Editoriale 55

La comunicazione sui media
25 - 31 ottobre

2 novembre 2021

Tik Tok tra fama e salute mentale. Twitter e la maggiore visibilità delle destre: algoritmo o abilità? Odio sui social: la sentenza Sanchez stabilisce la responsabilità dei gestori del canale. Facebook cambia nome e strategia. Italiani, social media e sostenibilità. Habitat delle fake news. Hong Kong inasprisce la censura cinematografica.

La Redazione


Twitter e la maggiore visibilità delle destre: algoritmo o abilità?


Twitter amplifica maggiormente i tweet dei politici e delle testate di destra rispetto a quelli di sinistra. Come riportato da Wired, la stessa azienda ha affermato di aver fatto questa scoperta mentre esplorava il modo in cui il suo algoritmo consiglia contenuti politici agli utenti, ma ha ammesso di non sapere il perché di questi risultati. Lo studio ha esaminato milioni di tweet in sette Paesi – Canada, Francia, Germania, Giappone, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti – e i ricercatori hanno utilizzato i dati per capire quali fossero i tweet maggiormente amplificati su un feed ordinato algoritmicamente rispetto a un feed cronologico. In sei Paesi su sette – tutti tranne la Germania – i contenuti di destra godevano di livelli più elevati di “amplificazione algoritmica” rispetto a quelli di sinistra. Nonostante non si conoscano ancora le cause del fenomeno, i ricercatori hanno preventivamente affermato che questa differenza potrebbe essere data dalle “diverse strategie” adottate dai partiti: a destra, semplicemente, potrebbero essere più bravi a condividere le proprie idee sui social o a mobilitare la propria base di sostenitori.



Tik Tok tra fama e salute mentale


I social media hanno cambiato la concezione di “salute mentale” ma, dietro a un apparente tentativo di migliorare la consapevolezza degli utenti su questo delicato tema, in realtà si nascondono altri interessi. Il New York Times ha preso in esame il caso di Dixie D’Amelio, diciannovenne italoamericana che vanta su Tik Tok 55 milioni di followers. La sua è una famiglia composta da persone molto attive sulla piattaforma: la sorella sedicenne Charli ha infatti 126 milioni di followers, il padre Marc ne ha 10 e la madre Heidi 9. Dopo aver raggiunto la fama sul social network, hanno anche iniziato a girare uno show incentrato sulla vita quotidiana della famiglia. Tuttavia, la giovane Dixie ha ricevuto critiche piuttosto negative a seguito di un video pubblicato da Vogue che raccontava una sua giornata tipo. In seguito, durante una delle puntate di “The D’Amelio show” è stata mostrata Dixie in preda a un momento di sconforto: da quel momento in poi è iniziata una campagna di comunicazione sull’importanza della salute mentale e la percezione della giovane ragazza è cambiata notevolmente. Da ciò che è accaduto sembra proprio che sia nato un nuovo modo di diventare famosi: mostrarsi fragili. Sono numerosi gli esempi di star che hanno utilizzato questo tema per campagne promozionali. È giusto preoccuparsi della propria salute mentale, ma è giusto anche sfruttare le vulnerabilità di chi davvero soffre per fare qualche visualizzazione in più? Le rivelazioni su Facebook sono ormai note: Instagram nasconde delle insidie per la salute mentale degli adolescenti (vedi Editoriale 52). Parlarne può offrire sicuramente un conforto, ma questa crescente consapevolezza rischia di appiattire una costellazione di fenomeni mediatici che hanno realmente a che fare con le malattie mentali. Anche se i concetti di salute mentale e malattia mentale sono molto diversi fra loro. Tuttavia, nessuno sui social lo spiega in modo approfondito e crescono invece gli esempi di chi è disposto a tutto pur di raggiungere la fama.



Odio sui social: la sentenza Sanchez stabilisce la responsabilità dei gestori del canale


Il 2 settembre 2021 la sentenza della quinta sezione della Corte europea dei diritti dell’uomo, Sanchez contro Francia, ha definito a livello europeo un’interpretazione univoca per individuare i soggetti sanzionabili per favoreggiamento o diffusione di messaggi con contenuti di odio e discriminazione, prescindendo dal fatto che siano o meno gli autori diretti del messaggio che contribuiscono a veicolare. Un giorno che, seppur passato inosservato, rappresenta, secondo un articolo di Formiche, uno spartiacque per l’ecosistema social media; una possibilità di ripulire i luoghi dell’interazione digitale da haters e divulgatori di fake news. La corte ha infatti equiparato la gravità della responsabilità da mancata vigilanza da parte del gestore del medium con quella dell’autore materiale dei contenuti e dei commenti; il dovere di controllo aumenta oltretutto laddove chi rende accessibile ad altri internauti la propria bacheca sia un soggetto pubblico o politico, in qualità di committente o gestore di sito (qui canale social) di comunicazione pubblica online, non costituendo il diritto alla libertà d’espressione un’esimente a tale compito. La sentenza europea ribalta così i termini della questione della responsabilità sui messaggi discriminatori: non è infatti soltanto la piattaforma a rispondere della vigilanza mancata.



Facebook cambia nome e strategia


Il Corriere della Sera racconta le conseguenze del peggiore scandalo che ha travolto Facebook dopo Cambridge Analytica, innescato dall’abbandono di Frances Haugen. La ex product manager del dipartimento integrità civica non è la prima whistleblower che ha denunciato la cattiva condotta del social network; ciò che ha reso drammatica la sua dipartita sono le migliaia di documenti che si è portata via, resi pubblici e consegnati alla SEC – l'ente federale statunitense preposto alla vigilanza della borsa valori. Dai dossier emerge che l’azienda sapeva dei danni provocati dalle sue piattaforme (vedi Editoriale 54), non era, però, mai corsa ai ripari per non compromettere il business. Haugen ha attivato una massiccia campagna paragonata dal New York Times allo sbarco in Normandia, inclusa la creazione di un consorzio di testate giornalistiche che stanno ricavando dai documenti centinaia di articoli e servizi televisivi. Facebook, dunque, si trova oggi ad affrontare un ingente danno reputazionale, oltre a conseguenze più difficili da quantificare perché legate a diverse variabili, come la reazione dei mercati. Da qui il cambio di nome in Meta, e il passaggio a una strategia offensiva che supera le “scuse sussurrate” a cui aveva fatto ricorso troppo spesso nelle precedenti controversie: dopo aver osteggiato per anni ogni tentativo di regolamentare il digitale, ora Facebook conduce una campagna pubblicitaria sui media per chiedere regole – e alle accuse del Congresso replica: “fate il vostro lavoro di legislatori anziché chiedere a noi di sopperire alla vostra incapacità”.



Italiani, social media e sostenibilità


La nuova edizione della ricerca di BlogMeter, che indaga come gli italiani utilizzano i social, è stata recentemente presentata al Marketing Research Forum e, tra gli obiettivi di quest’anno, è stata posta particolare attenzione al tema della sostenibilità, argomento entrato a far parte della quotidianità di istituzioni, aziende e opinione pubblica. Come riportato da Prima comunicazione, il 2021 evidenzia una netta impennata dell’uso di TikTok (utilizzato regolarmente dal 41% degli internauti intervistati) e un leggero calo di Facebook (87%), che si attesta comunque al secondo posto tra i social più diffusi, preceduto da YouTube (90%) e seguito da Instagram (80%). Le abitudini di consumo del social sono diverse ma la maggior parte degli utenti utilizza le piattaforme per intrattenimento e con la pandemia, che ha inevitabilmente modificato le nostre abitudini quotidiane, il tempo trascorso sui diversi social è notevolmente aumentato. La sostenibilità oggi si conferma uno dei temi realmente caldi e di maggiore viralità nelle piattaforme digitali, influenzando contenuti e consumi reali (come ad esempio l’acquisto di un prodotto di un brand più sostenibile). Inserirsi in temi e discussioni di attualità è una strategia che per un brand può generare ampia visibilità ma attenzione ad eventuali effetti collaterali e, parlando di sostenibilità, ad attività di greenwashing.



Habitat delle fake news


Linkiesta pone l’accento sulle piattaforme social, che permettono agli utenti di esprimersi e interagire: “Un meccanismo che genera la diffusione di teorie assurde e pericolose”. I social network, infatti, sono i principali luoghi in cui nascono - e per natura si diffondono - le fake news (vedi Editoriale 2). Il vero problema di queste piattaforme è che “le idee di chiunque possono viaggiare in tutto il pianeta, si può battibeccare (in teoria) con capi di Stato e al tempo stesso guardare video di gattini o di no-vax”; insomma, il problema non è, come aveva affermato a suo tempo Umberto Eco, che i social hanno dato diritto di parola a “legioni di imbecilli”. È peggio: il problema è che lo hanno dato a legioni di persone, che non smettono di usarli; e questo ha fatto la fortuna di società come Facebook, che dall’engagement, dalla raccolta dei dati, quindi dal conseguente invio alle società ricava miliardi di dollari ogni anno. Tutto questo, di conseguenza, impedisce un serio controllo dei contenuti, quindi permette il proliferarsi di fesserie. Quale potrebbe essere il punto di equilibrio?



Hong Kong inasprisce la censura cinematografica


Ciò che fino a qualche settimana fa era ancora una minaccia (vedi Editoriale 51) è diventata realtà: Hong Kong ha approvato una nuova legge sulla censura cinematografica per “salvaguardare la sicurezza nazionale”. Come riporta un articolo de Il Foglio, il segretario capo di Hong Kong sarà autorizzato a consolidare il controllo sulle nuove produzioni e a revocare la licenza di un film (in qualsiasi momento) nel caso in cui dovesse “appoggiare, sostenere, glorificare, incoraggiare e incitare attività che potrebbero mettere in pericolo la sicurezza nazionale”. Chiunque mostri un film non autorizzato rischia fino a tre anni di reclusione e una multa di 1 milione di dollari di Hong Kong (circa 128 mila dollari) e l’organo di censura non potrà essere in alcun caso contestato. Il timore più grande è che questa legge possa danneggiare l’industria cinematografica locale, che l’autocensura peggiorerà e aumenterà la paura tra i registi. Quest’anno, per la prima volta dal 1969, gli Oscar non sono stati trasmessi nell’ex colonia britannica, eguagliando le decisioni della Cina continentale, nonostante una nomination senza precedenti per un regista nato a Hong Kong. Anche il regista hongkonghese Kiwi Chow, che ha presentato al Festival di Cannes a luglio di quest’anno “Revolution of Our Times” – un documentario che racconta le proteste del 2019 – ha detto a Reuters che questo disegno di legge danneggia l’industria cinematografica della città limitando “la libertà di creare”.