Editoriale 36

La comunicazione sui media
17 - 23 maggio

23 maggio 2021

La comunicazione da grand commis di Mario Draghi. Che in Cina ha un discreto successo, a parte qualche travisamento. Si rivede Bannon. La scomoda stampa americana in Russia. A New York un piano di aiuti per la stampa locale.

La Redazione


La comunicazione da grand commis di Mario Draghi


Il Foglio analizza i primi cento giorni dell’esecutivo guidato da Mario Draghi (vedi Editoriale 23), segnati dall’accelerazione del piano d’immunizzazione e dal piano per accedere al recovery fund ora al vaglio della Commissione europea. Il quotidiano diretto da Claudio Cerasa ha interpellato diversi accademici. Tutti concordano sul fatto che il punto di forza del governo Draghi sia lo stesso Mario Draghi.  Merito delle parole che pronuncia, “rassicuranti riconosce Claudio Velardi, già spin doctor ai tempi di Massimo D’Alema a Palazzo Chigi - per lo spessore intellettuale che contengono e per la loro semplicità: ognuna ne sottende molte altre e tutte vanno a segno”. Ma come mai non vengono spesso rilanciate? “Primo - afferma Gianluca Comin, docente di strategie di comunicazione alla LUISS Guido Carli - perché Draghi è cresciuto da grand commis nel mondo della finanza, dove questo modo di porsi rappresenta la prassi; secondo perché al momento non ha bisogno di raccogliere intorno a sé un consenso elettorale”. Bisogna riconoscere come, sul piano della comunicazione, il premier si è adeguato, mantenendo però un profilo tutto suo: nessuna diretta a tu per tu, nessuna dichiarazione eclatante, nessuna foto e nessun compiacimento. La linea va dettata, non inseguita, e la linea è istituzionale. Continuerà a mantenere questo schema?



Che in Cina ha un discreto successo, a parte qualche travisamento


Secondo i giornali del Partito comunista cinese, Mario Draghi si sta spendendo per difendere l’accordo fra Unione Europea e Cina sugli investimenti che il Parlamento UE vuole affossare.  Draghi, però, non ha mai affermato nulla di simile e non è la prima volta che l’Italia finisce nel mirino della propaganda di Pechino. Come riportato da Formiche, il Global Times, organo di propaganda anglofono, rilancia il comunicato ufficiale di Pechino e una presunta citazione di Draghi sul proprio sito: “L’Italia sostiene il proseguimento delle trattative per l’accordo Cai (Comprehensive agreement on investments) attraverso il dialogo, il più presto possibile”. Palazzo Chigi, nel proprio comunicato fa semplicemente riferimento all’ “esigenza di rafforzare e rendere più equi i rapporti economico-commerciali bilaterali” e che su queste e altre tematiche “esistono ancora differenze di opinione”. Questa non è una semplice incomprensione fra le parti, ma un’operazione politica non banale vista l’attenzione degli Stati Uniti nei confronti dell’accordo. E, infatti, l’endorsement all’accordo dello scorso dicembre attribuito all’Italia non è andato giù all’amministrazione Biden che, attraverso un tweet del Consigliere per la Sicurezza nazionale Jake Sullivan, chiede fortemente la “previa consultazione degli alleati”. Mentre in Cina pare che l’accordo possa proseguire il suo cammino, da Strasburgo è arrivato un ulteriore stop.  Una risoluzione approvata lo scorso giovedì stabilisce che i deputati non prenderanno in considerazione alcun colloquio sulla ratifica dell'accordo UE-Cina finché non saranno revocate le recenti sanzioni cinesi contro i legislatori UE.



Si rivede Bannon


Il Washington Post riporta uno studio della società di analisi Graphika che rivela la vasta rete di disinformazione tessuta da alcuni media cinesi legati a Guo Wengui, un uomo d'affari vicino allo stratega di destra Stephen K. Bannon. La rete diffonde falsità sotto forma di video, meme e altro che i suoi membri poi amplificano attraverso il web. Gli sforzi sono iniziati con un focus sulla denigrazione del Partito Comunista Cinese e dei dissidenti anti-CCP che vivono all'estero, ma più recentemente, le teorie di cospirazione che circondano le elezioni americane del 2020 e il covid-19 hanno abbondato. Lo studio rivela come i benestanti possono manipolare il mondo online per creare conseguenze offline e come è difficile tracciare la linea tra libertà di espressione e sfruttamento della propria popolarità. Questi volontari e lavoratori pagati, chiamati "formiche", sembrano coordinarsi su cosa pubblicare e quando e dove pubblicarlo. Il rapporto rivela anche una zona torbida nelle regole delle piattaforme per quanto riguarda le campagne malevole. Le piattaforme sono sempre state restie a diventare i cosiddetti arbitri della verità. Questa posizione li ha portati ad abbracciare politiche che si concentrano sul comportamento piuttosto che sul contenuto, tranne quando quel contenuto è particolarmente pericoloso. Questa è un'etichetta facile da applicare quando ad esempio un singolo individuo gestisce diversi account. Ma i partecipanti coperti dal rapporto Graphika sembrano essere per lo più autentici. Sono persone reali con una vera devozione alle idee del signor Guo, ma, allo stesso tempo, i loro sforzi stanno schiacciando la conversazione su alcuni argomenti.



La scomoda stampa americana in Russia


Il panorama mediatico russo attira spesso attenzione verso di sè ma non sempre nel modo in cui Putin vorrebbe (vedi Editoriale 24). Il Washington Post e il Times hanno raccontato infatti l’ultimo evidente episodio nel quale il Cremlino ha intensificato le azioni per ostacolare la stampa finanziata dagli Stati Uniti poiché ritenuta scomoda. Jamie Fly, l'amministratore delegato di Radio Free Europe/Radio Liberty, ha visitato Mosca nel gennaio 2020 per promuovere la popolarità della sua emittente in Russia ma ha riportato di aver ricevuto delle minacce dal principale portavoce del Cremlino, il quale invece nega quanto affermato. La battaglia ruota intorno a una legge russa che richiede che l'organizzazione si etichetti come "agente straniero": farlo però, hanno detto i funzionari di Radio Free Europe, allontanerebbe il suo pubblico e ostacolerebbe la sua capacità di riportare le notizie. A partire da venerdì, inoltre, i funzionari russi hanno avviato un'azione legale contro l'emittente e hanno congelato i suoi conti bancari fino a quando non pagherà le multe a suo carico. La lotta sul futuro dell’emittente straniera racchiude al suo interno significative implicazioni per la libertà di stampa in Russia, dove solo alcuni fonti d’informazione indipendenti sono riuscite a sopravvivere online nonostante gli sforzi di Mosca per soffocare il dissenso, e rappresenterà adesso un importante banco di prova per vedere se il giornalismo indipendente può davvero sopravvivere in Russia. Ma intanto in questo specifico caso cosa farà Biden per l’emittente?



A New York un piano di aiuti per la stampa locale


Secondo uno studio condotto dalla Hussman School of Journalism and Media dell’università del North Carolina, nel 2004 il 25% delle testate americane è scomparso, creando un vuoto informativo soprattutto a livello locale. In un momento di crisi per le redazioni giornalistiche Bill De Blasio, sindaco di New York, ha intrapreso un piano di aiuti economici rivolto alla stampa locale. Il New York Times lo ha analizzato per capire come i piccoli giornali indipendenti siano riusciti a sopravvivere e, in alcuni casi, a costituire una voce importante per la loro comunità di riferimento. Nel maggio 2019 Bill De Blasio ha firmato un ordine esecutivo imponendo alle agenzie cittadine di destinare almeno la metà dei loro budget per la pubblicità a giornali e siti web della comunità. Grazie a questo programma le testate hanno ricevuto solo nel primo anno 10 milioni di dollari, superando le difficoltà economiche dovute alla pandemia. Si tratta delle uniche fonti di informazione che pubblicano in 30 lingue diverse, rivolgendosi a immigrati o minoranze etniche e religiose. L’Haitian Times di Brooklyn, ad esempio, ha realizzato un reportage sul Covid 19 all’interno della comunità haitiana e ha approfondito le proteste di Black Lives Matter dando voce alle persone di colore. Il piano di De Blasio potrebbe essere applicato anche in altre città americane, con il budget di 5 miliardi di dollari che il governo federale ha a disposizione per la pubblicità. Oltre a questa iniziativa ne stanno sorgendo altre, come l’idea di alcune testate di diventare organizzazioni no profit per ricevere un sostegno al loro lavoro. La soluzione di New York porterebbe dunque un nuovo impulso alla stampa locale di tutto il paese.