Editoriale 38

La comunicazione sui media
31 - 06 giugno

8 giugno 2021

La scarcerazione di Brusca sui media. Anamnesi dei med-influencer. Google: lingua, genere e realtà. Calenda romano de Roma. Trump e Facebook, to be continued. Processo mediatico in Australia.

La Redazione


La scarcerazione di Brusca sui media


La notizia sulla scarcerazione di Giovanni Brusca è stata l’ennesima dimostrazione del fatto che gli utenti sui social preferiscono discussioni polarizzanti a un'informazione ufficiale, ma neutra. Domenico Giordano ha analizzato il fenomeno nell’articolo di Formiche. Nella giornata di lunedì 31 maggio la parola chiave “Giovanni Brusca” è stata menzionata più di 500.000 volte, insieme ad altre tre keywords: “Brusca”, “mafia” e “Stato”. Tra gli utenti che le hanno utilizzate anche i politici hanno dato il loro contributo generando un differente numero di interazioni. Matteo Salvini e Giorgia Meloni hanno deciso di cavalcare l'onda dell'indignazione popolare e i loro post sono stati quelli più letti e commentati (48.015 interazioni lui e 33.114 lei). A seguire, Pietro Grasso, che ha proposto un’analisi diversa definendo la fine della pena di Brusca una vittoria dello Stato (22.862 interazioni). Enrico Letta ha preferito non pronunciarsi. Roberto Saviano, della linea di Grasso, ha offerto uno spunto di riflessione sulla mafia e sulla reazione della politica. In mezzo a questo putiferio di commenti, rabbia, e divagazioni sui concetti di legge e giustizia, emerge un dato preoccupante: le pagine social dei siti di informazione come Skytg24, Tg3 e Ansa, considerati insieme, hanno raggiunto solamente 8.354 interazioni. Un numero neanche lontanamente paragonabile a quello dei post di Salvini e Meloni. In un Paese in cui è più facile fare eco allo scontento popolare e avere successo, i media tradizionali dovrebbero ripensare al loro ruolo sui social perché il pericolo che la gente smetta di informarsi è dietro l'angolo.



Anamnesi dei med-influencer


Linkiesta ha studiato il fenomeno dei med-influencer, professionisti sanitari che utilizzano Instagram in modo intensivo per promuovere la loro attività professionale. Dall’urologo che spiega la disfunzione erettile nelle sue IG story al chirurgo plastico arrivato a concorrere in alcuni reality show, sempre più operatori del settore si sono lanciati nella carriera social. Perché? Per interagire con potenziali pazienti. Secondo Linkiesta non si tratta di un fenomeno solo italiano: fuori dallo Stivale si chiamano “health influencer” e vedono tra i capofila Dr. Mike, un giovane osteopata americano con oltre 4 milioni di follower su Instagram; tra i suoi post, però, nessuna foto di spalle lussate o ernie al disco, ma contenuti ben studiati per attirare l’attenzione degli utenti. Per quanto quello dei med-influencer, nostrani e internazionali, sia un fenomeno variegato, rimane un comune denominatore: il mezzo. Un mezzo che ha la potenza di trasformare linguaggi e contenuti, livellandoli. E così un dentista, un chirurgo plastico, un urologo si scoprono affini a un fashion infuencer. È la dimostrazione che non esistono ambiti in grado di sfuggire alle logiche del marketing 3.0: tutto diventa prodotto, persino la salute.



Google: lingua, genere e realtà


La lingua subisce nel tempo inevitabili cambiamenti dati dalla cultura, l’innovazione e la coscienza sociale e personale. Oggi, in un contesto storico dominato dai social, dai sistemi automatici di scrittura e correzione ortografica, si sono spesso generati numerosi dibattiti sul linguaggio che oggi usiamo, specialmente in merito all’odio diffuso sui social e alla questione di genere. Come raccontato da The Economist, oggi le aziende tecnologiche si muovono in contesti difficili, spesso dominati da polemiche, e per questo Google ha scelto di incoraggiare gli sviluppatori nel favorire un linguaggio che possa essere più inclusivo. Il pregiudizio sessista è evidente in moltissime lingue e l’obiettivo di Google è contrastare il cosiddetto maschile generico che ultimamente, in contesti sociali dominati da grande fluidità, risulta essere un limite capace di generare anche criticità. C'è una crescente accettazione del fatto che il linguaggio sessista sia un problema e, allo stesso tempo, c’è adesso anche una diffusa convinzione che i giganti della tecnologia siano ormai diventati sempre più potenti. Le decisioni che prendono le big tech, infatti, diventano sempre più politiche e influenzando e modificando il linguaggio continueranno a influenzare, inevitabilmente, anche la nostra realtà quotidiana.



Calenda romano de Roma


Dall’inizio della campagna elettorale, Carlo Calenda ha cambiato passo per conquistare la Capitale cercando di sostituire gli abiti da politico europeo con quelli da “romano de Roma”. I suoi manifesti – racconta Il Foglio – sono ovunque in città, ma è sui social che dà il meglio di sé: tra una proposta elettorale e un attacco a Virginia Raggi, trova il tempo di dibattere con Damiano “Er Faina” dopo la polemica sul catcalling, in un romanesco non troppo riuscito. La settimana scorsa è stato il turno anche di Cristina Fogazzi, l”Estetista Cinica” da 836mila followers, con la quale ha organizzato una diretta Instagram con il chiaro obiettivo di intercettare i più giovani. È un Calenda a tutto campo quello che cavalca anche l’onda Mourinho e riaccende un tema storico fra le strade di Roma: lo stadio. All’annuncio dell’ingaggio del tecnico portoghese da parte della Roma ha commentato: “Mo tocca costruire uno stadio serio. Rapidamente”. Il linguaggio è quello di chi vuole dimostrare di non essere solo un politico tutto lobby e tavoli tecnici, ma anche un po’ “casereccio”. Tra battute e autoironia, qualche settimana fa ha twittato un video in cui cercava di convincere un elettore di centrodestra a votare per lui e lo ha accompagnato con una battuta verso Giorgia Meloni: “A Giorgia stai in campana, se non metti uno bono me vota pure lui… It’s now or never #sischerza”.  Il leader di Azione sta cercando di scrollarsi di dosso quell’aurea élitaria con cui viene spesso percepito all’esterno dei palazzi. Sarà curioso vedere se riuscirà nel suo intento in un terreno duro come quello di Roma, non privo di problematiche radicate che le precedenti amministrazioni hanno faticato ad affrontare.



Trump e Facebook, to be continued


Secondo quanto riporta il New York Times, Facebook ha annunciato venerdì scorso che la sospensione di Donald J. Trump dalla piattaforma durerà almeno due anni, tenendo l'ex presidente fuori dai social media tradizionali per le elezioni di metà mandato del 2022 (il tycoon era stato bannato da Faacebook e Twitter a seguito dell’episodio di Capitol Hill lo scorso 6 gennaio, vedi Editoriale 17). Trump, che prima dei divieti usava i social media come un megafono per raggiungere le sue decine di milioni di seguaci, circa un mese fa aveva dato vita a un blog chiamato "From the Desk of Donald J. Trump", ma lo ha chiuso questa settimana dopo aver guadagnato poca trazione. Per anni, Facebook non ha interferito con il discorso politico e durante la presidenza di Trump non ha tenuto a freno il suo linguaggio infiammatorio mentre attaccava i nemici e diffondeva la disinformazione. Ha però cambiato la sua posizione dopo l'attacco al Campidoglio. Ora il ripensamento di Facebook su come trattare il discorso politico ha implicazioni non solo per la politica americana, ma anche per i leader mondiali come il presidente Bolsonaro del Brasile e il primo ministro Narendra Modi dell'India, che sono stati attivi sulla piattaforma. Resta comunque il tema rispetto al ruolo della Silicon Valley nei confronti della politica. Facebook ha a lungo detto che non vuole essere un arbitro del discorso. Recentemente Zuckerberg ha chiesto ai legislatori di creare regolamenti per la sua azienda da seguire per quanto riguarda le decisioni sui contenuti.



Processo mediatico in Australia


Come riporta Prima Comunicazione, dodici organi di stampa australiani sono stati sanzionati per aver violato il blackout mediatico del 2018 imposto dalla giustizia sul processo per pedofilia del cardinale George Pell. Nello specifico, sono stati giudicati colpevoli di oltre venti capi di imputazione per oltraggio alla Corte per non aver rispettato un “ordine” che imponeva ai media di non parlare del processo al fine di evitare di influenzare i giurati. Il cardinale, accusato di violenza sessuale su due adolescenti negli anni ’90, è stato infine assolto in appello nell’aprile 2020. I media sono stati multati per un totale di 700.000 euro e dovranno pagare ulteriori 650.000 dollari per le spese legali. La maggior parte delle multe sono state inflitte a giornali e siti web appartenenti ai due maggiori gruppi di media australiani, News Corp (vedi Editoriale 25) e Fairfax Media.