Editoriale 43

La comunicazione sui media
05 - 11 luglio

13 luglio 2021

Una riflessione sul complottismo. Rivoluzione social: influencer versus politici. Influenzare (per) il vaccino. Gli effetti dei social sul comportamento collettivo. Bolsonaro all’angolo.

La Redazione


Una riflessione sul complottismo


Che legame c’è tra complottismo e populismo? A questo quesito risponde il giornalista Alessandro Calvi su Voxeurop, in un articolo ripreso anche da Internazionale. Innanzitutto è opportuno ricordare il contesto in cui viviamo: le grandi ideologie politiche e religiose sono in crisi e i cittadini si sentono disorientati di fronte all’enorme mole di informazioni che scorre davanti ai loro occhi quotidianamente. La narrazione complottista offre un aiuto in questo senso, dando una visione del reale del tutto semplificata. Tuttavia, questo approccio porta costantemente a dubitare di tutto. C’è stato però un periodo nel passato in cui il dubbio ha rappresentato la spinta alle più grandi inchieste giornalistiche e giudiziarie italiane. Come dimenticare le controinchieste giornalistiche del secondo Novecento che hanno permesso di fare luce su alcuni gravi fatti della storia del Paese? In quei casi il lavoro dei giornalisti, anche se confermato dalla magistratura, è stato spesso ostacolato e depistato da apparati dello stato che sono risultati coinvolti in quelle vicende. Si potrebbero così individuare due epoche: quella passata, in cui il dubbio ha portato alla verità grazie a una ricostruzione di fatti alternativa a quella ufficiale e a numerosi riscontri e quella in cui viviamo ora, in cui ognuno pensa di conoscere la verità e sulla base di questa assunzione si fa giudice di tutto, alimentando narrazioni complottiste non fondate su fatti reali. Quando ha avuto origine questo modo di pensare e di approcciarsi al reale? Con il populismo, che trae benefici direttamente da racconti complottisti. Lo abbiamo visto con la Lega e con il Movimento 5 stelle: “il richiamo continuo alla libertà di pensiero e all’essere controcorrente per legittimare l’attacco alla scienza e alle competenze, l’odio verso le istituzioni e i media mainstream”. Tuttavia è necessario guardare agli anni novanta, quando il sistema politico è stato travolto dalle inchieste sulla corruzione che hanno distrutto la Democrazia cristiana e il Partito socialista. Proprio qui entra in scena Silvio Berlusconi, che dichiara di essere direttamente legittimato dal popolo e non più dal voto di fiducia del parlamento, anche se l’Italia è una repubblica parlamentare. Da questo scenario si sviluppano modi di agire della politica che avranno effetti a lungo termine e daranno spazio al populismo e a un intreccio sempre più solido tra politica e informazione. Oggi ci ritroviamo in questo spazio, in cui il complottismo è ormai all’ordine del giorno ed è spinto dalla politica stessa, non più confinato alla Lega e al M5S, ma a tutti i partiti che tentano di definire la propria identità attraverso una specifica narrazione. Un ritorno alla realtà è ormai impossibile, a meno che non si cambi radicalmente la politica.



Rivoluzione social: influencer versus politici


La polemica social scoppiata tra Chiara Ferragni e Matteo Renzi è solo l’ultimo episodio che certifica il ruolo sempre più pervasivo di alcuni influencer nella sfera politica e pubblica. I messaggi degli influencer sul ddl Zan hanno raggiunto 5 milioni di persone in sei mesi, a dimostrazione che chi ha milioni di follower abbraccia sempre più i temi sociali. Come riporta il Foglio, la stima arriva da una ricerca firmata Buzzoole – compagnia specializzata in servizi e tecnologie per l’influencer marketing – che ha monitorato per sei mesi i principali social network. La piattaforma più utilizzata per temi sociali è Instagram con il 44%, seguita da Facebook con il 25% e Twitter con il 17%. Grazie agli influencer il dibattito pubblico sui temi sociali, in particolare sul ddl Zan, ha raggiunto un pubblico poco propenso all'informazione più tradizionale. Non si conoscono gli effetti, ma di certo c’è che, secondo una ricerca di Nielsen, l’83% degli italiani si fida di loro quando si parla di questioni sociali. Repubblica si interroga sulla correlazione tra influencer e democrazia. Nello specifico, i Ferragnez hanno dimostrato di avere una postura civile attivandosi di volta in volta in base al problema del momento. Non hanno poteri istituzionali ma sono cittadini consapevoli, broadcaster ed editori di sé stessi, che, diversamente da Berlusconi o Grillo, non hanno (ancora) fondato un partito. Gli influencer stanno riempendo quello spazio lasciato vuoto da leader come Matteo Renzi che, a differenza dei Ferragnez, hanno responsabilità politiche e pare seguano più dinamiche da influencer che da rappresentanti delle istituzioni. Restano da vedere gli effetti di questo fenomeno, ma di buono c’è quella partecipazione dal basso che spesso è il motore dei cambiamenti.



Influenzare (per) il vaccino


Il tema della vaccinazione continua ad essere centrale nell’intero dibattito pubblico mondiale: stiamo ancora affrontando la pandemia che, ad un anno e mezzo dalla sua comparsa, continua ad essere presente e condizionare la nostra vita in maniera più o meno stringente. I vaccini sono la nostra “arma principale” per eliminare radicalmente il virus ma una corretta informazione e comunicazione può diventare un ulteriore strumento per eliminare invece il virus della disinformazione che purtroppo continua ampiamente a diffondersi senza alcuna barriera. A fronte del significativo calo di dosi di vaccini negli Stati Uniti, la testata Scientific American ha evidenziato l’urgente necessità di promuovere le vaccinazioni, specie per contrastare la diffusione della variante “Delta”, attraverso il sostegno di persone influenti o celebrità provenienti da qualsiasi settore, che sia sportivo, politico o dello spettacolo, influencer internazionali o anche locali. Oggi in Italia si polemizza in merito ai festeggiamenti per la vittoria dell’europeo da parte della nazionale italiana di calcio, discutendo delle possibili ricadute in termini di contagio. L’episodio è diventato oggetto di aspre critiche ma ad oggi sarebbe meglio lasciare alle spalle eventi già accaduti per cercare di far fronte ai prossimi mesi per incentivare ulteriormente le vaccinazioni anche attraverso l’uso di testimonial nazionali, come “gli azzurri” freschi campioni europei, che potrebbero trascinare le folle non solo tra le strade di Roma ma anche negli hub vaccinali specie nell’ottica delle prossime ri-aperture degli stati. Il Green pass per gli stadi insomma che, come sperimentato da Macron, può diventare il lascia passare per tutte le attività quotidiane. Ma riusciremo davvero a settembre/ottobre a non ripetere gli stessi errori dello scorso anno, anche nella comunicazione?



Gli effetti dei social sul comportamento collettivo


Il Post riporta un articolo pubblicato di recente sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), che sviluppa attraverso una serie di argomenti l’idea che sia opportuno e urgente studiare approfonditamente i modi in cui i social media e le attuali tecnologie di telecomunicazione condizionano le interazioni tra le persone e i comportamenti collettivi. La ricerca, redatta da 17 ricercatori provenienti da università di varie parti del mondo, evidenzia come il digitale e l’avvento dei social media abbiano accelerato i cambiamenti nei nostri sistemi sociali – dalle relazioni interpersonali fino alle modalità attraverso cui raggiungiamo un consenso – ma le conseguenze di questi cambiamenti sono poco comprese e poco studiate. Nonostante ci sia la tendenza ad attribuire valori pressoché positivi al mondo dei social network, abbiamo già visto che non è sempre così (vedi Editoriale 40). La ragione per cui è necessario studiare l’impatto dei social sulla collettività è l’apparente vulnerabilità degli ecosistemi costruiti attraverso i social media rispetto alla disinformazione, che rappresenta “una minaccia per la salute, la pace, il clima” e, in generale, un pericolo per la democrazia e per il progresso scientifico. L’obiettivo concreto della ricerca dovrebbe essere quello di fornire informazioni utili ai regolatori e ai responsabili delle politiche e della gestione dei sistemi sociali.



Bolsonaro all’angolo


Come riporta The Guardian, uno dei principali giornali conservatori del Brasile, O Estado de São Paulo, ha chiesto le dimissioni del presidente del paese, Jair Bolsonaro. Tutto questo parallelamente ai risultati dei sondaggi che hanno mostrato come per la prima volta la maggioranza dei cittadini sostenga l'impeachment e consideri il leader incapace di governare. Bolsonaro è entrato in carica nel gennaio 2019, usando i social media (vedi Editoriale 19) per ritrarsi come un anti-establishment; i critici hanno a lungo messo in discussione questa immagine, sottolineando le incessanti accuse di corruzione di basso livello e i legami con la mafia che hanno perseguitato la famiglia Bolsonaro. Nelle ultime settimane, poi, la rabbia sembra essersi diffusa in tutto l'elettorato brasiliano, in gran parte grazie a uno scandalo in corso su presunti accordi corrotti sul vaccino e sulla gestione della pandemia da Covid-19 che, in Brasile, ha ucciso più di 530.000 persone. Tutto questo ha portato O Estado de São Paulo a prendere una posizione netta, definendo il presidente "un bambino viziato, tormentato da una successione di disgrazie morali, politiche, criminali e amministrative".