Editoriale 22

La settimana sui media
08 - 14 febbraio

16 febbraio 2021

Un Matteo internazionale e la strada verso un anti-populismo televisivo. Conte, continua il fenomeno social. Tutti pazzi per Clubhouse! Less is more vale anche per Trump e il pericolo delle progressive American ideas in Francia. Il ruolo dei CEO sui social media e una chiacchierata con il Guru del Marketing.

La Redazione

· Il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, sta puntando verso altri lidi. Lo fa sponsorizzando la propria figura, quindi le ultime azioni politiche, attraverso le colonne dei giornali e gli spazi radio-televisivi mondiali: dal New York Times fino al Financial Times, passando per El Paìs e Sky international. Il motivo può essere ricercato specialmente nei sondaggi, che vedono la creatura da lui ideata non raggiungere quel consenso tanto sperato. Guardando a lungo raggio, sembra che Renzi stia cercando di rafforzare la sua figura per poi magari ottenere un incarico internazionale (secondo molti, in virtù dei buoni rapporti coltivati negli ultimi mesi con il presidente USA Joe Biden, la poltrona di segretario generale della Nato che Jens Stoltenberg lascerà il prossimo anno). Osservando il presente, invece, senza un ruolo nell’esecutivo guidato da Mario Draghi, Renzi potrebbe tornare a dedicare maggior tempo alla sua attività di conferenziere all’estero, lasciata per forza a metà a causa della pandemia. Lo sguardo al futuro non proprio prossimo del senatore toscano, però, non lo farà deconcentrare dalle attività correnti? Tra i confini nazionali, vorrà forse vivere di rendita dopo aver portato a compimento “l’operazione più complessa” - come da lui stesso definita al New York Times - di tutta la sua carriera politica?


· L’«effetto Draghi» non si è verificato solo sui mercati finanziari europei e sul valore dello spread, ma anche all’interno del mondo dell’informazione: i silenzi del neo premier, la sua ermeticità e la sua cautela stanno imponendo un cambiamento nel modo di raccontare e analizzare i fatti politici. Come sottolineato da Claudio Cerasa sul Foglio, i media italiani si trovano davanti alla possibilità di attuare una rivoluzione e passare improvvisamente da un’epoca pettegola dominata dai retroscena a una meno chiassosa dominata dalla scena.  Un’opportunità che si è presentata già dieci anni fa con la nascita del governo Monti, ma che probabilmente non è stata sfruttata a dovere; il governo nato nel 2011, con le politiche lacrime e sangue imposte dall’allora situazione economica italiana, si rivelò molto divisivo e una delle conseguenze politiche fu lo sviluppo del populismo di Movimento 5 Stelle e Lega. Dal punto di vista mediatico, uno degli effetti di quella stagione fu la nascita di una generazione di giornalisti e opinionisti alla ricerca costante del contrasto fra politica e anti-politica.  Questo ha causato una polarizzazione delle opinioni e ha aumentato la temperatura della discussione all’interno della società. Abbandonare il populismo televisivo caratterizzato dalla polemica per aprire una stagione di confronto, di discussione e di analisi: questa sembra essere la strada maestra verso un dibattito più ordinato che possa portare valore per tutti.


· Il post di addio a Palazzo Chigi pubblicato da Giuseppe Conte su Facebook ha generato più di un milione di interazioni, raccogliendo un consenso in rete mai raggiunto da nessun altro politico italiano negli ultimi 12 mesi.  Come riportato da Formiche, dopo appena trenta minuti dalla pubblicazione ha raccolto già 22 mila condivisioni e circa 48 mila commenti e, dopo quattro ore, ha superato le 746 mila reazioni, quasi 200 mila commenti e 88 mila condivisioni. Un risultato straordinario confermato dalla prima posizione nella classifica dei post più performanti a livello globale nelle 24 ore successive. Più che un allontanamento dell’ex Presidente del Consiglio dalla cosa pubblica, sembra l’avvio della sua mutazione da leader istituzionale a leader politico: è interessante – e vincente – la scelta di utilizzare due parole come “Palazzo” e “Poltrona”, cariche di significato negativo soprattutto per i movimenti anti-casta, e ribaltarne il senso portandole a proprio favore. Analizzando il tono di voce dei commenti sotto ai post di Conte nei giorni precedenti, si spiega la straordinaria viralità raggiunta in così breve tempo. Il 66.82% degli utenti si è infatti espresso in termini assolutamente positivi contro il 25% di coloro schierati in maniera negativa. Inoltre, gli hashtag più utilizzati sono stati #avanticonconte e #iostoconconte. Nonostante i social media rappresentino ora il principale veicolo di informazione (vedi Editoriale 11), le interazioni sui social possono rappresentare un termometro del consenso politico ma non equivalgono ad un consenso elettorale; catturare l’attenzione e l’emotività degli utenti è piuttosto semplice, ma la vera sfida di Conte adesso è riuscire a fidelizzarle e convertirle in partecipazione e appoggio elettorale.


· L’arrivo di clubhouse ha da subito generato grande curiosità e fermento coinvolgendo ambienti, persone e tematiche diverse tra loro. Che sia per un fine professionale o per evasione e pura curiosità, moltissime persone si sono interessate al nuovo social, creato da due giovani durante il primo lockdown, utilizzato per scambiarsi idee, conoscersi, diffondere e commentare notizie solo attraverso la voce. Approfittando del ristretto numero di utenti (si accede infatti solo su invito tramite device IOS) e della “fugacità” della voce, la nuova piattaforma ha fornito anche una rara opportunità di un dialogo aperto e libero da controlli rigidi come quelli del governo cinese. Il social, infatti, non appena aperto era diventato immediatamente popolare tra gli utenti cinesi che lo hanno da subito utilizzato per discutere di temi controversi e delicati impossibili da trattare su altri social a causa della censura del regime. Lunedì sera, però, è successo l'inevitabile: Il New York Times racconta infatti che i censori cinesi sono prontamente intervenuti per contenere il “chiacchiericcio” e bloccare tutte le “room” dedicate ad argomenti sconvenienti condizionando l’utilizzo dell’app. Gli episodi di censura cinese sono molti e diversi (vedi Editoriale 14 e 17) ma questo specifico episodio conferma il fatto che molti cinesi sentono un grande bisogno di parlare, confrontarsi e ascoltare punti di vista diversi, tutte attività che a volte nella nostra società diamo per scontate.


· In molte situazioni è importante ricordare che “less is more” e questa volta ad abbracciare questo concetto è stato proprio l’ex presidente degli Stati Uniti. Nel corso di questo primo mese di “inattività”, Trump, complice anche la sua assenza dai social network (vedi Editoriale 17 e 19), si è messo in disparte dal palcoscenico pubblico in attesa di preparare un possibile ritorno ma solo dopo il voto definitivo del secondo processo di impeachment, per il quale la scorsa settimana è stato assolto. Il processo, che vedeva Trump accusato degli assalti al Campidoglio, è stato raccontato delle maggiori emittenti televisive (CNN,MSNBC e FOX NEWS) in maniera diversa a seconda delle simpatie politiche. La copertura dell’evento a “schermi divisi” ha evidenziato infatti che le tensioni sociali, culturali e politiche evidenti nell’assalto a Capito Hill non si sono in realtà attenuate con l’insediamento di Biden, almeno tra le principali reti di notizie via cavo. In questo frangente però Trump non ha potuto commentare l’evento in “live tweetting”, come era solito fare, e adesso sarà per lui il momento di ricominciare a costruire senza l’utilizzo – spasmodico – della sua arma preferita. In merito a ciò, un consigliere di Trump ha spiegato a Politico che l’ormai ex presidente apprezza il silenzio a cui è stato costretto e si stupisce, inoltre, della grande attenzione mediatica riservata alle poche dichiarazioni pubbliche fatte ultimamente.


· Un’inchiesta del New York Timesstudia come alcune “progressive American ideas” stanno scuotendo la Francia dalle fondamenta, con quella che la sociologa Nathalie Heinrich definisce l’irruzione della “Cancel culture” (vedi Editoriale 19) nella società francese. A sostegno della sua tesi, Heinrich spiega che alcuni attivisti avrebbero impedito la rappresentazione alla Sorbona di una commedia di Eschilo dove attori bianchi utilizzavano maschere e trucco scuro, e gli studenti hanno ottenuto l’annullamento di alcune conferenze dell’università “che non intendevano ascoltare”. Per François Cusset, esperto di civilizzazione americana all’università di Parigi Nanterre, queste richieste e la reazione dell’establishment riflettono la situazione di un paese dove vive una generazione che sta prendendo coscienza di un mondo che cambia e un’altra, al potere, che fatica a capirlo. A questo si aggiungano tensioni risultanti dagli attentati terroristici, che hanno, ad esempio, reso più complesso per i ricercatori occuparsi di argomenti come l’islamofobia – i cui studiosi dopo l’attacco a Charlie Hebdo hanno cominciato a essere tacciati di apologia del terrorismo. Lo stesso ministro dell’istruzione Jean-Michel Blanquer ha accusato le università di fornire una giustificazione intellettuale agli atti dei terroristi. Stando al sociologo Éric Fassin stiamo assistendo a un rovesciamento di prospettiva scaturito dall’emergere di nuovi giovani intellettuali, non esclusivamente bianchi, ma anche neri o musulmani: gli oggetti del dibattito della sociologia sono diventati anche i soggetti che la studiano, ciò ha cambiato la prospettiva creando un cortocircuito nelle classi intellettuali.


· I leader dovrebbero comunicare di più con gli stakeholder sui social media. Questo il corollario che risulta da un’indagine di Brunswick Group, riportata sul Sole 24 Ore, secondo cui in Italia 2 dipendenti su 3 preferirebbero lavorare per un Ceo che utilizza i social media. Tuttavia solo il 15% degli amministratori delegati di società presenti negli indici Ftse Mib, Mid Cap & Small Cap della Borsa Italiana ha avuto una presenza attiva in rete nel 2019. Dall’indagine risulta inoltre che l'88% dei dipendenti italiani trova fondamentale ascoltare i leader in tempi di crisi. Da qui la necessità di strategie improntate ad accessibilità e trasparenza, in cui i social media devono giocare un ruolo da protagonisti, tanto più in questo momento storico in cui costruire e mantenere la fiducia utilizzando i canali social è diventato fondamentale.


· In una lunga intervista rilasciata a Il Sole 24 Ore in occasione del lancio del suo ultimo libro (La Pratica), Seth Godin, guru del marketing contemporaneo, ha posto l’accento sugli influencer, definendoli “hacker egoriferiti”, sulla creatività e sulla leadership. Secondo Godin, nella maggior parte dei casi, i social dove trovano vita (e visibilità) queste figure sono “una trappola” che fornisce strumenti a coloro che vi risiedono, ma sta poi “soltanto a noi decidere come utilizzarli al meglio”. Sempre a proposito di influencer, Godin è sempre più convinto che la giostra dei social vada sempre più veloce e non porti da nessuna parte. A far la differenza nel marketing moderno è - e deve essere - l’ascolto. Nel corso della chiacchierata con il giornale diretto da Fabio Tamburini, la guida statunitense, inoltre, si schiera a favore della creatività, a condizione che sia fatta da studio meticoloso e continuo, da attuare giorno dopo giorno. La fantasia, per lui, può fare veramente la differenza in un mondo (anche social) dove sembra regnare il caos. “Oggi - afferma Godin - l’accesso per tutti a un microfono è un dato di fatto, la differenza la fanno però quelle persone che decidono di apportare cambiamenti reali nel mondo. Ecco perché il vero creativo è il leader che crea la soluzione del problema”. La creatività, quindi, può essere un atto di leadership? Sì, perché il leader è colui che possiede il coraggio di “inventare il futuro”. E per guardare al futuro, provando a generare cambiamento, è necessario, soprattutto oggi, un lavoro creativo.