in flash mob e magliette, nonché di influencer e celebrità russe: “sono nato nell'Urss” ha cantato Oleg Gazmanov. Una mistificazione del vero che, anche a seguito della dura reazione occidentale, avrebbe fatto salire agli apici la popolarità dello zar secondo istituti filogovernativi. Sarà vero?



Quasi amici in guerra


Russia e Cina sembrano in sintonia più che mai, nonostante le posizioni ufficiali di quest’ultima ribadite di recente dal responsabile esteri del Partito comunista cinese, Yang Jiechi (il quale ha smentito le accuse americane secondo cui la Cina sarebbe pronta a fornire sostegno economico e militare alla Russia). Come raccontano Formiche e Wired, così come in Russia, infatti, anche il Dragone sta ricalcando le stesse linee in materia di propaganda promuovendo le narrazioni pro-Cremlino e abbracciando le campagne di disinformazione russe, tra cui la bufala sulle armi chimiche finanziate dagli Stati Uniti (vedi Editoriale 73). Tutte queste linee narrative sono ricondivise da funzionari del partito-Stato in giro per il mondo; a tal proposito, un’analisi del ricercatore Marc Owen Jones mirata sulla bufala poco prima citata ha evidenziato la perfetta convergenza tra propaganda russa e ricondivisione da parte degli account ufficiali cinesi sui social occidentali: “I media statali cinesi hanno anche ampiamente citato, ritwittato e parafrasato le dichiarazioni dei funzionari del governo russo e dei media statali russi sia prima, sia dopo l’invasione”, hanno scritto gli autori del Gmf. Si tratta di una pratica che difficilmente vedrà la sua fine.



Quanto ti senti libero di parlare in America


Un recente sondaggio nazionale, commissionato da Times Opinion e Siena College e ripreso dal New York Times, evidenzia come l’America stia affrontando una crisi di fiducia intorno a uno dei valori fondamentali della Nazione quale la libertà di parola. La ricerca rivela che solo il 34% degli americani ha detto di credere che tutti i cittadini godano completamente della libertà di parola e che l'84% degli adulti pensa che il fatto che alcuni americani non parlano liberamente nelle situazioni quotidiane per paura di ritorsioni o aspre critiche sia un problema “molto serio” o “un po' serio”. La libertà di parola e di espressione è vitale per la ricerca della verità e della conoscenza del nostro mondo. Una società che valorizza la libertà di parola può beneficiare della piena diversità delle sue persone e delle loro idee. A livello individuale, gli esseri umani non possono fiorire senza la fiducia di correre rischi, perseguire idee ed esprimere pensieri che altri potrebbero rifiutare. La cosa più importante è che la libertà di parola è il fondamento dell'autogoverno democratico. Il sondaggio ha inoltre rilevato che il 46% degli intervistati ha detto di sentirsi meno libero di parlare di politica rispetto a dieci anni fa. Il 30% ha detto di sentirsi uguale. Solo il 21% delle persone ha riferito di sentirsi più libero, anche se negli ultimi dieci anni c'è stata una vasta espansione delle voci nella piazza pubblica attraverso i social media. Molti americani sono comprensibilmente confusi, quindi, su cosa possono dire e dove possono dirlo. Mentre il livello di ansia nazionale intorno alla libertà di parola è evidente, le soluzioni sono molto meno chiare.