Editoriale 57

La comunicazione sui media
8 - 14 novembre

16 novembre 2021

Così il fondo d’investimento Alden genera profitti sulla crisi dell’editoria. Un dominio per dominarli tutti. Il business dell’odio online. Etiopia: guerra sul campo e su internet. La Cina vuole restituire un'immagine "pulita" dello Xinjang.

La Redazione


Così il fondo d’investimento Alden genera profitti sulla crisi dell’editoria


Negli Stati Uniti, negli ultimi anni, molte testate giornalistiche sono state chiuse o accorpate. In alcuni casi i fallimenti sono stati provocati dall’intervento di player finanziari che hanno fatto chiudere le testate dopo aver realizzato profitti di breve termine. Come racconta un articolo de Il Post, questa è stata la strategia del fondo d’investimento Alden Global Capital, con sede a Manhattan, specializzato nell’acquisto di prominenti riviste e quotidiani locali americani per il conseguimento di un ricavo immediato, approfittando della fragilità finanziaria dell’editoria: acquisita la proprietà delle testate, il fondo chiede espressamente un insostenibile taglio dei costi di gestione. Il surplus che viene così conseguito come risultato immediato, ma che porta inevitabilmente il giornale al collasso, viene quindi reinvestito nelle altre aziende del fondo, o distribuito tra gli azionisti in forma di dividendi. Il profitto nel 2017 è stato ad esempio di 159 milioni di dollari, a scapito di una riduzione del 36% del personale. Da ultimo, il fondo Alden ha acquisito importanti testate locali quali il Chicago Tribune e il Baltimore Sun, che già mostrano segnali di cedimento. «Fare profitti sulle disgrazie altrui»: così nel 1991 il New York Times definì la strategia del co-fondatore Randall Smith.



Un dominio per dominarli tutti


L’acquisto del dominio internet www.fedezelezioni2023.it ha agitato la già non tranquillissima piazza politica italiana.  Anche il mondo del giornalismo ha espresso rapidamente la sua opinione intavolando dibattiti e coinvolgendo personaggi diversi per analizzare il ruolo e il potere degli influencer nella politica e nella nostra società. La mossa si Fedez si è alla fine rivelata una efficace strategia di marketing per la promozione del nuovo album attraverso la quale, come riportato da Formiche, ha voluto sfruttare la polarizzazione politico-elettorale, che nei prossimi mesi è destinata a crescere per accrescere ancor di più il presidio in rete e in contesti politici. Questo episodio lascia però tante domande, non solo su quale sia il livello della propaganda e del dibattito politico in Italia ma piuttosto su come una buona strategia e attività comunicativa possa a volte essere più importante e possa attirare maggior interesse rispetto i contenuti stessi.



Il business dell’odio online


Ogni due minuti viene pubblicato un tweet contro le donne, ogni quatto contro i musulmani, ogni cinque contro i disabili, ogni dieci contro gli ebrei, ogni undici contro gli omosessuali e ogni quindici minuti contro i migranti: l’odio sui social si diffonde sempre più rapidamente e non esiste una normativa chiara che punisca comportamenti di questo tipo tra gli utenti. Perché? In un’inchiesta condotta da Milena Gabanelli e Simona Ravizza per il Corriere della Sera, è emerso che i social come Facebook e Twitter guadagnano molto di più dai contenuti di odio rispetto ai contenuti moderati e cordiali proprio per la loro capacità di diventare velocemente virali. L’odio online è diventato un business. Può essere generato da fatti di cronaca, per esempio dopo gli attentati terroristici in Francia (2015), oppure l’omofobia durante il dibattito sulla legge Cirinnà delle unioni civili (2016), ma possono essere anche gli stessi messaggi online ad incitare alla violenza. Nel 2016 la Commissione europea ha fatto firmare ai social un codice di condotta non vincolante nel quale viene specificato che cosa si intende per incitamento all’odio e si predispone una procedura per la segnalazione, l’esame del post e la sua eventuale rimozione nel giro di 24 ore. Nella pratica, se un utente decide di segnalare un post può farlo selezionando l’opzione accanto al contenuto e scegliendo qual è la categoria vittima del post. A decidere riguardo la segnalazione sono i moderatori di contenuti, circa 100.000 sparsi in tutti i Paesi che devono esaminare circa mille post al giorno. Si può presentare ricorso al Comitato di Controllo composto da 19 soggetti di diverse nazionalità: giuristi, attivisti per i diritti umani, accademici, ex ministri, giornalisti, che però sono stati scelti da una commissione interna al social network. Dunque, al momento, non esistono norme vincolanti e uniformi a tutti i social che fermino i contenuti d’odio, anzi, l’algoritmo di piattaforme come Facebook premia i contenuti negativi, che si tramutano poi in guadagni. I social network non hanno alcun tipo di interesse a bloccare l’odio online. È possibile presentare delle rimostranze davanti ai giudici nazionali competenti in ogni Paese, ma rimangono in sospeso molte situazioni, che vengono ignorate solo perché non colpiscono un’intera categoria, ma un singolo. Ora più che mai, in un momento in cui i social stanno dando spazio a teorie complottiste sui vaccini e ai discorsi violenti dei no vax, è necessaria una legge che sanzioni i trasgressori e limiti i guadagni dei social network sui contenuti d’odio.



Etiopia: guerra sul campo e su internet


In Etiopia non si sta combattendo solo con fucili e bombe, ma anche contro il proliferare delle fake news (vedi Editoriale 18). La propaganda di notizie inattendibili, difatti, dilaga su internet e nei social network, accusati di fomentare i discorsi d’odio e le tensioni interetniche con la solita omissione di moderazione. In una guerra in cui l’accesso degli organi di stampa internazionali al Tigray è soggetto a pesanti restrizioni, il fact checking è particolarmente arduo. In questo modo, le piattaforme online sono diventate un nuovo inedito campo di battaglia. In un simile contesto, la stampa occidentale non sta facendo una bella figura: l’ultimo sospetto imbroglio, in ordine cronologico, è denunciato da quello che sembra essere a tutti gli effetti un istituto di fact-checking di creazione governativa, denominato Ethiopia Current Issues Fact Check. L’Unione Europea, in tal senso, sta discutendo l’adozione di sanzioni contro il Governo etiope, ma gli Stati Membri sembrerebbero ancora incerti sull’effettiva utilità di impiegare tale strumento, che rischierebbe di compromettere l’influenza europea per compiacere alcune ONG.



La Cina vuole restituire un'immagine "pulita" dello Xinjang


La scorsa settimana, nella sede dell’ambasciata cinese in Italia, si è tenuto un convegno sullo Xinjang dal titolo “Terra Meravigliosa”, a cui hanno preso parte alcuni parlamentari italiani del M5S e i presidenti delle Commissioni Esteri di Camera e Senato, Piero Fassino e Vito Petrocelli. Come riporta Formiche, l’obiettivo della video-conferenza, si legge in una nota dell’ambasciata era “introdurre la corretta strategia del governo cinese in Xinjiang, nonché le sue politiche a beneficio del popolo, dimostrando da diversi punti di vista l’armonia, la solidarietà e la stabilità esistenti nella regione e la vita felice dei suoi cittadini”. Peccato che Lo Xinjang, oltre che per la sua bellezza paesaggistica, è tristemente noto alla cronaca per la sistematica repressione degli Uiguri, una popolazione musulmana e turcofona che, hanno documentato negli anni decine di reportage di giornali internazionali, è sottoposta a un regime di segregazione da parte del governo cinese. C’è chi bolla i reportage sulle persecuzioni degli uiguri come campagne anticinesi, altamente politicizzate. Sicuramente la questione uigura in Xinjiang è uno dei tanti tabù del Partito comunista cinese: non sono ammesse critiche e denunce, anche se documentate. Stesso copione per i diritti umani a Hong Kong, o le minacce a Taiwan. E se il Partito Comunista Cinese può addirittura riscrivere la storia del partito stesso (vedi Editoriale 56), dovrebbe quanto meno venirci il dubbio che la Cina stia cercando di “ripulire” l’immagine dello Xinjang a suo favore.