Editoriale

Editoriale 7

La settimana sui media
26 - 01 novembre

Le parole sono importanti, soprattutto in medicina. Ancora la propaganda cinese, ma questa volta i giornali italiani sono d’accordo. E la Cina sfida l’America pure sul suo campo d’elezione. Come vota l’Economist e cos’ha fatto di male Trump al pensiero liberale. Ancora gli scienziati sul palcoscenico, e non è una cosa buona. Nota di ottimismo finale sui giornali di carta.

La Redazione

· Quanti contagi si sarebbero evitati se all’inizio non si fosse parlato di influenza? Quanto sarebbe diverso oggi il comportamento delle persone se fin dall’inizio avessimo parlato di “mascherine salvavita” e “distanza di sicurezza”? Se lo chiede Oscar Di Montigny su Linkiesta, il quale si interroga su quanto il lessico sia un fattore centrale nella gestione di questa pandemia. Secondo l’autore, oggi più che mai la corretta informazione è un’arma che può sconfiggere il virus, specialmente quando è in corso la seconda ondata di infodemia (vedi Editoriale 4).


· Media italiani e media cinesi non sono mai stati così amici, nonostante il crollo della reputazione della Cina in seguito al Covid (vedi Editoriale 4) e una forte campagna di disinformazione portata avanti dai Wolf Warriors (vedi Editoriale 3). Formiche sottolinea la poca attenzione dedicata ai media tradizionali, rispetto a quelli digitali, sul tema della disinformazione cinese sulla pandemia. In vista della sottoscrizione del Memorandum of Understanding sulla Belt and Road Initiative tra il governo cinese e quello italiano il 23 marzo 2019, si è registrata una notevole accelerazione di accordi bilaterali – e rigorosamente segreti – tra i media italiani e le loro controparti statali cinesi. Quanto siamo disposti a sacrificare il diritto ad una corretta informazione per un fruttuoso accordo commerciale? Una soluzione potrebbe essere la proposta per il diritto del cittadino a conoscere in discussione all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa.


· Dopo i dazi, arriva la guerra sui media. USA e Cina sembrano volersi sfidare anche su questo campo, come se non bastassero economia, tecnologia e diritti umani. The Guardian racconta come la Cina abbia inasprito le regole su alcuni mezzi di comunicazione statunitensi, definendo la mossa "necessaria e reciproca" dopo che i giornalisti cinesi in America sono stati colpiti da restrizioni la scorsa settimana. Era d’altronde inevitabile una guerra fredda anche in questo settore, sempre più rilevante per le prime due economie nel mondo.


· In accordo alla sua tradizione The Economist non poteva mancare all’appello dei media che hanno preso una posizione netta sulle elezioni americane. E così, sulla copertina dell’ultimo numero, compare il titolo “Why it has to be Biden”. L’endorsement del magazine economico più influente del mondo è sicuramente originale e diametralmente opposto all’editoriale del New York Times (vedi Editoriale 4): l’articolo è quasi interamente dedicato a Trump. Giunti a questo punto, il cerchio degli endorsement si è chiuso, i media si sono schierati. I big del settore sembrano sostenere Biden. Non sono solo i giornali liberali, ma anche quelli conservatori come l’Economist, perché, come teorizza Giuliano Ferrara, la vera vittima del trumpismo è stato il pensiero liberale conservatore.


· All’ingresso dello spettacolo in politica il mondo si è abituato, dalla campagna elettorale di Kennedy a Trump, passando per Berlusconi. Ma all’ingresso dello spettacolo nella scienza le persone non erano pronte, nella speranza che ciò non accadesse. In Italia questo pericolo si è concretizzato in un distopico immaginario fra conflitti personali, legittimi interessi e visibilità eccessiva. Immunologi, virologi ed esperti rispettati, con cariche importanti in ospedali o istituti italiani ed esteri, hanno preferito lo scontro mediatico alla collaborazione, portandosi dietro le proprie tifoserie (vedi Editoriale 3). E tutto questo su ogni mezzo di comunicazione disponibile, pubblico e privato. Ciò che preoccupa è chi esce sconfitto da questa partita: il cittadino che, tra pandemia e infodemia, cerca certezze nella scienza e nei suoi massini rappresentanti.


· “La carta ha comunque un futuro”. Madhav Chinnappa, responsabile dell’ecosistema delle news di Google, ha parlato al Corriere della Sera nel giorno in cui viene annunciato il bilancio finale della Digital News Initiative (Dni) e quello del primo biennio della Google News Initiative (Gni). Diversi i temi trattati: dalla rivoluzione nel panorama dell’editoria negli ultimi dieci anni alla normativa Ue sul copyright. Nell’ultima risposta, Chinnappa tira fuori tutto il suo ottimismo riguardo al futuro dei quotidiani di carta.