Editoriale 61

La comunicazione sui media
06 - 12 dicembre

14 dicembre 2021

Adesso l’Economist ci ama. Zerocalcare come Alan Ford. Musk nello spazio, Murdoch nel Covid. Le ombre sulla fusione Digital World-Trump Media. Facebook in Myanmar. Contro i social media in America.

La Redazione


Adesso l’Economist ci ama


Qual è l’atteggiamento della stampa internazionale nei confronti di Mario Draghi?  Ne parla su Domani l’ex direttore dell’Economist Bill Emmott, autore della celebre copertina che definiva Silvio Berlusconi “Unfit to lead Italy” nel 2001.  “Draghi è arrivato con una reputazione già molto forte grazie alle conoscenze maturate durante il suo periodo alla Bce. Se dovessi però muovere una critica alla stampa internazionale sarebbe quella di analisi molto superficiali del suo contributo che è invece molto significativo, considerata la gestione del PNRR” ha dichiarato Emmott. Sembra insomma il riconoscimento di quel curioso bias cognitivo che colpisce i grandi giornali stranieri quando devono analizzare la politica italiana: non la capiscono, perchè sembra loro oscura, bizantina ed autoriferita. Ma quelle di Emmot sono parole già superate dalla storia: l’ultima edizione dell’Economist elegge l’Italia come paese dell’anno, proprio grazie alla presenza di Mario Draghi e alla sua gestione dell’emergenza. Con l’auspicio che possa rimanere al suo posto, invece di ambire al ruolo “cerimoniale” del Quirinale. Ma l’Economist sa cosa fa esattamente un Presidente della Repubblica in Italia?



Zerocalcare come Alan Ford


La serie animata italiana “Strappare lungo i bordi”, scritta e diretta da Zerocalcare, rappresenta un fenomeno inedito, per la sua eco mediatica nata “dal basso”. La serie si è infatti saputa imporre andando oltre la produzione mainstrem e ha raggiunto, grazie alle nuove abitudini di consumo nate in periodo pandemico, un pubblico assai vasto: non solo “giovani alternativi”, ma anche un pubblico dai gusti più tradizionali. Meno inedita invece, come evidenzia un articolo di Formiche, la politicizzazione del fenomeno stesso, nell’eterna campagna elettorale tutta italiana dello scontro destra-sinistra, che strumentalizza ed esaspera ogni dibattito di tendenza (tra i temi, ad esempio, la polemica sul dialetto romanesco di Zerocalcare). La politica rimane invece totalmente indifferente e noncurante del potenziale derivante dall’esportazione della fumettistica italiana (e del pop nostrano in generale) all’estero, vale a dire l’opportunità di esercitare nel mondo un soft power non indifferente, che rimane tuttavia non sfruttato. Possibile è in tal senso un confronto con il fumetto italiano “Alan Ford” di Luciano Secchi e Roberto Raviola, che fu capace di divenire elemento unificante e quasi oggetto di culto nell’ex Jugoslavia. Anche in questo caso, la satira attingeva ampiamente dalla cultura nostrana e dai canoni della commedia all’italiana, eppure ciò non costituì in alcun modo un ostacolo al gradimento di cui Alan Ford godette fuori dal paese, adattando in fase di traduzione in croato il proprio registro, comicità e linguaggio. Tuttavia, allora come oggi, l’Italia non si avvalse del potenziale di soft power che avrebbe potuto accrescere la sua influenza sui Balcani.



Musk nello spazio, Murdoch nel Covid


Elon Musk è apparso sulla copertina del Time come “Persona dell’anno” 2021. Il CEO di Tesla e Space X è stato scelto per il suo genio, la sua lungimiranza e forse anche per la sua follia, tanto che la nota rivista americana l’ha paragonato al Doctor Manhattan di Watchmen. Qualche giorno prima della nomina, Politico scriveva che l’essere influente non significa necessariamente essere un modello positivo, anzi la storia di questo riconoscimento è contraddistinta da personaggi controversi e negativi. Basti pensare ad Adolf Hitler, scelto nel 1938. Simbolo del fatto che la personalità andrebbe misurata per il suo impatto e non per la sua virtù. Oggi scegliere la “Persona dell’anno” vuol dire dare la propria approvazione e stima, ma per la dialettica del Timeforse potrebbe risultare interessante cambiare rotta e permettere ai lettori di elaborare una propria opinione. Politico aveva proposto infatti Rupert Murdoch, che possiede (tra le altre cose) il Wall Street Journal e presiede Fox News, la rete di notizie via cavo più vista in America, che influenza la visione del mondo e non solo dei telespettatori conservatori. Ha davvero condizionato la società in modi che vanno oltre il potere di contrastare anche il presidente degli Stati Uniti. Murdoch ha permesso a Fox News di diffondere la propaganda dei no-vax e dei no-mask e questa disinformazione è costata innumerevoli vite. La sua rete ha alimentato la narrazione secondo cui le ultime elezioni americane siano state rubate e che Biden non sia il legittimo presidente. Il potere di Rupert Murdoch ha cambiato notevolmente il volto della sua nazione, ora più debole e divisa. Si sarebbe potuta riconoscere la sua influenza. La scelta per la “Persona dell’anno” 2021 è però ricaduta su Elon Musk, l’uomo “che aspira a salvare il nostro pianeta e a procurarcene uno nuovo da abitare”; l’uomo più ricco al mondo che ha lanciato in orbita satelliti e ha inventato l’auto elettrica che oggi domina il mercato automobilistico. In grado di modificare l’andamento del mercato azionario con un post sui social.



Le ombre sulla fusione Digital World-Trump Media


Il 6 dicembre scorso, Digital World Acquisition Corp, la special purpose acquisition company (spac) che ha chiuso un accordo per la fusione con la Trump Media & Technology Group, la media company di Donald Trump, ha rivelato di essere stata sotto indagine della SEC, il principale regolatore di Wall Street, e della Financial Industry Regulatory Authority, un whatchdog della borsa. Come riportato dall’Economist, mischiando il nuovo strumento di Wall Street e il tentativo di creare una società di social media da parte di Donald Trump, un’indagine da parte della SEC è il minimo che potesse accadere. Questo perché la spac è uno speciale strumento finanziario: è fondamentale che la spac sia creata senza influenze e che scelga l’azienda con la quale fondersi, non viceversa. Ci sono due ragioni per sospettare che Digital World e Trump Media si fossero pre-accordati sulla fusione: la rapidità con cui questa è avvenuta e il fatto che Patrick Orlando, ora capo di Digital World, secondo il New York Times parlasse con i rappresentanti di Trump di una fusione già da aprile. Da quando è trapelata la notizia dell’affare, le azioni di Digital World sono state scambiate tra i 40 e i 70 dollari, mentre gli investitori chiedevano a gran voce di più. Per questo, come riporta Formiche, Trump ha dovuto cercare un miliardo di dollari in borsa. Infatti, l’accordo valuta Trump Media 875 milioni di dollari, ma per avere azioni dello stesso valore di Digital World, Trump ha deciso di cedere le sue ad un prezzo maggiorato. Dopo essere stato bandito da quasi tutte le piattaforme social, come tutta la galassia conservatrice statunitense, Trump sta cercando di creare un ecosistema di media per contrastare il sistema mediatico considerato troppo vicino ai progressisti.



Facebook in Myanmar


Che Facebook sia stato usato per diffondere la retorica che ha incitato la carneficina dei Rohingya - la minoranza musulmana del Myanmar - è difficilmente discutibile. Ma se sia responsabile di ciò che è successo è una questione più complicata. The Economist scrive che potremmo avere presto una risposta: è infatti in corso una campagna legale per conto dei Rohingya, che hanno puntato il dito contro l’algoritmo della società di Mark Zuckerberg, rea di aver favorito la diffusione di messaggi d’odio nei loro confronti. La denuncia è stata depositata negli Stati Uniti e la richiesta è di un risarcimento di 150 miliardi di dollari. Anche se le compagnie internet americane sono tipicamente protette dalla responsabilità per i contenuti diffusi attraverso le loro piattaforme, la causa sostiene che il tribunale deve applicare la legge birmana per i danni fatti in Myanmar. I tribunali americani possono teoricamente applicare le leggi straniere in questo modo, anche se ci sono pochi precedenti. Le accuse rientrano in due categorie. La prima è che dal 2010 Facebook - ora Meta - non è riuscito attivamente ed efficacemente a moderare i contenuti sulla sua rete che stavano contribuendo all'incitamento del genocidio in Myanmar, pur essendo consapevole di ciò che stava accadendo. Il secondo è che gli algoritmi di raccomandazione dei contenuti di Facebook hanno amplificato la diffusione di questi contenuti. Le cause attuali sostengono che Facebook è sia produttore che, in qualche misura, messaggero: i suoi algoritmi decidono ciò che la gente vede.



Contro i social media in America


Facebook, YouTube e Twitter stanno sfidando nuove leggi in Florida e Texas che limitano la loro capacità di decidere quali contenuti appaiono sulle loro piattaforme; in questi territori, infatti, gli stati stanno attuando i primi veri e propri sforzi per regolare le media companies. Le leggi in questione costringono le aziende a limitare l’uso di algoritmi e a rendere note le informazioni circa la moderazione dei contenuti. Dietro l’emanazione di questi provvedimenti ci sarebbe anche una questione politica, dopo che Facebook e Twitter hanno limitato l’account dell’ex Presidente degli USA, Donald Trump; Ron DeSantis – il governatore della Florida - ha dichiarato che la legge era intesa a "riprendere la piazza pubblica virtuale" dai "grandi oligarchi della tecnologia" e "la loro narrativa radicale di sinistra". Difatti, dal momento che le leggi sembrano discriminare alcune piattaforme sulla base delle loro opinioni politiche, due tribunali distrettuali federali hanno sospeso le leggi in attesa dell’appello. In tutto questo, per le aziende i tribunali dovrebbero estendere alle piattaforme di social media esattamente le stesse ampie protezioni del Primo Emendamento che sono state concesse in passato ai giornali; sostengono anche che qualsiasi legge che ostacoli il loro esercizio del "giudizio editoriale", per quanto minimo, dovrebbe essere considerata incostituzionale.