Editoriale 39

La comunicazione sui media
7 - 13 giugno

15 giugno 2021

Cultura, social media e soft power: dall’America all’Asia, passando per l’Europa. l cinema di Hong Kong finisce nel mirino della censura cinese. Immagini che valgono più di mille parole. Fake news e influenze dall’Iran. Nigeria vs Twitter.

La Redazione


Cultura, social media e soft power: dall’America alla Cina, passando per l’Europa


Come riporta The Economist, i social media (vedi Editoriale 37) stanno permettendo agli americani di esportare la loro cultura politica. Un esempio è Arthur Do Val, legislatore in carica nell'assemblea regionale di San Paolo, celebre per le centinaia di immagini e video che settimanalmente propina attraverso le piattaforme social. La gente vuole essere intrattenuta, sostiene, quindi anche la politica deve essere divertente. Do Val incarna una nuova classe transnazionale di imprenditori politici che comunicano in meme, video e slogan, attingono a un flusso globale di idee, le adattano alle condizioni locali e le restituiscono all'etere. Molti sono attivisti o persone comuni, e i social media sono il loro più importante mezzo di influenza, sia sui loro seguaci sia tra di loro. Il risultato non è solo una nuova classe di politici non ortodossi, ma anche la globalizzazione delle idee politiche, molte provenienti dall'America. Questo ci riporta al concetto di “soft power”, introdotto nel da 1990 Joseph Nye, uno scienziato politico di Harvard che ha definito come "la capacità di influenzare gli altri e ottenere risultati preferiti attraverso l'attrazione e la persuasione piuttosto che la coercizione o il pagamento". Hollywood, la musica pop, McDonald's e i jeans Levi's sono tutte espressioni del soft power americano. Difatti, per molte persone consumare questi beni era quanto di più vicino potessero avere alla condivisione del sogno americano. E oggi avviene la stessa con la cultura politica, esportata tramite i social fino a raggiungere l’altra parte del mondo.



l cinema di Hong Kong finisce nel mirino della censura cinese


Il governo di Pechino ha imposto nuove restrizioni e censure all’industria cinematografica di Hong Kong, annunciando che inizierà a bloccare la distribuzione di film che si ritiene mettano a rischio la sicurezza nazionale, sulla base della legge emessa per reprimere le contestazioni antigovernative del 2019. Queste nuove limitazioni sui film, come spiega Raymond Zhong in un articolo del New York Times, segnano l’arrivo ufficiale della censura in uno dei centri cinematografici più importanti dell’Asia. Le nuove linee guida per i film sia nazionali sia stranieri sono un forte schiaffo allo spirito artistico di Hong Kong e alla sua stessa identità. I censori incaricati di controllare le pellicole dovranno prestare attenzione non solo ai contenuti violenti, sessuali e volgari, ma anche al modo in cui il film ritrae atti "che possono costituire un reato che mette in pericolo la sicurezza nazionale e ciò che è oggettivamente e ragionevolmente in grado di essere percepito come avallo, sostegno, promozione, glorificazione, incoraggiamento o incitamento". Nel mirino finiranno soprattutto i documentari che tentano di raccontare "eventi reali con un collegamento immediato alle circostanze di Hong Kong". Il pubblico, infatti, potrebbe essere più influenzato dai contenuti del film. L’importanza del cinema di Hong Kong può essere compresa facilmente se si considerano autori come Wong Kar-wai e Ann Hui, o star come Jackie Chan, Chow Yun-fat, Andy Lau e Tony Leung. Oppure l’influenza che ha avuto sui registi di Hollywood, tra cui Quentin Tarantino e Martin Scorsese. Dall’altra parte, tuttavia, la Cina ha acquisito sempre più importanza per Hollywood negli ultimi anni perché è uno dei pochi paesi in cui il cinema sta crescendo. Di conseguenza, gli studios hanno intensificato i loro sforzi per rispettare i limiti di censura cinese. E Hong Kong, lentamente e inesorabilmente, si vede portar via un altro pezzetto della sua libertà e indipendenza.



Immagini che valgono più di mille parole


Spesso le immagini riescono a comunicare anche più delle parole restando impresse nella memoria delle persone. Iconica è ad esempio la fotografia del Tank man, l’uomo mai identificato che si mise davanti a un carro armato dell’esercito cinese nella piazza Tienanmen nel 1989, sfidando simbolicamente il regime. Wired racconta, però, che venerdì 4 giugno la stessa ricerca di Tank man fatta tramite il motore di ricerca di Microsoft, Bing, non produceva nessun risultato per le immagini nemmeno dagli Stati Uniti e da altri paesi come Francia e Svizzera, secondo quanto riportato inizialmente da Vice. Microsoft, interrogata da più fronti, ha fatto sapere che la mancanza di immagini era dovuta “a un errore umano accidentale” su cui sono presto intervenuti per risolverlo. Questo “errore” è capitato però proprio il giorno dell’anniversario delle proteste guidate dagli studenti in Cina e culminate con il massacro di Tienanmen, coincidenza di certo non passata inosservata. Bing aveva già avuto problemi con la Cina: il motore di ricerca, infatti, è scomparso dal paese per quasi un giorno nel 2019. Microsoft non ha mai rivelato la causa dell’interruzione ma, secondo il Financial Times, la società di telecomunicazioni statale ha ricevuto l’ordine di bloccare il motore di ricerca. Spesso quando si parla di Cina e di censura difficilmente si tratta di coincidenze, non sono nuovi infatti ad episodi del genere (vedi Editoriali 9 ; 22 e 37), ma per questa volta proviamo a dare il beneficio del dubbio.



Fake news e influenze dall’Iran


Secondo due funzionari dell'intelligence statunitense, attori statali iraniani stanno intensificando la loro campagna di disinformazione sui social media per diffondere discordia e messaggi antisemiti all'interno degli Stati Uniti. Il Time, infatti, mostra come account social riconducibili alle troll farm gestite dal governo iraniano abbiano intensificato la disinformazione in concomitanza con alcuni importanti eventi. È accaduto dopo due annunci di Biden – la negoziazione per il ripristino dell'accordo nucleare con l’Iran e il ritiro degli Stati Uniti dall'Afghanistan – ma anche durante il conflitto israelo-palestinese dello scorso maggio, che ha visto la diffusione di messaggi anti-semiti in inglese. L'ondata proveniente dall'Iran fa parte di una tradizione decennale con cui gli avversari cercano di amplificare il malcontento all'interno degli Stati Uniti con l’obiettivo di minare la fiducia nel processo elettorale e nelle istituzioni democratiche. “La Russia ha scritto il manuale, ma altri lo stanno usando”, spiega il funzionario dell’intelligence americano. Alcuni governi, tra cui Cina ed Iran, mostrano quanto siano efficaci i metodi della Russia. Esistono tuttavia differenze che rendono la disinformazione iraniana facilmente individuabile. Gli iraniani sono generalmente "molto maldestri" e non nascondono bene le loro tracce. Non sono bravi quanto i servizi segreti russi a sembrare autenticamente americani nei loro messaggi e non aspettano che gli account sviluppino un buon seguito prima di iniziare a diffondere fake news. Questi account, più recenti e con sintassi irregolare, sono più facili da individuare come parti di una rete di account fake.



Nigeria vs Twitter


Come riporta Wired, la Nigeria ha sospeso l’accesso a Twitter a tempo indeterminato, reo di aver cancellato un post del presidente Buhari; si trattava di un tweet giudicato offensivo, in cui era citata la violenta guerra civile combattuta a fine anni ‘60 contro la regione del Biafra che cercava l’indipendenza. Il presidente faceva riferimento alle spinte secessioniste che tuttora esistono in Nigeria e, con quel tweet, sembrava minacciare una nuova guerra civile contro i gruppi indipendentisti del sud-est. La piattaforma è stata bloccata con l’accusa di minare l'unità nazionale e di diffondere fake news che contribuiscono ad alimentare alcuni scontri che nel paese vanno avanti da parecchi mesi. Il ministro della Giustizia Malami ha inoltre affermato di avere dato indicazioni al procuratore generale di perseguire i trasgressori del divieto di usare Twitter con un messaggio rivolto sia alle aziende che agli individui. Intanto, l’Unione europea insieme a Regno Unito, Canada, Stati Uniti e Irlanda hanno rilasciato una dichiarazione congiunta attraverso le loro missioni diplomatiche in Nigeria, in cui si dicono delusi per la decisione del governo nigeriano di sospendere il funzionamento di Twitter. Nella nota, questi paesi hanno ribadito il loro sostegno per i diritti fondamentali della libertà di espressione e dell’accesso alle informazioni. A quanto pare non sono solo i presidenti a venire bannati dai social, ma anche viceversa. Ancora una volta siamo davanti a una situazione che potremo vedere sempre più spesso, quella in cui un social network può, nel bene e nel male, cambiare le sorti di una nazione.