Editoriale 28

La comunicazione sui media
22 - 28 marzo

29 marzo 2021

Occhi puntati sul social network di Trump. Troppe poche notizie dal confine tra Messico e Stati Uniti. H&M boicottata in Cina. Cosa deve fare AstraZeneca per recuperare credibilità. Ennesima lezione della Merkel. Maduro censurato su Facebook e Twitter piegata alle regole di Ankara. Google News Showcase, una boccata d’aria per gli editori.

La Redazione


Occhi puntati sul social network di Trump


Un portavoce di Trump ha dichiarato a Fox News che l’ex presidente starebbe lanciando un proprio social network. La piattaforma, il cui funzionamento non è ancora stato rivelato, sarà pronta tra qualche mese ed è candidata ad attirare “decine di milioni di utenti”. Questo perché ci si aspetta una linea analoga a quelle adottate da altre piattaforme come Gab o Parler - poca o nessuna moderazione sui contenuti pubblicati al suo interno - capace di convogliare nel bacino d’utenza del social tutti gli insoddisfatti che si sentono censurati dalle piazze virtuali mainstream. Visti i trascorsi del suo cugino Parler (vedi Editoriali 17, 20 e 21) e dello stesso Trump (vedi Editoriale 17), però, la nuova piattaforma non avrà vita facile: potrebbe infatti subire il veto di servizi di hosting come Microsoft e Amazon. Inoltre, l’ex presidente potrebbe trovarsi a fare i conti con una modifica a un disegno di legge da lui stesso proposta (la limitazione della Sezione 230 del Communications Decency Act): qualora gli utenti della piattaforma pubblicassero fake news o contenuti violenti, le vittime di tali contenuti saranno in diritto di rivalersi legalmente contro la piattaforma e lo stesso Trump come responsabili. Al di là della grandeur comunicativa tipica del Tycoon (vedi Editoriale 25), vi è dunque una serie di variabili che dividono il nuovo social network dal diventare la next big thing del settore con il rischio che rimanga, per dirla con le parole del Washington Post, una piattaforma il cui unico pregio è che “tutte le persone che vorranno riunirsi lì, saranno lì e da nessuna altra parte”.



Troppe poche notizie dal confine tra Messico e Stati Uniti


I media americani stanno incontrando restrizioni senza precedenti nel raccontare le condizioni dei giovani migranti al confine tra Messico e Stati Uniti. Il Washington Post ha messo in luce i punti critici della situazione, tra il diritto di informare dei giornalisti e quello di gestire l'emergenza dell'amministrazione Biden, rispettando il diritto alla privacy dei minori e salvaguardando la salute di tutti. Bambini e adolescenti migranti che dormono su sottili materassi uno accanto all'altro, condizioni igieniche precarie: è ciò che alcuni membri del Congresso americano hanno visto visitando una delle strutture di frontiera a El Paso, in Texas. E queste sono le uniche informazioni a disposizione dei giornalisti e dei cittadini.  Si pensa che siano 15.000 attualmente i giovani che si trovano in condizioni simili e presto ne arriveranno altri. L'addetto stampa della Casa Bianca, Jen Psaki, ha dichiarato che ci sarà un ampliamento dell'accesso ai media e Jake Sullivan, consigliere per la Sicurezza nazionale, ha assicurato un impegno alla trasparenza. Finora, purtroppo, le testate giornalistiche non sono state autorizzate ad accedere alle zone di confine per documentare ciò che sta accadendo. E, mentre si dibatte sulla differenza tra "gestione" dell'emergenza e "censura", si sta registrando un afflusso rilevante di adolescenti non accompagnati e bambini più piccoli, spinti dalle promesse e dai messaggi del presidente Biden. Verrebbe quasi da pensare che, dietro tutte le restrizioni, si nasconda l’incapacità delle autorità nell’affrontare un fenomeno migratorio mai visto prima.



H&M boicottata in Cina


In Cina è iniziata una campagna di boicottaggio generalizzata nei confronti di H&M, il gigante della moda svedese, per via di una vecchia dichiarazione ufficiale dell’azienda sugli Uiguri. Come riporta il Washington Post, qualche mese fa H&M ha pubblicato un comunicato in cui dichiarava che non avrebbe più usato il cotone proveniente dallo Xinjiang per il sospetto che in questo posto gli Uiguri, minoranza etnica di religione musulmana, siano costretti a lavori forzati. La Cina, oltre a negare le accuse, ha dato il via a una campagna televisiva e di stampa in cui invita a boicottare H&M e ha bloccato le vendite online nell’intero paese. L’app del brand è sparita da Android; i prodotti che sono normalmente venduti anche su diversi siti di e-commerce tra cui Alibaba sono stati rimossi immediatamente; ad alcune star cinesi che avevano degli accordi come testimonial è stato chiesto di rescindere i loro contratti ed è stata lanciata una campagna social su Weibo con l’hashtag #iosostengoilcotonedelloXinjiang. La risposta della Cina è soprattutto una reazione alle sanzioni coordinate che Unione Europea, Regno Unito, Stati Uniti e Canada hanno imposto al paese per le violazioni dei diritti umani nei confronti degli uiguri, le ultime di una serie approvata in questi mesi. Si tratta di un vero e proprio avvertimento anche per altre grandi aziende occidentali di abbigliamento che si erano esposte in modi simili a H&M e, considerando che nella regione dello Xinjiang viene prodotto l’87% di tutta la Cina e la Cina, a sua volta, produce l’8% di tutto il cotone mondiale, la minaccia è reale.



Cosa deve fare AstraZeneca per recuperare credibilità


Nelle ultime settimane, la reputazione di AstraZeneca ha vacillato in seguito alla notizia della possibile correlazione tra vaccino e casi di coagulazione del sangue in alcuni pazienti. Come riporta il New York Times, l’Agenzia europea per i medicinali ha confermato che il vaccino è efficace al 79% senza gravi effetti collaterali. Nonostante ciò, i rischi segnalati e le sospensioni temporanee hanno intaccato la fiducia sulla sua sicurezza, proprio ora che l’Europa sta attraversando la terza ondata e ha fortemente bisogno di intensificare la campagna di vaccinazione per avvicinarsi alla fine della crisi sanitaria. Man mano che la campagna andrà avanti, in un mondo iper-connesso e ansioso come il nostro, la comparsa di questo genere di problemi è inevitabile. Sarà dunque importante aumentare la fiducia nei produttori, nelle istituzioni e negli organismi di controllo proprio per far sì che i dati abbiano l’autorevolezza che meritano e non vengano sovrastati dal percepito. Un preoccupante rapporto pubblicato dalla Banca Mondiale ha svelato che su 128 paesi esaminati, solo il 30% ha pianificato di formare i sanitari addetti alla vaccinazione e soltanto il 27% ha sviluppato una strategia di coinvolgimento e informazione per motivare le persone a vaccinarsi. Insieme alla battaglia contro la disinformazione in tema vaccini (vedi Editoriale 9), è necessario che le campagne di comunicazione tengano conto delle storie locali, coinvolgano i gruppi più esitanti e supportino i leader nella creazione della fiducia intorno alla vaccinazione. Questa, insieme a piani di vaccinazione rapidi ed efficaci, è adesso l’arma più importante per uscire finalmente da questa crisi mondiale.



Ennesima lezione della Merkel


Recentemente la cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha fatto dietrofront in merito alle chiusure pasquali: lo ha fatto in modo particolare e inusuale, come riporta anche la rivista tedesca Der Spiegel. Difatti, la Merkel ha definito la decisione presa a Berlino un “errore”, per la quale ha chiesto il perdono alla nazione intera. Per contrastare la pandemia nei giorni di Pasqua, la Germania aveva inizialmente pensato di limitare la vita economica e privata a partire dal giovedì santo, ma ciò "non era implementabile - ha sottolineato la Merkel - abbastanza bene nel breve tempo disponibile”. Tuttavia, essendo nel mezzo della terza ondata, le misure imposte dal governo tedesco rimarranno. Questo, così come in Italia, perché il sistema sanitario deve continuare a sopportare l'immenso peso, e lo stesso vale per l'economia, l'educazione, la cultura e la convivenza sociale. La Merkel ha sottolineato che la decisione di lunedì ha fornito un quadro per combattere la pandemia anche senza la pausa di Pasqua, esprimendo fiducia. Fiducia per riuscire alla fine, nonostante le molte battute d'arresto e gli errori, a ritornare alla vita pre-Covid. "Il virus perderà lentamente ma inesorabilmente il suo terrore", parola della Merkel che ha dato una lezione all’intero mondo politico globale. In che modo? Dicendo la verità, comunicando in maniera trasparente e mettendosi allo stesso livello dei cittadini con empatia (vedi Editoriale 13). Una risorsa - quest’ultima - fondamentale nella comunicazione, soprattutto quella politica.



Maduro censurato su Facebook 


Sostenere la tesi secondo cui un rimedio a base di erbe può curare il COVID-19. Così, racconta Il Post, Facebook ha sospeso per 30 giorni il profilo di Maduro, spiegando che aveva più volte violato le sue regole riguardo alla disinformazione sul coronavirus. Dopo Trump e il presidente del Brasile Bolsonaro, anche il presidente venezuelano rientra tra le vittime della lotta del colosso di Menlo Park alla disinformazione. La sospensione dell’account Twitter e Facebook dell’ex inquilino della Casa Bianca aveva già creato un precedente e sollevato una domanda (oggi ancora valida): chi potrebbe essere il prossimo leader a subire la stessa sorte, e in quali paesi? (vedi Editoriale 19). Sembra evidente che Facebook non abbia dato troppo peso alle aspre critiche ricevute in seguito alle recenti attività di censura. Il punto che tuttavia andrebbe chiarito è: Mark Zuckerberg sta agendo per perseguire il nobile obiettivo del contrasto alla disinformazione o, molto più egoisticamente, per ripulire la reputazione della sua creatura ultimamente e nuovamente nell’occhio del ciclone (vedi Editoriale 27)?



Twitter piegata alle regole di Ankara


Dopo Facebook, YouTube e TikTok, adesso anche Twitter si è piegata alle regole imposte dal governo di Ankara nei confronti delle piattaforme di social media. Oltre le costanti azioni di repressione operate da Cina e Russia (vedi Editoriale 8 e 14), anche la Turchia di Erdogan ha iniziato una lotta contro i social network occidentali, accusati di considerarsi “al di sopra della legge” (vedi Editoriale 25), varando una legge che impone alle piattaforme social di dare al governo la possibilità di archiviare e rendere accessibili alla magistratura i dati degli utenti turchi in caso di necessità. La legge, inoltre, obbliga i giganti del tech a nominare un rappresentante legale che risponda alle richieste di rimozione di contenuti ritenuti offensivi dal governo, pena una multa e la riduzione della velocità di funzionamento. Come riportato da Wired, anche Twitter ha nominato adesso un suo “rappresentante legale” in Turchia al fine di poter continuare a operare nel paese. Questa norma controversa, di fatto, permetterà però a Erdogan di controllare tutti i contenuti presenti sui social decidendo cosa lasciare online e cosa rimuovere, ovvero gli consentirà di dare forma all’intero dibattito pubblico turco.



Google News Showcase, una boccata d’aria per gli editori


Dopo le trattative ed evoluzione avvenute in Australia (vedi Editoriale 23), Google ha firmato adesso nuovi accordi di licenza con gli editori italiani, riconoscendo l’autorevolezza delle maggiori testate e, soprattutto, sostenendo l’informazione di qualità. Nel 2020, il colosso americano ha presentato Google News Showcase, un programma di licenze che offrirà ai lettori l’accesso a contenuti più approfonditi e che prevede una remunerazione per gli editori firmatari degli accordi. Come racconta Ninja Marketing, il programma permetterà agli editori di rafforzare la propria relazione con i lettori, sviluppare nuovi modelli per la monetizzazione dei contenuti e trarre beneficio dall’aumento di traffico verso il proprio sito, tenendo conto dell’Articolo 15 della Direttiva Europea sul Copyright in relazione agli usi specifici online delle pubblicazioni giornalistiche. News Showcase conferma l’impegno di Google nel mondo dell’informazione. Il colosso americano, infatti, tramite le sue piattaforme assicura agli editori di tutto il mondo 24 miliardi di clic, permettendo loro di aumentare i ricavi attraverso gli annunci pubblicitari e i nuovi abbonamenti sui siti web e le app. In Italia, nello specifico, Google ha investito oltre 11 milioni di Euro dal 2015, sostenendo progetti di giornalismo attraverso il Fondo per l’Innovazione della Digital News Initiative e, nel 2016, ha sottoscritto con FIEG un accordo triennale che ha portato l’azienda a investire oltre 16 milioni di Euro su una serie di settori strategici per l’editoria digitale.