Editoriale 6

La settimana sui media
19 - 25 ottobre

27 ottobre 2020

Perché il free speech e la politica contano più dell’economia. La competizione elettorale fair, Walter Veltroni e la teoria dei giochi. Uno studio dell’Economist sul rapporto tra internet e politica, con sorpresa finale. Spararla grossa e far salire lo spread: uno studio. Lobbisti, costo dei lobbisti e posizioni dominanti. Il problema di controllare i fact – checker. I giornali Usa contro Trump (ma non tutti). Il coronavirus censurato.

La Redazione

· Se entrano nella storia di copertina dell’Economist allora forse i social media stanno davvero diventando un problema per le democrazie. Il settimanale inglese ricapitola i temi più scottanti emersi ultimamente (vedi Editoriali 3, 4 e 5) e, in coerenza alla secolare linea editoriale conservatrice, individua i rimedi nei meccanismi di mercato: maggiore competizione tra il player del settore, come è avvenuto con successo in altri ambiti tecnologici, e soprattutto un capovolgimento del rapporto tra utenti e giganti del web, dove i primi diventerebbero possessori dei propri dati, da rivendere agli inserzionisti, e i secondi normali utility pagati con tariffe flat. Ma quest’ultimo, riconosce l’Economist, rappresenterebbe un cambio radicale del modello di business, difficilmente attuabile nel breve termine. Però la cosa che colpisce di più, e che colpisce sempre quando il settimanale si occupa di temi di sistema, è che la prima preoccupazione non è l’economia ma è la politica, anzi il “free speech”, termine intraducibile in italiano ma che esprime sinteticamente e perfettamente l’eredità empirica e liberale della patria della democrazia moderna.


· Il Foglio riporta un episodio inaudito: Chris Peterson e Spencer Cox, candidati governatori per lo Utah, hanno dichiarato congiuntamente che la loro sarà una competizione fair, rispettosa dell’avversario e senza colpi bassi. Inoltre, chi perderà lavorerà con il vincitore per rendere l’Utah uno stato migliore. È senz’altro una bella notizia ma questo schema può funzionare solo se vi aderiscono entrambi i competitori. Nel 2008, Walter Veltroni impostò la campagna elettorale per le elezioni politiche in questo modo, impegnandosi addirittura a non nominare mai il concorrente, Silvio Berlusconi. Il quale ovviamente ne approfittò e vinse. Per gli appassionati di teoria dei giochi sarebbe interessante provare a riprodurre in questo contesto la matrice utilizzata per il dilemma del prigioniero, e verificare se l’equilibrio di Nash corrisponde al risultato più conveniente per i due giocatori.


•  Sempre Il Foglio riporta i contenuti di un paper dell’Economist (“3G internet and confidence in govermment”) che indaga sugli effetti di internet sulla politica. Tra i risultati emerge il ruolo propulsore degli smartphone 3G per la diffusione dell’utilizzo di internet e dei social media (il 93% nel 2017). Inoltre, quando in un paese arriva internet la gente comincia a fidarsi di meno di chi governa, a vantaggio però non delle opposizioni ma dei partiti populisti. D’altra parte, questo effetto si affievolisce nei paesi dove la stampa è libera. Se vogliamo, questo è un risultato notevole: in un colpo solo si riafferma la necessità di un giornalismo libero e indipendente, si conferma l’importanza della sua qualità e della sua professionalità e si evidenzia come internet non possa essere lasciato senza regole. Solo che il giornalismo, libero, indipendente e di qualità, costa sempre di più, e la verità è che pensavamo che internet avrebbe fatto quadrare i conti…


· Tre ricercatori de La Voce hanno provato a determinare quanto costa all’Italia produrre previsioni troppo ottimistiche sull’andamento del debito pubblico: in termini di spread quasi 5 miliardi di euro, che si sarebbero potuti risparmiare con una comunicazione più prudente e realistica. Analizzare la comunicazione economica da parte dei governi e delle istituzioni sovranazionali (ad esempio la Bce e la Commissione Europea) sta diventando sempre più rilevante e permette di applicare alle fonti ufficiali (comunicati stampa, dichiarazioni, documenti programmatici) schemi di interpretazione retorica riservati solitamente a tematiche più soft. Ma non esistono solo fonti aperte, univoche e attendibili: come ha dimostrato il premio Nobel Robert Shiller, le narrazioni economiche viaggiano e si amplificano spesso attraverso canali informali secondo dinamiche virali. In questo caso è allora più difficile isolare i fattori che determinano le scelte di chi, ad esempio, compra il debito pubblico di un Paese e che forse non ha in mente le previsioni ufficiale del ministero dell’economia ma si ricorda un tweet particolarmente efficace contro il ministero dell’economia.


· Dieci minuti e tre pagine per far capire un problema che altri spiegherebbero in tre giorni. Così JFK dipingeva i lobbisti, figura in Italia tutt’oggi giuridicamente sconosciuta. La CNBC ha riportato le spese per le attività di lobbying dell’ultimo trimestre delle big tech. Cifre a primo impatto spaventose ma che non sorprendono più di tanto se si pensa che questi colossi sono i sorvegliati speciali di politica e antitrust. E ByteDance, la holding cinese finita nell’occhio del ciclone con la sua app TikTok per le accuse di violazione sulla sicurezza dei dati degli utenti, è la conferma che le lobby sono il miglior strumento per esercitare l’influenza verso i decision maker: +46% di spese rispetto ai 739mila dollari investiti nei 3 mesi precedenti. Nel frattempo, Google ha speso nel periodo indicato più di 1,9 milioni di dollari, in aumento del 14,2% rispetto allo stesso periodo del 2019. Di quanto aumenterà quella percentuale dopo che il Dipartimento di Giustizia americano ha ufficializzato un’azione antitrust per abuso di posizione dominante?


· Fake news, distorsioni della realtà e bugie di politici ed esperti sono diventate così comuni che i principali organi di informazione si affidano regolarmente a fact-checker per verificare la veridicità delle affermazioni fatte durante discorsi e conferenze stampa. Il tentativo è lodevole ma, sottolinea Scientific American, le persone spesso giungono a interpretazioni diverse quando guardano lo stesso evento. Ciò potrebbe non garantire l’unanimità tra i fact-checker: i loro pregiudizi e le loro convinzioni possono nascondere proprio la verità che cercano.


· Sempre più numerosi i personaggi pubblici impegnati negli USA ad invitare le persone alle urne nonostante il pericolo di contrarre il coronavirus. Questa settimana è il turno non di un personaggio ma della rivista statunitense Time nella cui copertina dell’ultimo numero compare il volto di una donna con una bandana che le copre bocca e naso e la scritta VOTE. "Pochi eventi cambieranno il mondo che verrà più del risultato delle imminenti elezioni presidenziali statunitensi", ha scritto Edward Felsenthal, caporedattore della storica rivista, motivando la decisione. Contrariamente al New York Times, Washington Post e prestigiose riviste scientifiche (vedi Editoriale 4), il Time non scrive un edorsement a uno dei due candidati ma la lancia un invito potente ad esercitare il diritto di voto.


· Secondo l’analisi Freedom on the Net riportata dal Corriere della Sera, almeno 28 Paesi su 65 studiati hanno in qualche modo censurato i siti web per impedire di parlare liberamente del virus e della sua diffusione. Non sorprendono le parole degli autori della ricerca: “In nessun luogo la censura è stata più sofisticata e sistematica che in Cina”. Preoccupa invece un altro dato emerso dalla ricerca: l’incremento registrato della censura arriva dopo 14 anni consecutivi di riduzione del declino delle libertà democratiche nel mondo.