Editoriale 33

La comunicazione sui media
26 - 02 maggio

2 maggio 2021

Il Grillo cantante. Chi ha vinto il premio Oscar per la miglior regia? Disinformazione: Cina e Russia, ancora loro. Censurare per coprire il collasso sanitario in India. Pandemia, vaccini e comunicazione: uno studio. Spotify non prende posizione e un messaggio da De Bortoli.

La Redazione


Il Grillo cantante


Fedez può diventare il nuovo Grillo?Le innumerevoli reazioni causate dalle parole del rapper durante il concerto del Primo Maggio hanno sollevato dubbi circa la possibilità che l’Italia si trovi di fronte ad una nuova ondata di populismo trainato dai personaggi del mondo dello spettacolo. Secondo il Corriere della Sera, Fedez, così come Grillo, punta tutto sull’arma dell’indignazione, oggi pane della politica. Non sarà un dato indicativo ma qualcuno ha fatto notare che il rapper vanta su Instagram un numero di follower superiore al numero dei voti presi dal centrodestra alle ultime elezioni. Per non parlare della moglie, Chiara Ferragni. Antonio Polito scrive: “Un quarto di secolo fa un partito fu fondato da un impresario della televisione, e vinse le elezioni. Tredici anni fa un partito nacque dagli show di un comico, e vinse le elezioni. Se è già successo, può succedere di nuovo”. Non è d’accordo il Direttore del Foglio, secondo il quale “L’ondata di artisti schierati nel dibattito pubblico è una sberla all’antipolitica: conta influenzare, non più distruggere”. Sarebbe forse un po’ ingenuo pensare che il rapper italiano “voglia mettere la propria popolarità al servizio di qualcosa di diverso dal televoto?”.



Chi ha vinto il premio Oscar per la miglior regia?


Partecipare alla cerimonia degli Oscar rappresenta già un importante traguardo ma vincere la famigerata statuetta è un evento che certamente non può passare inosservato. Così non è stato però in Cina in occasione della vittoria di Chloé Zhao del premio Oscar per la miglior regia con il film Nomadland, notizia che è stata completamente censurata in tutto il paese. Chloé Zhao è nata a Pechino, dove ha trascorso l’infanzia, per trasferirsi poi negli Stati Uniti fino a diventare, con l’ultima edizione degli Oscar, la seconda donna e la prima di origine asiatica a vincere la categoria. Come evidenziato dall’articolo di Internazionale, una notizia del genere dovrebbe sicuramente riempire d’orgoglio una nazione ma nel caso della Cina ha invece portato alla luce i punti deboli di un regime desideroso di mantenere un’immagine forte ma che si rifiuta di accettare qualsiasi nota dissonante ritenuta una minaccia nazionale. Dopo aver recuperato una vecchia intervista del 2013 in cui Chloé ammette di aver trascorso in Cina un’infanzia “circondata dalle menzogne”, il Partito comunista ha deciso di cancellare dalla vetrina mediatica la regista e la sua vittoria mostrando in questo modo la costante insicurezza dello stato cinese e la debolezza del suo soft power che, anche attraverso il cinema (vedi Editoriale 12), non riesce a creare attrazione nel modello cinese. A fare le spese di questa censura e cancellazione massiva di chiunque non dimostri lealtà assoluta al Partito comunista è senza dubbio lo stesso stato che si dimostra ancora incapace di costruire un’influenza basata sul soft power piuttosto che su un hard power economico (vedi Editoriale 16) che fagocita parti di una complessa ed eterogenea cultura.



Disinformazione: Cina e Russia, ancora loro


Russia e Cina conducono una campagna di disinformazione e manipolazione per minare la fiducia nei vaccini prodotti in Occidente, nelle istituzioni dell’Unione Europea e nelle strategie di vaccinazione occidentali ed europee. È quanto emerge dal nuovo rapporto del Servizio europeo di azione esterna sulla valutazione delle narrazioni e della disinformazione sulla pandemia del Covid-19 relativo al periodo dicembre 2020 – aprile 2021, che conferma la tendenza dei due paesi a manipolare le informazioni a scopi propagandistici emersa durante il 2020 (vedi Editoriale 12). Come riportato da Formiche, l’aumento dei contagi viene trasformato in disinformazione per screditare l’azione dell’Unione Europea contro la pandemia e dimostrare il fallimento delle democrazie e delle società aperte. I Balcani e l’Est Europa, per via della loro instabilità endemica, rappresentano così il target principale. Per raggiungere questi obiettivi, Mosca e Pechino sfruttano i media controllati dallo Stato, le reti di media vicini e i social media, compresi gli account di diplomatici. Il rapporto, inoltre, cita il sostegno dietro ai movimenti no-vax europei da parte di Russia e Cina, dimostrando come alla battaglia contro il virus si affianchi anche la battaglia per influenzare l’opinione pubblica e trarre vantaggi politici.



Censurare per coprire il collasso sanitario in India


Per limitare la “diffusione di informazioni fuorvianti” sul Covid il governo indiano sta mettendo in atto un'ampia campagna di censura. L'India è nel pieno della seconda ondata della pandemia, il suo sistema sanitario è al collasso e come riporta The Guardian nella sola giornata di lunedì scorso è stato raggiunto un picco di 353.000 contagi. La popolazione sta chiedendo aiuto tramite i social. Alcuni gestori di gruppi su Whatsapp e Telegram, creati per aiutare le persone a trovare posti letto negli ospedali o bombole di ossigeno, sono stati minacciati. E la scorsa settimana, come scrive Wired, a finire nel mirino del governo di Nuova Delhi è stato Twitter. Ora il social network è sotto accusa per aver eliminato alcuni post che criticavano la gestione della pandemia in India. A quanto pare la richiesta del governo è supportata dall'Information Technology Act, una legge del 2000 che consente di ordinare il blocco dell'accesso alle informazioni per proteggere la sovranità e l'integrità dell'India e mantenere l'ordine pubblico. Tuttavia, in questo modo, non si limita solo la libertà di espressione e di parola, ma si mette anche a rischio la salute delle persone. Già in passato l’India ha tentato di reprimere il dissenso popolare censurando contenuti sul web, come nel 2012, quando l'allora partito al potere, la United Progressive Alliance, ordinò di bloccare gli account Twitter di alcuni avversari politici o come lo scorso febbraio, quando il governo ha intimato di eliminare 250 tweet riguardanti le proteste degli agricoltori. Mentre l'India giustifica queste azioni nascondendosi dietro “scopi etici” per salvaguardare l'ordine pubblico, viene spontaneo domandarsi che cosa ci sia di etico nel denunciare un uomo che ha chiesto aiuto per il nonno morente tramite Twitter.



Pandemia, vaccini e comunicazione: uno studio


Lo studio “Pandemia e Vaccini: il ruolo della comunicazione e delle corporations” condotto dall’international Corporate Communication Hub (ICCH) e presentato dal Sole 24 Ore in collaborazione con l'Università IULM, ha evidenziato che tra i cittadini di tutto il mondo esiste un una “vaccine hesitancy”, ossia un atteggiamento che può essere mitigato attraverso un'efficace combinazione di canali, messaggi, toni, stili e fonti informative. Lo studio ha evidenziato un collasso della comunicazione che ha contribuito a gettare la popolazione in una situazione di disagio e disorientamento. Da questa situazione si sono lasciati contagiare anche gli uomini di scienza dando messaggi contrastanti e di divisione interna. I canali maggiormente utilizzati dagli italiani per informarsi rispetto al covid sono stati quelli tradizionali, con un ruolo di primo piano attribuito a televisione e radio, a differenza di quanto accade negli altri paesi studiati. In merito all'intenzione di vaccinarsi il confronto tra l'Italia e la media degli altri paesi è stato analizzato su tre variabili: atteggiamenti nei confronti dei vaccini, intenzione di vaccinarsi, effettivi comportamenti relativi alle vaccinazioni e l'Italia presenta valori più bassi su tutte le tre variabili, e in particolar modo sulla volontà di attuare comportamenti effettivi per vaccinarsi. Le leve comunicative su cui investire per avere un maggior impatto sull'intenzione a vaccinarsi e sull'accettazione dei messaggi relativi alla pandemia sono la coerenza tra ruolo e messaggio, la chiarezza e affidabilità delle fonti, l'autorevolezza dei dati rispetto ad un atteggiamento rassicurante sulle possibili conseguenze del vaccino. La ricerca ICCH conferma poi che la news credibility (definita da tre dimensioni: un'informazione onesta, bilanciata e puntuale) gioca un ruolo fondamentale nell'intenzione di vaccinarsi.



Spotify non prende posizione


Spotify non prende posizione. Il Washington Post racconta che durante una puntata di The Joe Rogan Experience, uno dei podcast più seguiti e ascoltati su Spotify, il conduttore, Joe Rogan, ha apertamente invitato le persone giovani a non vaccinarsi: “Venire vaccinati è perlopiù sicuro. Se però hai tipo 21 anni e mi chiedi: dovrei vaccinarmi? la mia risposta è no”. Secondo quanto riportato da The Verge, la piattaforma di streaming musicale più influente del pianeta non ha preso posizione sul fatto perché non apertamente anti-vaccinista. Azione contraddittoria rispetto a quanto accaduto pochi mesi fa. A gennaio 2021 Spotify ha infatti deciso di rimuovere il podcast del noto chef televisivo australiano Pete Evans per aver diffuso teorie cospirazioniste sulla pandemia, e bannato una canzone del musicista Ian Brown, comprensiva di strofa sui proverbiali microchip nei vaccini. Allora, Spotify aveva tenuto a far sapere di “proibire contenuti sulla piattaforma che promuovono falsità, inganni e teorie fuorvianti rispetto a Covid-19 che potrebbero causare danni offline e/o consistere in una minaccia per la salute pubblica”. La domanda sorge spontanea: perché Joe Rogan gode di un trattamento speciale? Sarà forse perché Spotify ha investito molto su The Joe Rogan Experience, e non vuole bloccare il suo show più redditizio?



Un messaggio da De Bortoli


Formiche ha riportato uno stralcio dell’intervista rilasciata da Ferruccio De Bortoli a Valerio De Luca, presidente di Task Force Italia, nel corso del web talk “Rilanciare il potenziale dell’Italia” sul tema dei media e, in generale, sull’informazione. “I buoni mezzi di comunicazione sono comunità di diversità - afferma De Bortoli -, cioè di persone che magari all’interno di un singolo giornale hanno esperienze diverse e su alcuni punti la pensano in maniera diversa se non contrapposta, questa è la bellezza inarrivabile di un grande quotidiano, di un grande organo di informazione” (vedi Editoriale 25). L’intervistato ha sottolineato la responsabilità dei giornalisti, i quali “devono rendersi conto che spesso hanno e devono avere un ruolo di costruttori, e una buona informazione non può essere la comunicazione e la prosecuzione di quello che dicono aziende, mondo dell’economia e politica”. L’universo mediatico, secondo Ferruccio De Bortoli, deve fare solo e unicamente il proprio mestiere e non surrogare la comunicazione istituzionale o creare un clima di fiducia quando non ci sono gli elementi che la favoriscono. Da questo punto di vista sono necessari codici che devono essere applicati utilizzando il senso della misura. Non è detto che chi ha popolarità debba avere più peso di una persona che ha conoscenze scientifiche, ma “purtroppo è quel che accade, perché spesso le regole dell’entertainment hanno il sopravvento rispetto a quelle che sono i canoni della buona informazione”. Si riuscirà a passare dalla teoria alla pratica?