Editoriale 34

La comunicazione sui media
03 - 09 maggio

9 maggio 2021

Slogan omofobi in Polonia. (Anche) Il mondo dello sport contro i social media e una speranza per la stampa locale in Canada. Chi sono i veri motori della disinformazione? Buoni motivi per ridurre la presenza di scienziati in tv e pubblicazioni scientifiche in cambio di soldi.

La Redazione


Slogan omofobi in Polonia


Il caso delle “zone senza lgbt” della Polonia, analizzato in un articolo di Internazionale, dimostra quanto la retorica omofobica abbia conseguenze reali sulla vita delle persone e quanto l'Europa sia in ritardo sulla lotta alle discriminazioni nei paesi membri. Durante la campagna elettorale tra il maggio 2019 e il giugno 2020, il partito Diritto e giustizia (Prawo i Sprawiedliwość-Pis), di estrema destra, clericale e illiberale che governa la Polonia dal 2015, ha fatto della lotta ai diritti civili uno dei suoi capisaldi, associando il discorso anti lgbt+ al sentimento antieuropeista, forte soprattutto nelle regioni del sudest più arretrate. La campagna ha avuto un impatto tale che cento autorità locali hanno preso posizioni contro la comunità lgbt+ o dichiarandosi contro questa “ideologia” o ponendosi come difensori dei valori polacchi e della famiglia tradizionale. La definizione “zona senza lgbt” è frutto però di Gazeta Polska, giornale filogovernativo, che nel luglio 2019 aveva creato un adesivo con una bandiera arcobaleno sbarrata, allegandolo al suo supplemento settimanale. Il giornale di sinistra Polityka ha poi paragonato le “zone senza lgbt” alle zone senza ebrei dei nazisti e da allora il Pis si è ritrovato al centro di contestazioni da parte di tutta l'opinione pubblica internazionale. Non solo: l'artista polacco Bart Staszewski nel gennaio del 2020 ha iniziato a posizionare dei segnali gialli recanti la scritta “zona senza lgbt” in prossimità delle città del sudest. Le immagini dei cartelli sono diventate virali e hanno suscitato scalpore in tutta Europa, spesso senza sapere che si trattava di una provocazione. In mezzo a questa bufera mediatica ci sono state delle conseguenze tangibili o tutto è rimasto sulla superficie di slogan e articoli sui giornali?  Dopo che il parlamento europeo ha dichiarato l'11 marzo scorso l'Europa una zona di libertà lgbt+, l'UE ha annunciato che toglierà fondi a tutti i paesi che non rispetteranno questi valori di libertà e tolleranza. Tuttavia la retorica omofobica del Pis, nel frattempo, ha avuto modo di dilagare in Polonia e sono numerosi gli esempi di violenza e discriminazione verificatisi negli ultimi due anni. Il partito di Diritto e giustizia sembra preoccuparsi poco delle persone, siano esse gay, lesbiche o transessuali o semplici abitanti di zone arretrate che potrebbero perdere importanti incentivi allo sviluppo. L’UE, d’altro canto, è ferma alla direttiva del 2008 contro la discriminazione in base all’orientamento sessuale e non dispone di strumenti straordinari per combattere realmente l’omofobia.



(Anche) Il mondo dello sport contro i social media


Nel corso del primo weekend di maggio il mondo dello sport ha dato inizio ad un boicottaggio dei social media nel tentativo di affrontare e contrastare i crescenti abusi e discriminazioni che avvengono sulle piattaforme online. La manifestazione ha avuto inizio alle 15:00 del 30 aprile nel Regno Unito dove squadre e atleti di diversi sport hanno “silenziato” i propri profili partecipando alla protesta online con l’obiettivo di incoraggiare la presa di una posizione più forte contro gli abusi razzisti e sessisti da parte degli utenti. Come riportato da Wired, l’iniziativa ha poi coinvolto numerose istituzioni e personaggi sportivi internazionali che hanno cercato, a modo loro, di esporsi sul tema. Il problema dell’odio e della violenza online resta però un tema sensibile e ancora non risolto, la natura stessa dei social infatti implica anche una libertà d’espressione che dà spazio a voci e contenuti di vario tipo, creati da singoli utenti o gruppi specializzati (vedi Editoriale 13). Iniziative di questo tipo rappresentano un’occasione di posizionamento per gli attori principali del mondo dello sport, che sono importati modelli da cui i giovani prendono ispirazione, ma basterà questo per contrastare l’odio online oppure servirebbe creare delle severe condanne e limitazioni nelle stesse piattaforme?



Una speranza per la stampa locale in Canada


Come riporta The Guardian, una startup canadese si è posta l’obiettivo di far rivivere le notizie locali (vedi Editoriale 28). Difatti, mentre i giornali del posto chiudono i battenti, un’azienda ha sfidato il mercato (il giornalismo locale ha perso posti di lavoro più velocemente dell'industria del carbone, lasciando zone del nord America con poca copertura mediatica) mandando una newsletter giornaliera a tutti gli abitanti di Victoria. L’ideatore è un imprenditore canadese, Andrew Wilkinson, che nel 2019 ha assunto un giornalista e ha lanciato una newsletter quotidiana nella sua città natale. La startup, ideata nel 2019, un anno dopo contava più di 40.000 lettori. Ora, sulla base del successo della newsletter, un gruppo di startup ha svelato piani ambiziosi per replicare il modello in tutto il paese. Ad esempio, Overstory Media Group ha annunciato piani per assumere 250 nuovi giornalisti. "Ho sempre creduto che i media comunitari sarebbero sempre sopravvissuti - ha detto l'amministratore delegato Farhan Mohamed, che ha co-fondato l'impresa con Wilkinson -, ma deve solo essere fatto nel modo giusto". Altri seguiranno questo esempio? Bisogna tener conto, però, che un certo numero di startup giornalistiche hanno trovato il successo negli ultimi anni puntando a un mercato nazionale, tra cui Narwhal, Canadaland (che ha anche ricevuto finanziamenti dalla Tiny Foundation) e Logic, la scommessa di Overstory è che le comunità hanno fame di storie focalizzate a livello locale.



Chi sono i veri motori della disinformazione?


Come riporta il New York Times, i veri motori della disinformazione, secondo alcuni esperti, sono le forze sociali e psicologiche che rendono le persone inclini a condividere e credere alle fake news. "Perché le percezioni errate su questioni controverse in politica e nella scienza sono apparentemente così persistenti e difficili da correggere?” si è chiesto Brendan Nyhan, scienziato politico del Dartmouth College. Non è per mancanza di buona informazione, che è onnipresente. L'esposizione a buone informazioni non instilla comunque in modo affidabile convinzioni accurate. Piuttosto, un corpo crescente di prove suggerisce che i colpevoli finali sono "limitazioni cognitive e di memoria, motivazioni direzionali per difendere o sostenere qualche identità di gruppo o credenza esistente, e messaggi da altre persone ed élite politiche". Le persone diventano più inclini alla disinformazione quando accadono tre cose. La prima, e forse la più importante, è quando le condizioni della società fanno sentire alle persone un maggior bisogno di ciò che gli scienziati sociali chiamano ingrouping - una convinzione che la loro identità sociale sia una fonte di forza e superiorità, e che gli altri gruppi possano essere incolpati dei loro problemi. In tempi di conflitto percepito o di cambiamento sociale, cerchiamo sicurezza nei gruppi. E questo ci rende desiderosi di consumare informazioni, vere o no, che ci permettono di vedere il mondo come un conflitto che mette il nostro giusto ingroup contro un nefasto outgroup. Il secondo motore dell'era della disinformazione è l'emergere di figure politiche di alto profilo che incoraggiano i loro seguaci ad assecondare il loro desiderio di disinformazione che conferma l'identità. Un'atmosfera di conflitto politico a oltranza spesso avvantaggia questi leader, almeno a breve termine, radunando la gente attorno a loro. Poi c'è il terzo fattore - un passaggio ai social media, che è un potente sbocco per i compositori di disinformazione, un vettore pervasivo per la disinformazione stessa e un moltiplicatore degli altri fattori di rischio. Quando si pubblicano contenuti, si è molto consapevoli del feedback sociale che si ottiene in termini di like e condivisioni. Così, quando la disinformazione fa appello agli impulsi sociali più della verità, ottiene più attenzione online, il che significa che la gente si sente premiata e incoraggiata a diffonderla. Una ricerca della Yale University dimostra che le persone che ricevono un feedback positivo per aver pubblicato dichiarazioni infiammatorie o false, diventano molto più propensi a farlo di nuovo in futuro.



Buoni motivi per ridurre la presenza di scienziati in tv


La più evidente novità comunicativa del periodo pandemico è l’accresciuta visibilità mediatica di virologi, epidemiologi ed immunologi.  All’inizio della crisi la loro è stata una presenza importante: nel periodo in cui si sapeva meno del SARS-CoV-2, chi meglio degli esperti poteva fornire informazioni esaudienti sul tema? Come riportato dal Corriere della Sera, alla lunga questa aspettativa è stata delusa. Col tempo, infatti, le continue opinioni e dichiarazioni hanno portato ad una condizione di confusione più che di chiarezza. La presenza costante degli esperti, interpellati in alcuni casi anche su temi non di loro stretta competenza, ha causato alcune conseguenze negative. Falsa contrapposizione tra scienza e politica –  parere scientifico e azione politica sono spesso visti come alternative, mentre dovrebbero essere complementari per arrivare alla soluzione migliore. Falsa contrapposizione tra esperti “pro” e “contro” – la differenza di vedute tra esperti si polarizza seguendo le tracce del dibattito politico (ad esempio, su temi come le aperture e il coprifuoco). Espansione illimitata delle aree su cui si interpella l’esperto – è capitato che gli esperti si siano trovati a rispondere su temi non di loro stretta competenza, minando così la loro credibilità e autorevolezza. Appiattimento del contributo scientifico – i talk show mettono gli ospiti e le opinioni sullo stesso piano, causando un frullato comunicativo che porta a confusione e spaesamento. Essere a conoscenza di queste conseguenze potrebbe aiutare gli esperti a fornire un reale contributo informativo all’opinione pubblica, centellinando la propria presenza televisiva ed evitando, così, il sovraccarico di informazioni e la conseguente confusione.



Pubblicazioni scientifiche in cambio di soldi


Mentre il governo indiano è costretto a bruciare i corpi dei deceduti per Coronavirus, sui maggiori quotidiani nazionali campeggiano articoli inneggianti a rimedi alternativi quali curcuma, zenzero e pepe nero. Il fenomeno è dovuto, stando al Foglio, alla condiscendenza che la comunità scientifica manifesta riguardo a una certa “pseudoscienza pericolosa” - un approccio che a tratti diventa “aperta e interessata complicità”. L’obiettivo è attrarre autori (“che pagano molto più dei lettori”), e per raggiungerlo le riviste non si pongono problemi nel confondere i lettori diffondendo disinformazione. Se nemmeno gli studiosi agiscono come arbitro neutrale nei confronti delle fake news, e, anzi, promuovono il “lucroso business della scienza ciarlatana”, i rimedi (quelli davvero efficaci) contro Covid-19 rischiano di assumere agli occhi del pubblico la stessa rilevanza degli oroscopi.