Editoriale 35

La comunicazione sui media
10 - 16 maggio

16 maggio 2021

La disinformazione entra in guerra e il breve passo tra censura e calcel-culture. La Cina nei media occidentali. Vaccine hesitancy in Papua Nuova Guinea e uno sguardo al lobbysmo a Bruxelles. Nuovi metodi per censurare.

La Redazione


La disinformazione entra in guerra


Il conflitto israelo-palestinese si riacutizza accompagnato dalla disinformazione diffusa tramite i social media. Come riportato dal New York Times, in un video pubblicato su Twitter da un portavoce del primo ministro israeliano Netanyahu, sembrava che i militanti palestinesi nella Striscia di Gaza stessero lanciando attacchi missilistici contro gli israeliani da aree densamente popolate. Il tweet, condiviso centinaia di volte, risale però al 2018 e, secondo le informazioni, mostra immagini provenienti dalla Libia o dalla Siria. Video, immagini e testi contenenti frasi come “i palestinesi stanno arrivando, proteggete i vostri figli” sono stati condivisi migliaia di volte a dimostrazione di come la disinformazione viaggi a grande velocità sui social media. Sui siti di notizie in lingua araba è circolato anche un video che mostra religiosi ebrei strapparsi i vestiti in segno di devozione, come prova che stessero amplificando il numero di feriti e vittime negli scontri a Gerusalemme. Il video, secondo l’analisi del Times, era già stato caricato su Facebook e WhatsApp diverse volte dall’inizio dell’anno. Twitter e Facebook non hanno ancora commentato, ma WhatsApp e TikTok sono già al lavoro per limitare la diffusione di fake news all’interno delle proprie piattaforme. C'è una lunga storia di disinformazione condivisa tra gruppi israeliani e palestinesi, con false affermazioni e cospirazioni che compaiono durante i momenti di intensa violenza nella regione.  Come in tutte le guerre asimmetriche ed intermittenti, la disinformazione da un lato rappresenta uno strumento tattico per infiammare o calmare le tensioni. Dall’altro, ha la finalità più strategica di influenzare e mobilitare nel lungo periodo le terze parti: l’opinione pubblica internazionale, gli osservatori Onu, eccetera. È bene allora che le piattaforme si impegnino per limitarla al proprio interno.



Il breve passo tra censura e calcel-culture


Dalla censura alla cancel-culture il passo è breve: come quando prima si censurava un film, un’opinione o un giornalista anche oggi voci dissonanti e scomode vengono rapidamente fatte tacere. Come raccontato dal Washington Post infatti è recente l’episodio di censura o cancel-culture avvenuto ai danni di Liz Cheney, la terza carica del partito repubblicano alla Camera dei Rappresentanti del Congresso americano nonché figlia dell’ex vice presidente Dick Cheney, che, dopo aver criticato l'ex presidente Donald Trump accusandolo di bugie e falsità, è stata prontamente rimossa dal suo incarico. Il partito repubblicano continua a dare prova della poca coesione e unità interna e questa è una nuova dimostrazione dello scontro tra i nuovi ideali e personaggi politici radicali e le vecchie glorie e i rappresentanti più tradizionali del partito repubblicano. Nonostante le tante e rumorose critiche mosse dai repubblicani nei confronti della “cancel-culture” di sinistra, senza alcun indugio e ripensamento sono stati anche loro stessi i primi a voler cancellare una voce ritenuta scomoda e contrastante con i loro ideali. Ma ad oggi da cosa è rappresentata ormai la differenza tra censura e cancel-culture?



La Cina nei media occidentali


Formiche.net riporta un articolo del New York Times che anticipa un’inchiesta della International Federation of Journalists (IFJ) di Bruxelles sulla proiezione della Repubblica Popolare cinese sui media occidentali. Secondo la ricerca, i giornalisti italiani hanno affermato di aver subito pressioni per pubblicare il discorso di Natale del presidente Xi Jinping e di aver ricevuto una versione tradotta in italiano. Il vicedirettore dell’Agenzia Ansa, Stefano Polli, ha affermato di aver visto la Cina utilizzare sempre più i media per avere maggiore influenza nel nuovo equilibrio geopolitico, ma allo stesso tempo ha difeso il contratto del suo servizio per tradurre e distribuire Xinhua (la principale agenzia di stampa cinese, controllata dal Partito Comunista cinese). Quanto può pesare quel contratto nella comunicazione degli eventi dal territorio cinese? Un partner commerciale, che è anche un competitor strategico, può acquistare spazi di comunicazione alla stregua di un’azienda? Le istituzioni che sostengono economicamente l’Agenzia attraverso le convenzioni avvallano in questa maniera la scelta di comunicare gli interessi cinesi sul territorio italiano? I servizi “di costume” dalla Repubblica Popolare cinese arrivano preconfezionati in molte emittenti televisive italiane. Emittenti che ricevono un contributo video, risparmiando costi di produzione, e vengono pagate per trasmettere gli stessi contenuti. Un servizio che Pechino offre a diversi Paesi in giro per il mondo. Si tratta di servizi dai contenuti assolutamente neutri in cui vengono trattati argomenti di costume, spesso legati alle bellezze naturali o architettoniche della Cina (vedi Editoriale 18). Dall’inchiesta inoltre emerge che nessuno dei giornalisti o dei redattori ha mai subito pressione politica circa la distribuzione di questi contributi.



Vaccine hesitancy in Papua Nuova Guinea


Il primo ministro James Marape ha inaugurato le vaccinazioni contro Covid-19 in Papua Nuova Guinea, dicendo ai concittadini che se fosse morto non avrebbero dovuto sottoporsi all’iniezione e sperando, in caso contrario, che avrebbero seguito il suo esempio. L’episodio, riportato da The Guardian, evidenzia la “vaccine hesitancy” nel paese, trainata da una disinformazione capillare sui social media. Uno studio di ABC International Development e di Pacific Media Assistance Scheme ha rilevato che il 62% dei post Facebook nella regione che riguardano i vaccini diffondono fake news. Non a caso, in un paese dove il numero di infetti è decuplicato dallo scorso febbraio, il ministro della salute Jelta Wong ha definito la disinformazione sui social come la “sfida più grande” per ridurre la diffusione del virus. Anche nelle vicine isole Solomon un “sovraccarico in informazioni” sulle piattaforme ha inizialmente ridotto la fiducia del paese nei vaccini. Nonostante le 24.000 dosi AstraZeneca ricevute a fine marzo, le isole si sono trovate ad affrontare un problema di domanda poiché neppure gli operatori sanitari si fidavano del vaccino: nei primi giorni di disponibilità il farmaco è stato somministrato a non più di 600 lavoratori del settore. Comunque, grazie a un’agguerrita contro-campagna che ha potenziato le fonti di informazioni affidabili (vedi Editoriale 33), il governo è riuscito a costruire la fiducia nei farmaci. Quanto accaduto nei paesi sul Pacifico ci fa riflettere sull’attenzione che va riservata ai social media nelle zone dove si accede a queste piattaforme con maggiore frequenza rispetto ai media tradizionali.



Uno sguardo al lobbysmo a Bruxelles


Periodicamente, i media fanno il punto sull’industria delle lobby. Come riporta The Economist, negli ultimi 15 anni Bruxelles è diventata la seconda capitale mondiale delle lobby dopo Washington, con Berlino non molto indietro. Difatti, con l'arrivo di società internazionali di pubbliche relazioni, le grandi aziende hanno rafforzato le loro attività interne di lobbying (vedi Editoriale 10). Google e Facebook, per esempio, hanno aperto uffici nel quartiere governativo di Berlino e nel Quartier Léopold di Bruxelles. Nella capitale belga sono 25.000 i lobbisti che cercano di influenzare la politica comunitaria, circa 7.500 di loro sono accreditati presso il Parlamento europeo il che significa che possono incontrare regolarmente i parlamentari. Si calcola che Berlino, invece, ospiti fino a 7.000 lobbisti con più di 1 miliardo di euro da spendere ogni anno. Dal 2015 i commissari dell'UE e il loro gabinetto sono tenuti a rendere pubblici gli incontri con questi professionisti. Una legge approvata a marzo, poi, richiederà ai membri del Bundestag di dichiarare il lavoro regolare di lobbying. In questo contesto, l’Italia resta a guardare, con una serie di proposte di legge per regolare questa attività rimaste tali per decenni.



Nuovi metodi per censurare


Se chi ricopre una carica pubblica decide di esporsi tramite i social network, ovvero un servizio privato, ha quindi il diritto di comportarsi come un normale cittadino e censurare chi lo critica? La questione è controversa ma per Wired sembra esserci una risposta. Nel 2019 le corti americane avevano stabilito che questo comportamento non era possibile. Infatti, se un privato cittadino non può essere costretto a interagire con chi lo critica ed è libero di gestire con quali utenti condividere le proprie informazioni, per una persona con un ruolo pubblico non vale lo stesso discorso: è inaccettabile impedire a un cittadino di esprimere critiche su un account istituzionale. Nella causa del 5 aprile 2021 intentata dal Knight First Amendment Institute della Columbia University contro Donald Trump, l'accusa era proprio quella di aver bloccato alcuni utenti che criticavano l'ex presidente. Anche se la Corte aveva dichiarato la cessazione della materia del contendere dopo il cambio di vertice alla Casa Bianca, le precedenti sentenze parlano chiaro. Tuttavia, ponendo l'attenzione sui singoli utenti che usufruiscono dei social network, si rischia di togliere responsabilità a questi ultimi nella gestione dei contenuti pubblicati. Come risolvere la questione? Il giudice Thomas della Corte suprema americana ha tentato di paragonare i social network a common carrier cioè “a quei soggetti (pubblici e privati) che svolgono attività di interesse collettivo” e che, quindi, per la loro natura di pubblica utility non possono discriminare i singoli individui: un'azienda di trasporti pubblici non può negare l'accesso a un passeggero. Il giudice Thomas però non ha colto la vera essenza dei social network. Infatti, non si tratta di piattaforme neutre, ma di soggetti privati che possono moderare i rapporti con i propri clienti nel modo che ritengono più opportuno. Di conseguenza, i vincoli giuridici sembrano cadere. In realtà non è così, infatti nessun potere può essere esercitato in modo assoluto in un paese democratico. In pratica deve sempre essere rispettato il dovere di buona fede e più una piattaforma social agisce in autonomia, più viene chiamata a rispondere delle proprie scelte.