Editoriale 63

La comunicazione sui media
20 - 26 dicembre

28 dicembre 2021

Un pacco dalla Cina. La Polonia tra America e libertà di informazione. La narrazione militare del Cremlino. Meta contro i bulli del web. The social Calenda.

La Redazione


Un pacco dalla Cina


In uno “special report” di Reuters si legge come Amazon abbia collaborato con il governo di Pechino e i suoi apparati di censura. L’agenzia di stampa britannica ha ricostruito alcuni dei casi più rilevanti, a cominciare da quello che riguarda il libro del presidente cinese Xi Jinping, venduto anche da Amazon. Circa due anni fa, dopo che sul sito era comparsa una recensione negativa, il regime comunista ha ordinato all’azienda di vietare qualsiasi valutazione e recensione del libro da parte dei clienti in Cina. “Valutazioni e recensioni sono una parte cruciale del business di e-commerce di Amazon, un modo importante per coinvolgere gli acquirenti. Ma Amazon si è conformata” scrive Reuters, citando la testimonianza di due persone informate sui fatti. “Attualmente, sul suo sito cinese Amazon.cn, il libro pubblicato dal governo non ha recensioni dei clienti o valutazioni. E la sezione dei commenti è disabilitata”, aggiunge Reuters. Questa decisione della società è in realtà parte di uno sforzo più profondo e decennale per ottenere il favore di Pechino e proteggere e far crescere il proprio business in uno dei più grandi mercati del mondo. Seguendo questa strategia Amazon ha collaborato con l’apparato di propaganda cinese per creare un portale di vendita sul sito statunitense della società, Amazon.com - un progetto che è stato conosciuto come China Books. Il portale, con oltre 90 mila pubblicazioni in vendita, aveva tra i suoi bestseller un libro sugli sforzi “eroici” della Cina nella lotta alla pandemia e uno sulle meraviglie dello Xinjiang, la regione dove, secondo le Nazioni Unite, la Cina ha internato un milione di Uiguri, la minoranza musulmana, in una rete di campi di “rieducazione” e “lavoro”. Se dunque da un lato la Cina censura le grandi aziende americane al suo interno, dall’altro le sfrutta come strumenti di propaganda all’esterno (vedi Editoriale 62). Dal canto suo Amazon rifiuta di giudicare il regime cinese e le sue violazioni dei diritti umani. In un documento interno del 2018 si legge: “Il controllo ideologico e la propaganda sono il nucleo degli strumenti del Partito comunista per raggiungere e mantenere il suo successo. Non stiamo esprimendo un giudizio sul fatto che sia giusto o sbagliato”.



La Polonia tra America e libertà di informazione


Il presidente polacco Andrzej Duda ha posto il veto sulla dibattuta legge che avrebbe vietato le licenze di trasmissione per quei media che hanno proprietà extra europee. Il principale partito del governo di destra, Legge e Giustizia (PiS), aveva insistito sul fatto che la legge era necessaria per limitare l'influenza straniera sui media nazionali. Tuttavia, come spiegato da Politico e dal Wall Street Journal, l’unica a pagarne le conseguenze in Polonia sarebbe stata l’emittente televisiva TVN di proprietà dell’americana Discovery. TVN e il suo canale di informazione TVN24 sono piuttosto critiche nei confronti del governo e costituiscono gli unici media indipendenti del Paese. La legge, firmata velocemente dal Parlamento il 17 dicembre, sarebbe stata un attacco diretto alla libertà di informazione in Polonia. La popolazione si è mobilitata con numerose proteste durante il weekend ma la scelta del presidente Duda di bloccare la legge non deriverebbe, secondo quanto riportato da Il Foglio, dal desiderio di difendere TVN. Piuttosto sembra che le forti pressioni da parte dell’amministrazione Biden abbiano costretto il PiS a fare dietrofront. Gli USA infatti hanno espresso la loro contrarietà nei confronti della legge in questione e hanno chiesto esplicitamente a Duda di porre il veto. L’opposizione polacca ha anche accusato il governo di aver approvato il disegno di legge solo per distrarre il Paese da problemi più importanti, come l’aumento dei decessi per il Covid, gli alti prezzi dell'energia e una crisi di confine in corso con la Bielorussia. Grazie agli Stati Uniti la democrazia in Polonia è salva. Resta solo da capire la lentezza dell’intervento dell’Unione Europea.



La narrazione militare del Cremlino


Sulla situazione in Ucraina, la Russia alimenta una narrazione preoccupante che richiama quella sulla Crimea, dipingendo la possibile invasione come un’azione patriottica in difesa dei nemici che la accerchiano. Come riportato da Formiche, il ministro della difesa russo Sergei Shoigu ha affermato che nella provincia di Donetsk 120 contractor americani avrebbero spostato in due città dei camion contenenti sostanze chimiche non identificate, lasciando intendere che potrebbe essere inscenato un attacco chimico nel Donbas, la regione dell’Ucraina orientale dove dal 2014 i ribelli separatisti sono supportati dalla Russia nella guerra di indipendenza contro Kiev. Non vi sono prove di quanto affermato da Shoigu e il Pentagono ha smentito tutto, ma la dichiarazione proveniente da uno dei più importanti esponenti russi è un chiaro esempio di come il Cremlino stia mettendo in piedi una contro-narrativa in risposta alle accuse provenienti da USA, Europa e NATO di aver aumentato le truppe al confine con l’Ucraina. Il governo russo è impegnato anche internamente a mantenere salda l’opinione pubblica e prepararla alla guerra in un momento di crisi, esasperata anche dal dilagare del Covid. Negli ultimi 8 anni, Putin ha diffuso la percezione che la Russia sia circondata da nemici e un’escalation – o la minaccia di essa – cementerebbe la leadership interna perché avvicinerebbe ancor di più i fedelissimi e coccolerebbe gli scettici con un po’ di nazionalismo erogato dalle istituzioni e dai media. Esternamente, invece, teme che l’arrivo in Ucraina di armi della NATO possa portare un vantaggio importante a Kiev, ipotesi che non può permettersi poiché darebbe agli USA e alla Nato la prova del suo indebolimento.



Meta contro i bulli del web


Meta (vedi Editoriale 58), l’azienda precedentemente conosciuta come Facebook, condivide abitualmente i dati inerenti gli attacchi sulle sue piattaforme, quindi il modo in cui i suoi team provano a fermarli. Come riporta The Washington Post, l’ultimo rapporto diffuso dalla società – dicembre 2021 - si concentra su due nuove categorie che Meta sta prendendo di mira per depennare questi attacchi: il "brigading" e la "segnalazione di massa". Queste violazioni dei termini di servizio sono abitualmente effettuate da account reali oltre a quelli falsi, ed entrambi fanno qualcosa di più del tipico “inondare lo spazio dell'informazione con bugie o propaganda”: tentano di mettere a tacere coloro con cui sono in disaccordo. I social media, quindi, sono sempre più chiamati a fornire al pubblico quanti più dettagli e chiarezza possibile sulla frequenza e la modalità di questi attacchi, anche in virtù delle evoluzioni e delle mille forme che questi possono assumere.



The social Calenda


Da un report realizzato dalla società di marketing e comunicazione DeRev, ripreso in un articolo di Wired, Carlo Calenda si aggiudica il primo posto per engagement sui social network in una classifica che individua i 15 politici italiani che hanno saputo coinvolgere maggiormente la comunità digitale. Seguono a ruota Roberto Speranza, Enrico Letta e Giorgia Meloni. Netto il distacco dei primi quattro rispetto a Matteo Salvini, che scende al 22% di performance (la metà dei precedenti), ormai da tempo superata dalla leader di FdI. Ultimo Matteo Renzi (6%). Calenda, particolarmente efficace su Twitter, e il Ministro della Salute, più forte su Facebook, avrebbero soprattutto giovato della notorietà derivante rispettivamente dalle elezioni amministrative e dall’emergenza sanitaria. Ma in generale, la chiave di volta è una comunicazione appassionante e quindi capace di stimolare interazioni. Poco sfruttata in generale la piattaforma di Instagram, sintomo di scarso dialogo coi giovani, rispetto ai quali anche lo sforzo di Letta rimane insufficiente. Di Maio in perdita di follower (70 mila tra Fb e Ig) al pari di Matteo Renzi che, nonostante sia il politico con il numero maggiore di post sponsorizzati (227.644 di spesa dal 2019), non riesce nell’intento di incrementare l’engagement. Anche Giuseppe Conte perde terreno, in un fenomeno di generale disinnamoramento delle comunità storiche.