Editoriale 44

La comunicazione sui media
12 - 18 luglio

20 luglio 2021

I social media perdono un importante alleato. Gli effetti di internet a Cuba. Vietnam, Arabia Saudita e Norvegia regolatori della rete. Ondata di razzismo post partita. Cinema e sharia.

La Redazione


I social media perdono un importante alleato


"Stanno uccidendo della gente" questa l’accusa mossa da Joe Biden nei confronti di Mark Zuckerberg e Sheryl Sandberg, i dirigenti di Facebook, per il ruolo del social network nel diffondere teorie no-vax e scetticismo nei confronti dei vaccini. La maggioranza dei nuovi casi di contagio negli USA è rappresentata da non vaccinati ed è proprio per questo che l’amministrazione Biden sta cercando di accelerare la corsa alla vaccinazione nonostante molte sono ancora le persone che la rifiutano sostenendo teorie “complottiste” più diffuse sui social media. Da qui deriva dunque la pesante accusa: rifiutandosi di censurare dalla piattaforma le fake news che rapidamente si diffondono sul vaccino, secondo Biden i capi di Facebook sono dunque corresponsabili per il nuovo aumento di morti, accusa che ha provocato grande rabbia da parte di Facebook. La presa di posizione del presidente statunitense segna una crisi seria nei rapporti tra l'Amministrazione democratica e un social media "progressista", schierato a sinistra, che ormai da tempo aveva osteggiato l’ex presidente Donald Trump (vedi Editoriale 17 e 38). Come riporta il New York Times però anche in campo Democratico non tutti sono convinti che queste accuse siano fondate insinuando il sospetto che il presidente americano stia cercando un capro espiatorio per il rallentamento delle vaccinazioni. Invocare la censura e incoraggiare i social media a diventare i guardiani della verità diventa forse da parte di Biden una richiesta ambiziosa utile di certo a limitare fake news e disinformazione ma fino a che punto si può richiedere una censura così massiccia?



Gli effetti di internet a Cuba


Le proteste anti-governative hanno scosso Cuba e il suo governo comunista, criticato per carenze, gestione pandemia e social media e sanzioni. Come racconta il Guardian, la pandemia, gli stipendi ridotti e le interruzioni di corrente sono diventati una realtà schiacciante per milioni di persone. E domenica le tensioni sono esplose nelle più grandi proteste anti-governative da decenni. I social media, la pandemia e le rafforzate sanzioni statunitensi, combinate con una generazione più giovane affamata di standard di vita più elevati, hanno creato un cocktail pericoloso contro cui il partito comunista sta lottando per mantenere l’ordine ed il potere. Cuba ha lanciato Internet mobile solo nel 2018, ma proprio questo strumento è la cassa di risonanza delle rivolte nate in maniera spontanea, a dimostrazione della sua importanza – soprattutto tramite i social media – nei cambiamenti contemporanei. Wired racconta come il governo di Cuba stia reprimendo le proteste non solo con le forze dell’ordine per le strade, ma anche tramite la censura. Secondo NetBlocks, un’organizzazione con sede a Londra che monitora l’accesso alla rete nel mondo, Facebook, Instagram, WhatsApp e Telegram sono stati tutti almeno parzialmente bloccati. Le interruzioni della connessione ad Internet hanno iniziato a essere segnalate dalla sera di domenica, quando era chiaro che i social avessero avuto un ruolo importante nel fornire una piattaforma al dissenso contro il governo comunista. Una prassi seguita ormai dalla maggior parte dei governi più o meno illiberali per reprimere il dissenso delle masse e mantenere il potere.



Vietnam, Arabia Saudita e Norvegia regolatori della rete


Sono diversi i paesi che regolano i contenuti postati in rete (vedi Editoriale 3). Lo riporta  Formiche, prendendo come esempio il Vietnam, l’Arabia Saudita e la Norvegia. Nel primo Stato, ad esempio, presto saranno regolati i contenuti postati sulle piattaforme Facebook, YouTube e TikTok, con l’obiettivo di controllare le informazioni pericolose per la stabilità sociale e politica del Paese. Nello specifico, ai social verrà anche richiesto di bloccare o rimuovere entro 24 ore i contenuti oggetto di “segnalazioni giustificate” da parte di individui o organizzazioni. Anche in Arabia Saudita la monarchia ha intensificato la repressione online dalla Primavera araba. Dal 2011, infatti, è penalizzata qualsiasi pubblicazione di contenuti che violano la legge islamica, o che attenta contro gli interessi dello Stato, la sicurezza nazionale o l’ordine pubblico, a favore di agenti stranieri. Infine, in Norvegia è stata approvata a inizio mese una legge che controllerà le immagini postate sui social network. Altre nazioni seguiranno quelle appena citate?



Ondata di razzismo post partita


I più grandi social network condannano il razzismo e l’hate speech, ma una combinazione di scarsa attenzione e regole deboli hanno permesso all'odio di fiorire. Come riporta il Guardian, nelle ore dopo la perdita dell'Inghilterra contro l'Italia nel campionato europeo di calcio, sia Twitter che Facebook hanno rilasciato dichiarazioni che condannano l'abuso razzista. Le dichiarazioni sono state tuttavia contraddette dall'esperienza degli utenti. Su Instagram, dove migliaia di persone hanno lasciato commenti negativi sulle pagine di Marcus Rashford, Bukayo Saka e Jadon Sancho, gli utenti solidali che hanno cercato di segnalare gli abusi alla piattaforma sono stati sorpresi dalla risposta, in cui si affermava che "A causa dell'alto volume di segnalazioni che riceviamo, il nostro team di revisione non è stato in grado di rivedere la tua segnalazione. Tuttavia, la nostra tecnologia ha scoperto che questo post probabilmente non va contro le nostre linee guida della comunità". Invece, è stato consigliato di bloccare personalmente gli utenti che hanno postato l'abuso, o di silenziare le frasi in modo da non vederle. I post erano innegabilmente razzisti, eppure il moderatore automatico ha deciso diversamente. È evidente che una regolamentazione dei social network è sempre più urgente.



Cinema e sharia


Kannywood è il nome dell’industria cinematografica di un’area molto specifica della Nigeria: Kano, che si trova nell’area settentrionale del paese. Molti conoscono Nollywood che rappresenta la quasi totalità dei film prodotti in Nigeria ma, come riporta Linkiesta, Kannywood è nata prima di Nollywood e ospita la maggior parte degli studi di produzione cinematografici. Tuttavia, rispetto a Nollywood è cresciuta meno. Perché? Nel 2000 è stata introdotta la sharia, la legge islamica che ha imposto pesanti restrizioni e censure nel mondo del cinema. La maggior parte delle limitazioni riguarda le scene in cui sono presenti donne o momenti che prevedono qualche tipo di contatto affettuoso tra un uomo e una donna: le donne devono indossare abiti modesti, non provocanti. I loro movimenti devono essere misurati e non devono attirare l’attenzione. È proibito qualunque contatto tra uomini e donne. Il rischio è quello di essere accusati di oscenità. Per il mercato di Kannywood questi provvedimenti hanno rappresentato una brusca frenata e risulta impossibile aggirare i divieti perché ogni film deve essere approvato da un comitato di censura. Viste anche le leggi restrittive per i film prodotti in Cina (vedi Editoriale 39) e la recente abolizione della censura cinematografica in Italia (vedi Editoriale 30) appare sempre più evidente il ruolo cruciale del cinema nel veicolare cultura, costumi e messaggi di indipendenza. Quando questo rappresenta una minaccia per l’autorità vengono imposte leggi che, in nome di una presunta morale, imprigionano speranze e aspirazioni.