Editoriale

Editoriale 4

La settimana sui media
05 - 11 ottobre

La reputazione della Cina dopo il Covid e cosa può risollevarla. Elezioni Usa: l’uso improprio di cagnolini da parte di Biden, la malattia di Trump e Max Weber, gli endorsment del Nyt e quelli del mondo scientifico. Il soft power secondo Luigi Di Maio e i rischi di una nuova infodemia che potrebbe essere peggiore della prima.

La Redazione

• Cosa pensa il mondo della Cina dopo il Covid? Complessivamente ne pensa piuttosto male. Secondo l’indagine del Pew Research Center sulla percezione della Cina dopo la pandemia, ripresa dal New York Times, la reputazione del Dragone è ai minimi storici. Come evidenziato nell’Editoriale 3, la Cina ha investito molto sull’attivazione di un soft power globale, grazie anche a una capacità di coordinamento centralizzato che non ha uguali. Ma se il disegno di Xi Jinping è quello di trasformare il XXI secolo nel secolo cinese, dovrebbe augurarsi almeno due cose nel breve termine: che arrivi presto un vaccino efficace e che il mondo dimentichi quindi il coronavirus e la sua origine, e che alla Casa Bianca arrivi Biden, un interlocutore considerato più debole del suo pur ingombrante concorrente.


• In seguito alla malattia di Trump, Joe Biden ha dovuto cambiare tattica: come scrive Formiche, il pretendente alla Casa Bianca ha saggiamente evitato di attaccare frontalmente un avversario indebolito e ha virato su temi più soft e comunque emozionali, in particolare i cani. Con quali risultati si vedrà, ma non mancano precedenti, anche se meno sofisticati. Nella campagna elettorale del 2013 Mario Monti, allora assistito da Robert Axelrod, uno dei consulenti politici più famosi del mondo, si fece intervistare tenendo in braccio un barboncino. L’obiettivo era quello di edulcorare l’immagine algida e burocratica del professore bocconiano, ma non andò bene. Una questione di credibilità, si disse. Ma Biden potrebbe avere problemi di credibilità più seri: come riportato dall’agenzia Nova, secondo indiscrezioni sarebbe affetto da una forma iniziale del morbo di Parkinson. Inoltre sarebbe facilmente ricattabile, a causa di alcune operazioni eseguite a favore del figlio. La campagna elettorale, insomma, è per Biden ma potrebbe portare alla Casa Bianca Kamala Harris.


• Rampini ipotizza che la guarigione di Trump possa diventare decisiva per una insperata rielezione. L’epica dell’uomo che sconfigge il male e risorge ricorre nella storia umana di tutte le nazioni, ma negli Stati Uniti, dove la religione è profondamente interconnessa con la politica (nessun ateo manifesto è mai stato eletto Presidente) assume toni millenaristici. Nel suo L’etica protestante e lo spirito del capitalismo Max Weber sostiene che l’imprenditore riconosce nel proprio successo il volere di Dio. Trump è andato oltre: è un imprenditore di successo ed è guarito dalla peste della nostra contemporaneità, è stato quindi baciato due volte dalla volontà divina.


• Potrebbe non sorprendere il consueto endorsement, ad un mese dalle elezioni, del New York Times al candidato preferito. In questo caso si tratta del democratico Joe Biden, una scelta ovvia dopo quattro anni di attacchi sistematici a The Donald. Interessante è invece il confronto proposto dal Corriere della Sera con l’editoriale gemello Hillary Clinton for president pubblicato dallo stesso quotidiano. Dal confronto emerge un’interpretazione su tutte: il secondo apparentemente sosteneva che non si poteva votare la Clinton solo perché dall’altra parte c’era Trump, “il peggior candidato di un grande partito nell’era moderna”, ma alla fine la sensazione era esattamente quella; nell’editoriale pro Biden (che non menziona, semmai evoca, Trump) emerge qualcosa che va oltre la politica e l’ideologia, la capacità di parlare il linguaggio della sofferenza e della compassione con cruda intimità ed empatia, il giusto temperamento per guidare il paese più grande del mondo verso un futuro di maggiore luce e speranza. Vedremo se il nuovo endorsment del giornale newyorkese farà cambiare idea ai forgotten men, quel migliaio di elettori bianchi anziani e maschi che garantirono la vittoria all’attuale presidente. E chissà se porterà più fortuna a Biden di quanto non ne abbia portato alla Clinton.


• Sembra ormai evidente che la narrazione del presidente americano su temi sensibili quali ambiente e salute pubblica abbia scatenato l’ira dei direttori (e non solo) delle riviste scientifiche più influenti al mondo. Si comincia con Scientific American, che per la prima volta in 175 anni ha fatto il primo endorsement per la Casa Bianca, chiedendo ai suoi lettori di “votare per la sanità, la scienza e Joe Biden presidente”. A distanza di un mese arriva la rivista inglese Nature che ripercorre con un breve video (sintesi dell’approfondimento How Trump damaged science — and why it could take decades to recover) il difficile rapporto tra Trump e la scienza. Nonostante le critiche dei big del settore, The Donald non sembra aver cambiato né tono di voce né convinzioni conservatrici. La coerenza in politica premierà anche questa volta il presidente in carica?


• Nella lettera inviata ad Avvenire per celebrare la liberazione di padre Maccalli e Nicola Chiacchio, il Ministro degli Esteri propone una sua definizione del termine soft power, inteso come “l’abilità di persuadere attraverso risorse non tangibili ma fondamentali quali la cultura, i valori, il modo di essere e di porsi nel dialogo con l’altro”. È forse un modo gentile per dire che non è stato pagato un riscatto, ed è senz’altro un doveroso plauso agli apparati di intelligence italiane e all’Unità di Crisi della Farnesina, eccellenza riconosciuta a livello internazionale. Per quanto apprezzabile, accostare una delicata azione di intelligence costituita, immaginiamo, da una lunga serie di operazioni e routine, al concetto di soft power, è una forzatura. Il soft power di una nazione è tale non per quello che una nazione fa, ma per quello che rappresenta, e soprattutto per come questa immagine agisce nella mente degli uomini. È una rappresentazione costruita nel tempo, che a volte si può misurare in secoli. È, insomma, un potere che non agisce ma che fa agire gli altri.


• Seconda ondata di contagi significa anche seconda ondata di infodemia? E seconda ondata di infodemia significa ritorno alle risse verbali tra esperti in prima serata Tv e sui social? Sembra proprio di sì. Sui media questo fenomeno è già presente e lo dimostra, tra gli altri, il recente confronto Burioni – Boldrin su Twitter (vedi Editoriale 3). La conseguenza più grave dell’infodemia è il concreto rischio di trasformare una discussione prettamente scientifica in un dibattito politico. Così le comunicazioni dei fedelissimi del governo spesso sfociano in puri allarmismi, mente gli oppositori tendono a minimizzare. Il risultato? Nel primo caso il sentimento di paura tra i cittadini, nel secondo un approccio superficiale alle indicazioni del governo.