Editoriale 30

La comunicazione sui media
05 - 11 aprile

11 aprile 2021

Draghi: verba NON volant. AstraZeneca sui giornali inglesi. La svolta delle comunicatrici. Trump: il ritorno alla Casa Bianca può dipendere da un nuovo stile comunicativo. Censura cinematografica in Italia e una chiacchierata con il commissario Agcom Giacomelli sulla disinformazione online. Il bias della negatività e l’importanza di raccontare storie alternative.

La Redazione


Draghi: verba NON volant


Prima gaffe comunicativa di Draghi? Le reazioni istituzionali e governative alle parole del premier italiano contro Erdogan in seguito al sofa-gate non si sono fatte attendere. Gli schieramenti vedono da un lato una dura critica dei media turchi filo governativi e dall’altro il supporto di leader europei e dell’opposizione turca composta dai repubblicani del Chp e dai filo curdi dell’Hdp. Ma non solo. Un forte sostenitore delle parole del premier italiano, secondo quanto riporta Repubblica, è la pancia della Turchia che si è espressa sui social, quelli almeno non ancora censurati (vedi Editoriale 25). Recentemente si è assistito ad un episodio molto simile, che ha visto protagonisti Biden e Putin (vedi Editoriale 27). Secondo alcuni, Draghi, così come il presidente americano, ha voluto ridare voce al proprio Pase in un momento caratterizzato da tanti dossier caldi aperti (la Libia su tutti) con la Turchia. Dal momento in cui si è insediato, il salvatore dell’euro è stato subito chiaro su quella che sarebbe stata la comunicazione del suo governo: si comunica solo quando c’è qualcosa da comunicare (vedi Editoriale 23). Arriveranno le scuse di Draghi? Difficile, specialmente dopo che l’Italia è stata apprezzata anche in Europa per le parole “franche” espresse dal suo presidente del Consiglio.



AstraZeneca sui giornali inglesi


Nel bel mezzo della crisi di fiducia sul vaccino AstraZeneca (vedi Editoriale 28), il Regno Unito si trova ad uno stadio avanzato della campagna vaccinale e non può fare altro che tranquillizzare la popolazione e spingerla a vaccinarsi. Ancora una volta, è ben chiara la differenza culturale tra il Regno Unito e l’Europa: sui casi sospetti di trombosi, i media britannici hanno adottato un approccio più pragmatico rispetto ai media europei. Come riportato dal Foglio, infatti, è sufficiente leggere i titoli dei giornali più importanti per percepire la differenza. Quella del Telegraph è stata la mossa più evidente: ha intervistato la sorella del primo morto per una trombosi forse collegata al vaccino, che attribuisce esclusivamente alla sfortuna ciò che è accaduto al fratello e sottolinea l’importanza di procedere con la campagna. Il Sun ha titolato con “0,000095 per cento” grosso e in rosso, riferendosi alla probabilità di sviluppare una trombosi dopo la somministrazione del vaccino, e il Mail trova forse lo slogan più efficace, “Keep calm and carry on jabbing”. Anche i media non esattamente filogovernativi stanno mantenendo una linea volta a trasmettere tranquillità. Il Guardian, per esempio, sottolinea il problema di fiducia sul vaccino di AstraZeneca ma non parla di effetti collaterali, solo di un probabile ritardo con la vaccinazione degli under 30.  Probabilmente, oltremanica hanno capito che non è il momento di cavalcare la paura, l’emotività, lo spettacolo. Ciò che conta adesso è far correre la campagna vaccinale tenendo, sì, conto dei rischi, ma senza cercare la spettacolarizzazione del tema.



La svolta delle comunicatrici


Il Messaggero, attraverso la penna di Maria Latella, sottolinea come il timone della macchina comunicativa politica mondiale sia in mano alle donne. Oltreoceano, infatti, Joe Biden ha affidato la comunicazione della Casa Bianca a sette donne; nel Bel paese, oltre a Mario Draghi che ha deciso di affidare la comunicazione di Palazzo Chigi alla giornalista de Il Sole 24 Ore, Paola Ansuini (vedi Editoriale 23), recentemente Enrico Letta ha nominato Monica Nardi alla guida della comunicazione del Partito Democratico, mentre Giorgia Meloni ha puntato su Giovanna Ianniello. La politica annovera diverse portavoce donna abili e preparate, e lo hanno scoperto sulla propria pelle sia l’ex Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, sia l’attuale il Primo ministro del Regno Unito, Boris Johnson. In un periodo in cui la democrazia non è più la solida certezza di sempre e i partiti combattono alla ricerca di un’identità, affidarsi alla sensibilità e voce femminile delle comunicatrici può essere un’idea vincente che cerca di unire piuttosto che dividere.



Trump: il ritorno alla Casa Bianca può dipendere da un nuovo stile comunicativo


La potenza e penetrazione mediatica di Trump su cui ha basato la sua carriera presidenziale ha ormai subito un grande arresto terminando con piccole e poco incisive apparizioni televisive. La sua assenza dalle piattaforme social (vedi Editoriali 17 e 19) ha certamente avuto una pesante ricaduta nella sua presenza mediatica, anche se, un altro fattore determinante è stato certamente la qualità dei suoi rari interventi pubblici nei quali continua a riproporre la solita retorica e affermazioni false e complottistiche che hanno sempre meno presa nel pubblico (vedi Editoriale 25). Come riportato nell’articolo del Washington Post, infatti, il suo interesse mediatico rappresentato dalle ricerche su Google non aveva raggiunto livelli così bassi dal giugno 2015. L'ex presidente ha ancora la volontà e la speranza di essere una forza potente nella politica e nella cultura americana e, in uno dei suoi comunicati stampa che hanno adesso sostituito i suoi amati tweet, ha promesso ai suoi sostenitori che "il meglio deve ancora venire!". Di certo Trump vuole fare un trionfale ritorno alla Casa Bianca ma senza un cambiamento nella sua comunicazione e retorica potrà accontentarsi solo del seguito di quei pochi sostenitori di estrema destra rimasti orfani del loro leader.



Censura cinematografica in Italia


La censura cinematografica è stata finalmente abolita in Italia. Il 5 aprile il ministro della cultura Dario Franceschini ha firmato un decreto che stabilisce che i film destinati al cinema possano essere divisi in 4 categorie (quelli adatti a tutti, quelli vietati ai minori di 6, di 14 e 18 anni), scelte direttamente dai produttori cinematografici. Dunque, niente più tagli o censure, contrariamente a quanto visto in altre nazioni come la Cina (vedi Editoriale 12). La legge stabilisce anche la formazione di una nuova Commissione che risponderà alla Direzione Generale Cinema del ministero della Cultura e avrà il compito di confermare o modificare la classificazione di un film. Come ha scritto Il Post la storia della censura cinematografica in Italia ha inizio con un Regio Decreto nei primi anni del Novecento. Prosegue negli anni del fascismo con le restrizioni rigidissime da parte del MinCulPop. Nel Dopoguerra la legge del 1962, rimasta in vigore fino al 2021 con qualche modifica, prevedeva una Commissione di primo grado e una di appello, e la necessità di un’approvazione ufficiale per l’arrivo di un film nei cinema. Anche dopo essere arrivata nelle sale, una pellicola poteva essere denunciata da privati cittadini ed essere messa sotto processo. I casi di censura più famosi sono stati quelli di Ultimo Tango a Parigi di Bernardo Bertolucci, Il pap’occhio di Renzo Arbore, Totò e Carolina di Mario Monicelli e, in generale, tutti i lavori di Pier Paolo Pasolini. Un esempio più recente ha riguardato un horror indipendente del 2012, Morituris di Raffaele Picchio, denunciato per perversione e sadismo. Da oggi sarà ricordato come l'ultimo caso di censura.



Chiacchierata con il commissario Agcom Giacomelli


Formiche ha intervistato il commissario Agcom Antonello Giacomelli sulla disinformazione online e su come governi e piattaforme possono combatterla, senza superare una invalicabile linea rossa. Il punto è chi decide cosa è disinformazione e secondo quali criteri: per Giacomelli è legata a reati quali diffamazione, calunnia e ingiuria – sarebbe legittimo limitare la libertà di espressione solo in questi casi, perché “al di fuori della legge e della pronuncia di un giudice terzo, ci muoviamo su un terreno molto pericoloso”. Le piattaforme non dovrebbero, dunque, prendersi libertà che esulano dalla cornice giuridica, come accaduto con il blocco di Trump (vedi Editoriale 17). Il fact checking va comunque incentivato, fornendo ai cittadini gli strumenti per diventare fruitori sempre più consapevoli, sulla stessa linea della Fairness Doctrine promossa dal New York Times ma anche di quanto sostenuto dal vice presidente Affari globali di Facebook (vedi Editoriale 29). Giacomelli si è anche espresso sul dibattito relativo alla riforma della sezione 230 che infervora negli Stati Uniti (vedi Editoriale 28 e 29): stando al commissario, equiparare le piattaforme agli editori “finirebbe per provocare problemi molto più grossi di quelli che si intendono risolvere” e in ogni caso necessitiamo di risposte comuni tra Vecchio e Nuovo continente, “se così non fosse si aprirebbero varchi pericolosi ed inquietanti in una realtà globale dove le democrazie sono sempre più in difficoltà”. Secondo Giacomelli, l’Occidente deve far crescere a livello globale la convinzione che senza democrazia “non c’è, non può esserci libero mercato”.



Il bias della negatività e l’importanza di raccontare storie alternative


Come riporta il Corriere della Sera le teorie del complotto affondano le loro radici in quello che gli psicologi chiamano bias della negatività: una distorsione cognitiva per cui tendiamo tutti a esagerare l’importanza delle cose che vanno male, dimenticando quelle che invece funzionano bene. Sarà forse per questo motivo che non raccontiamo, o non facciamo attenzione, alle storie positive che questa pandemia ha portato con sé. Le aziende di delivery hanno consentito a un pezzo del mondo della ristorazione di restare in vita, l’e-commerce è stato di straordinario ausilio e Big Pharma ci ha dato cinque vaccini contro il Covid-19 in meno di un anno. Bisognerebbe offrire anche storie alternative, che siano capaci di vantare i meriti individuali, di sottolineare la difficoltà degli sforzi di chi fa ricerca e impresa, che non lascino a complottisti e «irrazionalisti» le praterie dell’emotività.