Editoriale 40

La comunicazione sui media
14 - 20 giugno

22 giugno 2021

Il dopo Ronaldo in borsa. Pechino contro la libertà di stampa. Macron, Letta e i social media. Il lapsus di D’Alema (?)

La Redazione


Il dopo Ronaldo in borsa


Gli europei di calcio di quest’anno, uno dei primi grandi eventi post Covid, rappresentano una preziosissima vetrina e occasione che i maggiori brand hanno cercato di cogliere fin da subito. Coca Cola è una delle aziende sponsor dell’evento e, in quanto tale, gode di importante visibilità nel corso di tutte le parti che compongono l’evento, comprese le conferenze stampa di allenatori e giocatori. È ormai un episodio noto quello che ha visto Cristiano Ronaldo allontanare due bottiglie di Coca Cola posizionate, come da contratto per gli sponsor, accanto i giocatori preferendo una bottiglia d’acqua nel corso della conferenza ma dal suo breve e, a prima impressione, semplice gesto sono scaturite ampie reazioni (crollo in borsa del brand di 1,5%) e dibattiti che hanno coinvolto l’intero panorama mondiale. L’episodio ha reso ancor più evidenti le potenzialità e diversità tra la tradizionale comunicazione commerciale e quella originata dal web che, come indicato nel Corriere, tende a creare una retorica punitiva e severa ma che soprattutto incentiva la creazione di schieramenti che non lasciano spazio al confronto o dialogo aperto. Oggi viviamo costantemente esposti, come fossimo sempre in vetrina, e ogni gesto, parola o azione porta necessariamente con sé delle ripercussioni che ci obbligano a prendere posizione, scegliere da che parte stare e da quale dibattito o opinione farci guidare e influenzare di giorno in giorno.



Pechino contro la libertà di stampa


Hong Kong ha subito un nuovo atto autoritario da parte di Pechino. Questa volta, dopo le norme per la censura in ambito cinematografico (vedi Editoriale 39), è stato attaccato il giornale Apple Daily, il cui editore Jimmy Lai si trovava già agli arresti. Secondo il governo cinese si tratta di un organo di informazione intollerabile perché accusato di aver preso parte a una enorme cospirazione anticinese. Come riportato nell’editoriale de Il Foglio, il 17 giugno cinquecento poliziotti hanno fatto irruzione nella redazione setacciando articoli e documenti di ogni genere. Alla fine, hanno arrestato cinque persone. Non è difficile comprendere i reali motivi di questa operazione: Pechino vuole esercitare un maggiore controllo sui media che comunicano ad un pubblico internazionale e censurare i giornali pro-autonomia, di cui l’Apple Daily fa parte, anche se è uno dei pochi ancora in circolazione. Si tratta di atteggiamenti perfettamente in linea con quelli di regimi autoritari. Ormai non ci sono più dubbi: l’indipendenza di Hong Kong e dei suoi mezzi di informazione è stata cancellata.



Macron e i social media


La Repubblica riporta il pensiero di Macron secondo cui stiamo assistendo a un imbarbarimento collettivo ascrivibile al successo dei social network, dovuto a cinque motivi. Il primo è l’istantaneità dei pensieri che vi si esprimono, il fatto che questi non conoscano più un minimo di distacco, di filtro e, letteralmente, di mediazione. Il secondo è l’inganno di questi social che, lungi dal farci socializzare come starebbe a indicare il loro nome, in verità non fanno altro che allontanarci gli uni dagli altri, con la conseguenza che like e follower, che dovrebbero apportare maggior valore alle nostre esistenze, al contrario, ci confinano in una solitudine senza precedenti. La terza ragione è l’inesorabile atrofizzazione della memoria, considerato che sui nostri smartphone ci alleggeriamo dell’attenzione che consente di risalire consapevolmente a informazioni, situazioni e frammenti di ricordi che dimentichiamo tanto più di buon grado quanto più la tecnologia ci consente di recuperarli a nostro piacimento. Quarto, la perdita della bussola della verità; pensando di offrire a tutti il mezzo tecnologico per contribuire alla conoscenza, si è creato un parlottio globale in cui nulla autorizza più a gerarchizzare o a distinguere tra intelligenza e delirio, tra informazione e fake news, tra ricerca della verità e passione per l’ignoranza. Il quinto motivo è la fame di chiacchiericcio. Con i social è aumentata in modo esponenziale la costante curiosità di voler vedere tutto, sapere tutto e penetrare nello spirito e nell’intimità altrui, dando vita a un voyerismo che causa invidia e odio.



La corsa (a ostacoli) social di Letta


La “bestia” di Salvini, la “bestiolina” di Meloni e la macchina comunicativa di Casalino – re incontrastato dell’hype – viaggiano a cifre altissime sui social e Letta prova ad inseguirle. Ci prova, sì, ma in forte affanno. Se Giuseppe Conte con la foto della pizza a Napoli insieme a Gaetano Manfredi ha totalizzato 178mila like, Enrico Letta vola troppo basso con i suoi 1126 like per un post di risposta ad un attacco social di FdI pubblicato nelle stesse ore. Come racconta il Foglio, il risultato cambia di poco anche se l’argomento è più pop, come quando si è congratulato con i Maneskin per la vittoria all’Eurovision e ha raccolto poco più di 3mila like. È vero che il Pd riesce ad occupare le pagine dei giornali e i titoli dei tg, ma sui social non crea sicuramente problemi a Conte, Salvini e Meloni. Nonostante ciò, i dem insistono e preparano lo sbarco nel mondo della democrazia partecipativa con lo spazio digitale delle Agorà democratiche, sperando che abbiano un impatto superiore rispetto a Radio Immagina. La web radio lanciata da Nicola Zingaretti, infatti, stenta a decollare nonostante i nove giornalisti che ci lavorano. Sugli stessi mezzi utilizzati dagli avversari il Pd fatica notevolmente. Basti pensare alla diretta della presentazione di un libro in cui, dopo un’ora, gli utenti collegati erano cinque o al picco raggiunto durante l’ultima direzione nazionale con 273 spettatori. Sui social è difficile resistere alla tentazione di gareggiare con i populisti. Il rischio di perdere la partita della comunicazione e della disintermediazione è molto alto, dunque il Pd è davanti ad un bivio: gareggiare utilizzando le stesse armi o provare a differenziarsi?



Il lapsus di D’Alema


La portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, ha di recente rilanciato su Twitter un’intervista che Massimo D’Alema ha rilasciato all’agenzia di stampa ufficiale cinese Xinhua. L’ex presidente del Consiglio, in occasione del centenario del Partito comunista cinese, ha raccontato la sua storia da segretario dei Giovani comunisti italiani e con commozione ha rimembrato “il grande salto di sviluppo” della Cina (vedi Editoriale 33) che ha fatto uscire “almeno 800 milioni di persone dalla povertà”. In tutto ciò, però, D’Alema ha dimenticato di ricordare i metodi con cui la Cina è riuscita a conseguire il suo sviluppo. Tra questi, anche la violazione dei diritti umani. Si è trattato di un errore casuale?