Editoriale 29

La comunicazione sui media
29 - 04 aprile

4 aprile 2021

Ricostruire la narrativa europea. Effetti collaterali del governo Draghi: Conte da Prima Repubblica e Meloni leader conservatrice. La disinformazione corre anche sui media tradizionali. La campagna pubblicitaria pro-vaccino di Biden e brand activism in Georgia. Facebook non è The Truman Show.

La Redazione


Ricostruire la narrativa europea


Dopo Brexit, l’Unione europea deve ricostruire la propria narrativa. In un articolo pubblicato sul Corriere della Sera, Wolfgang Münchau riflette sulle strategie di comunicazione e sugli strumenti che permetteranno all’Europa di separarsi definitivamente dall’influenza dei media del Regno Unito. Le reti social rappresentano il primo approccio per costruire un dibattito che non sia moderato da giornalisti o esperti inglesi. Twitter infatti sta diventando un’arena in cui la presenza europea è sempre più rilevante. Inoltre, i software di traduzione, più semplici e fruibili rispetto all’inizio, consentiranno di scavalcare più velocemente l’inglese nella comunicazione scritta. Infine, è necessario che l’Europa crei uno spazio mediatico bottom-up e non top-down, con contenuti alla portata di ogni cittadino. Che dire infine della lingua? Indubbiamente l’inglese rappresenta ancora il terreno comune per comprendersi l’un l’altro ma un cambiamento non è impossibile. Così come Londra non sarà più il centro della vita economica dell’Europa, allo stesso modo si utilizzerà una nuova terminologia. Perché è proprio dalle parole e dalla comunicazione che si elaborano una nuova narrativa e una nuova cultura.



Effetti collaterali del governo Draghi: Conte da Prima Repubblica


Come riporta il Corriere della Sera, il Movimento 5 Stelle targato Giuseppe Conte è pronto a cambiare il suo stile comunicativo. Al varco, difatti, ci sarebbe una maggiore sobrietà e niente sondaggi. Le linee guida che seguirà l’ex Presidente del Consiglio sono state tracciate all’indomani del suo intervento all’assemblea dei 5 Stelle, e si contrappongono a quelle suggerite dal suo uomo comunicazione di fiducia, Rocco Casalino (vedi Editoriale 23), che era pronto a far adottare una strategia più aggressiva, tarata su un discreto presenzialismo sui media da monitorare passo dopo passo con rilevazioni demoscopiche. La volontà di Conte, però, è quella di mantenere un profilo basso e comunicare solo quando davvero sarà il caso di farlo. Uno stile, come ha sempre spiegato l’ex premier in privato, decisamente più vicino a quella sua indole sobria, quasi da Prima Repubblica, assecondata più durante la prima esperienza alla guida del governo gialloverde che non durante la fase giallorossa di Palazzo Chigi, con ritmi e tempi che però erano dettati dalla pandemia. E a quel modello si torna adesso, con la guida dei 5 Stelle: niente dichiarazioni quotidiane, social ridotti all’osso. Insomma, lo stile comunicativo della nuova guida del M5S sarà molto simile a quello che sta adottando il suo successore, Mario Draghi, volenteroso di parlare solo quando si ha qualcosa da comunicare. L’elettorato sarà pronto a questo cambio comunicativo da parte dell’amato (stando ai sondaggi) Giuseppe Conte?



Effetti collaterali del governo Draghi: Meloni leader conservatrice


L’ipotesi di Giorgia Meloni leader di una destra conservatrice e moderna circola da qualche tempo, figlia dei meccanismi del discorso pubblico che ricerca sempre la novità, lo scoop, la controtendenza. Come riportato da Linkiesta, l’editorialista del Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia è stato l’ultimo a riproporla in ordine di tempo. Egli ha affermato che Fratelli d’Italia non può essere considerato un partito neo-fascista, piuttosto si mostra allergico alle “smargiassate dell’antifascismo di professione”. È curioso notare come i saluti romani, le cene celebrative della Marcia su Roma e i canti di Faccetta nera di alcuni esponenti FdI – dai quali Meloni non ha mai preso nettamente le distanze – non rientrino nella definizione “neo-fascista”. Per non parlare dell’appoggio a leader e regimi illiberali dell’Est Europa, addirittura difesi definendo lo Stato di diritto “un’idea soggettiva”. Giorgia Meloni si distingue, insieme a Salvini, per l’abilità nello sfruttare le contrapposizioni e i conflitti, la più classica e semplice strategia per guadagnare consensi. E allora, ecco che definisce George Soros “usuraio”, rievocando il più classico degli stereotipi antisemiti, o contrappone gli italiani in difficoltà agli immigrati, che diventano anche untori durante la pandemia del Covid-19. Spesso, una speranza non controbilanciata con i fatti porta ad una distorsione della realtà, alla creazione di filtri che soddisfano una propria personale aspettativa. Quando questo accade, può capitare che si individui una brillante demagoga come campionessa della destra civile, moderna e conservatrice quando rappresenta, nei fatti, un mix tra estremismo tradizionale e nuovo populismo radicale.



La disinformazione corre anche sui media tradizionali


La piaga della disinformazione è solitamente attribuita ai social media, ma le fake news abbondano anche nei media radiotelevisivi. E mentre i politici discutono se o come regolare le aziende tecnologiche (vedi Editoriale 19 e 24), dovrebbero allo stesso tempo considerare la creazione di sistemi per affrontare i pericoli della disinformazione in generale, ovunque sia presente. Da anni i decisori sono preoccupati per il potere delle piattaforme online. Come riporta il New York Times, la Camera e il Senato americani stanno considerando la legislazione che rivedrebbe la sezione 230 del Communications Decency Act, che attualmente esenta le aziende tecnologiche dall'essere ritenute responsabili per il materiale che pubblicano. Ma non è affatto chiaro se ridurre il dominio delle aziende tecnologiche sarà sufficiente. Decenni fa, la Federal Communications Commission istituì la Fairness Doctrine, una policy che richiedeva alle emittenti di presentare diversi punti di vista su argomenti controversi. La legge, che era progettata per assicurare che tutti i lati di una questione fossero presentati, fu smantellata nel 1987 sotto il presidente Ronald Reagan. Forse il Congresso dovrebbe considerare seriamente di rivitalizzare la Fairness Doctrine. Questo sforzo sarebbe basato sul diritto del pubblico ad essere informato, piuttosto che sul controllo della libertà di parola da parte del governo.



La campagna pubblicitaria pro-vaccino di Biden


Nel coinvolgimento delle popolazioni e delle persone più diffidenti alla vaccinazione, la comunicazione tecnica e scientifica non è risultata sempre la strategia più efficace ed è per questo che gli stati e i governi hanno dovuto affidarsi ad una comunicazione più emozionale, empatica e personale. In Italia lo spot per la campagna vaccinale voluto dal governo e firmato da Giuseppe Tornatore ha generato reazioni diverse e non poche polemiche. Recentemente anche l’amministrazione Biden ha annunciato la partenza di una campagna pubblicitaria pro-vaccino. Come riportato dal Washington Post, Biden ha svelato giovedì i primi annunci televisivi utili per incoraggiare gli americani a vaccinarsi e riportare il paese ad una certa normalità entro il 4 luglio. La campagna “We Can Do This” andrà in onda attraverso le stazioni via cavo in tutta la nazione e comprende messaggi mirati anche per audience diverse e multiculturali (comunità nere, ispaniche e asiatiche). Gli spot non solo spiegheranno cos’è e come funziona il vaccino ma coinvolgeranno un mix diversificato di organizzazioni, leghe e personaggi sportivi e religiosi necessari per persuadere il pubblico. Ancora una volta la comunicazione si rivela uno strumento determinante per i governi e adesso non rimane che aspettare di vedere gli effetti che questa avrà sulle vaccinazioni in America.



Brand activism in Georgia


Dopo le ultime elezioni americane, la Georgia torna sotto i riflettori per le proteste contro le restrizioni al diritto di voto che colpirebbero soprattutto le minoranze etniche, in particolare gli afroamericani. Scelta che, come racconta il Washington Post, ha causato lo spostamento, da parte della Major League Baseball, della sede dell’All-Star Game di luglio in programma ad Atlanta. La riforma della Georgia, diventata un simbolo di un Sud che cambia, ha attirato l'attenzione di tutta l'America e scatenato forti reazioni da parte dei maggiori esponenti politici, dalle critiche di Trump (“boicottate questo sport”) al plauso di Obama; delle star di Hollywood e infine delle imprese, soprattutto quelle operative in Georgia. Ed Bastian, CEO di Delta: “La premessa di questa legge si basa su una bugia, e cioè su presunti brogli che non sono mai avvenuti”. Sulla stessa linea il CEO di Coca-Cola James Quincey: “Legge inaccettabile, un passo indietro”. La mobilitazione del mondo corporate per cause sociali è una realtà quotidiana. In un contesto in cui la fiducia dell'opinione pubblica verso le istituzioni vacilla, molti americani continuano a guardare le aziende con ammirazione e grandi aspettative, sempre più chiamate a prendere posizioni su importanti questioni sociali. Si tratta della cosiddetta CSR (Corporate Social Responsibility), termine ormai ben inserito nel dizionario delle imprese e destinato ad acquisire sempre maggiore importanza.



Facebook non è The Truman Show


Nick Clegg, vice presidente Affari globali di Facebook, ha pubblicato un articolo (riportato da Formiche) in cui prende le distanze da rappresentazioni negative come quella promossa dal documentario The Social Dilemma – dove le piattaforme vengono paragonate a sale di controllo digitali con l’obiettivo di manipolare le persone – o dalla Vicepresidente Esecutiva della Commissione Europea – che le ha ricondotte al film The Truman Show. Clegg spiega che questi confronti si basano su premesse errate: gli utenti dei social network partecipano attivamente alla propria esperienza digitale grazie alla cosiddetta “classificazione”, un processo che aiuta le persone a trovare i contenuti più interessanti sulla base delle loro relazioni e interazioni. Il vice presidente si è anche espresso sulle misure che Facebook ha messo in atto per proteggere gli utenti da contenuti dannosi, come l’istituzione di un Comitato indipendente o lo sviluppo di community standard dettagliati – che però non sempre si sono dimostrati impenetrabili (vedi Editoriale 17). Per offrire agli utenti maggiore controllo su ciò che vedono, Facebook ha implementato una serie di feature come la possibilità di ordinare la sezione Notizie in ordine cronologico e di risalire ai motivi per cui l’utente visualizza una determinata inserzione. Riassumendo il pensiero di Clegg, è opportuno smettere di “dare la colpa alle macchine” e sviluppare dei parametri che “le aziende tecnologiche devono conoscere” ed “entro i quali alla società va bene che esse operino, così che siano autorizzate a continuare ad innovare”. Uno shift che passa inevitabilmente da apertura, trasparenza, e dal “dare agli utenti maggiore controllo”.