Editoriale 59

La comunicazione sui media
22 - 28 novembre

30 novembre 2021

Soft power, hard power e Confucio a Bari. Fake news contro i migranti. Cosa racconta Biden e cosa censura Putin. La notte dei giornali morti viventi.

La Redazione


Soft power, hard power


Il soft power non è per tutti. Secondo The Economist, negli ultimi anni le potenze regionali o di medie dimensioni hanno approfittato della crisi di USA ed Europa per diventare più assertive e determinanti. Paesi come la Turchia, l’Iran, la Bielorussia e l’Arabia Saudita hanno evidenziato un forte attivismo per il controllo dei territori limitrofi e per ottenere maggiore influenza globale. Al soft power, pratica che richiede tempi lunghi per la costituzione di un capitale di credibilità, le autocrazie tendono quindi a preferire l’hard power,  proiettando all’esterno un’immagine forte e aggressiva, stringendo accordi e prendendo iniziative in grado a volte di incrinare le strategie delle grandi potenze (vedi Editoriale 16). In questo scenario viene pericolosamente meno la capacità e la volontà di praticare il compromesso, elemento indispensabile per una diplomazia alla ricerca di equilibri duraturi.



Confucio a Bari


Chi invece sta praticando con tenace pervasività il soft power è la Cina. In una scuola media di Bari vecchia, ogni venerdì, la prof.ssa Chen Qian tiene la sua lezione con alle spalle una cartina geografica che mostra la Cina al centro e gran parte dei territori rivendicati dalla potenza asiatica. Da metà ottobre, infatti, un nuovo corso curriculare permetterà agli studenti dagli 11 ai 14 anni dell’istituto di apprendere il mandarino. Niente di strano – come riportato dal Foglio – se non che il docente non è selezionato tramite concorso pubblico, quindi con l’accreditamento del ministero dell’Istruzione. Gli istituti Confucio sono sempre più potenti e, per i loro insegnanti, non è possibile separare l’istruzione da quella che si può definire propaganda e il tutto è concertato con il governo e i ministeri dell’Istruzione e degli Esteri. Gli istituti Confucio sono stati creati nel 2004 dallo Hanban, che oggi ha cambiato nome ma che resta emanazione dell’Ufficio di propaganda del Partito comunista cinese, il cui compito è diffondere la lingua e la cultura cinesi all’estero. Nei decenni, gli istituti Confucio sono diventati gli unici enti governativi stranieri a essere entrati direttamente dentro le università, applicando una certa influenza al loro interno. Di recente, il Foglio ha cercato di avere delle risposte dal ministero guidato da Maria Cristina Messa sulla criticità di averli all’interno delle università: a domande sull’esistenza di una mappa dei fondi cinesi e di un monitoraggio sulla libertà accademica negli istituti che usano fondi cinesi, le risposte sono state la citazione dell’articolo 33 della Costituzione, ultimo comma, e il link alla pagina in cui vengono registrati tutti gli accordi internazionali con gli atenei italiani. Il ministero dell’Istruzione, alle stesse domande, ha risposto che stanno lavorando alla richiesta. In Italia il dibattito sull’influenza cinese all’interno dei centri di ricerca non ha mai raggiunto il livello istituzionale mentre, all’estero, il problema è considerato sempre più serio. Infatti, 72 università americane hanno chiuso i propri istituti Confucio e lo stesso hanno fatto 19 università tedesche.



Fake news contro i migranti


I social media hanno peggiorato la crisi dei migranti al confine tra Bielorussia e Polonia e hanno aiutato i contrabbandieri a trarre profitto da persone disperate che cercavano di raggiungere l'Europa. È quanto emerge da un’analisi, riportata dal New York Times, della Semantic Visions, società di intelligence che ha tracciato l'attività dei social media relativi alla crisi. Le autorità bielorusse hanno certamente contribuito ad alimentarla, offrendo facili visti turistici a migliaia di iracheni e facilitando il loro cammino verso il confine con la Polonia; ma i social media, in particolare Facebook, hanno dato a Lukashenko un grosso aiuto, come un imprevedibile acceleratore delle speranze e delle illusioni della gente che è caduta preda delle vuote promesse di profittatori su internet. Da luglio, l'attività su Facebook in arabo e curdo relativa alla migrazione verso l'UE attraverso la Bielorussia è salita alle stelle. Secondo i ricercatori, i contrabbandieri hanno apertamente condiviso i loro numeri di telefono e pubblicizzato i loro servizi su Facebook, comprese le testimonianze video di persone che si dice abbiano raggiunto la Germania con successo attraverso la Bielorussia e la Polonia. In un post, un contrabbandiere pubblicizzava "viaggi giornalieri da Minsk alla Germania con solo 20 km di distanza a piedi". Un altro contrabbandiere con il nome utente di Facebook "Visa Visa" ha proposto viaggi in Germania dalla Bielorussia attraverso la Polonia. Anche su Telegram, i canali dedicati alla Bielorussia come via per l'Europa hanno attratto migliaia di membri. "I nostri risultati rivelano la misura in cui le piattaforme dei social media - in particolare Facebook - sono state utilizzate come un mercato di fatto per il contrabbando nell'Unione europea", ha concluso Semantic Visions in un recente rapporto che è stato fatto circolare tra i funzionari dell'Unione europea. Facebook, ora ufficialmente conosciuta come Meta dopo un cambio di nome aziendale, ha detto che ha vietato il materiale che facilita o promuove il contrabbando di esseri umani e ha team dedicati a monitorare e rilevare il materiale relativo alla crisi. Il colosso di Menlo Park ha aggiunto che la società stava lavorando con le forze dell'ordine e le organizzazioni non governative per contrastare il flusso di notizie false relative alla migrazione. Ma gli eventi in Bielorussia hanno evidenziato come, anche dopo che Facebook ha sperimentato un abuso simile dei suoi servizi durante la crisi migratoria europea nel 2015, la società faccia ancora fatica a mantenere il materiale vietato fuori dalla sua piattaforma, soprattutto in lingue che non siano l’inglese.



Cosa racconta Biden


Secondo The New York Times, la strategia mediatica (vedi Editoriale 10) di basso profilo di Biden sta attirando la preoccupazione degli alleati. Infatti, finora, il Presidente ha concesso molte meno interviste one-on-one rispetto ai suoi due predecessori (Donald J. Trump, ad esempio, è stato un massimalista dei media il cui stile ha contribuito a generare una copertura giornalistica di saturazione, nel bene e nel male). Nello specifico, Biden ha fatto circa una dozzina di interviste one-on-one con le principali testate giornalistiche cartacee e televisive. Questo ha portato alcuni democratici a chiedersi se il Presidente abbia ceduto il controllo della narrazione pubblica della sua amministrazione ad altri. "Quello in cui credo è vendere, vendere, vendere - ha affermato James Carville, il veterano stratega democratico - Quello che gli manca è la capacità di vendita"; in tutto questo, gli assistenti della Casa Bianca respingono l'idea che il signor Biden stia evitando i riflettori. Jen Psaki, l'addetto stampa, ha fatto notare che, su base giornaliera, il presidente ha risposto a domande informali dai giornalisti della Casa Bianca con maggiore frequenza rispetto ad Obama o Trump.



Cosa censura Putin


La legge sull’autocensura dei social media in Russia, entrata in vigore il 1° febbraio 2021, sta accendendo nuovi dibattiti riguardo il controllo sui contenuti online e la responsabilità delle aziende dei social network. Come spiegano Tanya Lokot e Mariëlle Wijermars nell’articolo pubblicato sul sito del Center for European Policy Analysis (CEPA) e poi ripreso da Formiche, il tentativo della Russia di delegare le responsabilità di censura alle piattaforme nasconde un risvolto finora passato inosservato: lo stato aumenta il suo potere nei confronti degli utenti e crea un terreno fertile per la violazione dei diritti dei cittadini. La nuova legge russa, infatti, richiede ai social network con più di 500.000 utenti giornalieri di identificare e rimuovere i contenuti proibiti dalla legge russa. Questo comprende materiali come la pornografia infantile, ma anche ciò che viene reputato dannoso o irrispettoso nei confronti del governo. Qualora i social network non dovessero rispettare questa norma, andrebbero incontro a multe notevoli (fino a un decimo delle loro entrate annuali) e potrebbero essere bloccati. È giusto che i social network non siano gli unici a decidere riguardo la libertà di parola e di espressione online, ma non dovrebbero subire le pressioni politiche del governo di uno Stato. Allo stesso tempo, se l’obiettivo della Russia è quello di creare un internet sovrano (vedi Editoriale 54) e bloccare definitivamente i social stranieri, è chiaro come questa legge costituisca un precedente importante. Questi cambiamenti sono problematici e impongono una riflessione. La necessità di elaborare nuove leggi per moderare o censurare contenuti dannosi online è emersa ormai in numerose ricerche (vedi Editoriale 52), ma tali norme dovrebbero tutelare gli utenti e anche stabilire un equilibrio di potere tra le persone, i social network e gli Stati.



La notte dei giornali morti viventi


La rivista statunitense Newsweek rappresentava, fino a trent’anni fa, il principale competitor del Time per diffusione e capacità di influenzare il dibattito pubblico americano; tuttavia, la sua autorevolezza (e conseguente diffusione) è crollata negli ultimi decenni, poiché accusata dai suoi lettori di veicolare posizioni della destra estrema negli USA. Il tema è riproposto in un articolo de Il Post, in occasione di una recente copertina del settimanale, volta a insinuare il dubbio sulla bontà della scelta di vaccinare i propri figli (rappresentando un bambino con un peluche accompagnato dalla domanda “Faresti un’iniezione a questo bambino?”). In passato, il periodico spiccò nella difesa dei diritti civili e contro la guerra in Vietnam e in seguito per l’importante spazio dato ad esempio al tema dell’Aids e figure quali Osama bin Laden e Barack Obama. È con la trasformazione digitale che la testata iniziò il suo periodo di crisi profonda, e fu ceduta dapprima per un dollaro a Sydney Harman e in seguito a Etienne Uzac, fondatore di International Business Times (IBT) nel 2013. Questi elaborò una nuova filosofia editoriale, improntata al sensazionalismo e aggressività sempre più spinta nella titolazione, pratiche di clickbaiting (con tanto di classifica tra i giornalisti per click generati, con relativi bonus o rischi di licenziamento) e produzione massiva di articoli inaccurati, con forte visibilità social e ottimizzazione dei contenuti per i motori di ricerca. Finchè nel 2017 le modifiche all’algoritmo di Google ne determinarono una caduta di visibilità e profitti, con conseguente taglio massivo del personale. Da allora, il giornale, ormai economicamente estenuato, cerca di mantenere un ruolo nel dibattito politico sostenendo tesi di destra estrema, con polarizzazione crescente. Il fenomeno rientrerebbe in quello che The New Republic ha definito la “nascita dei giornali zombie”: testate ormai defunte, che rimangono in circolazione con una forma pericolosa per l’informazione.