Editoriale

Editoriale 20

La settimana sui media
25 - 31 gennaio

Elon Musk non dorme mai. Una svolta nelle campagne di advocacy e lo strano caso degli account social dei giornalisti. La non convincente imparzialità di Facebook e le conseguenze del blocco di Parler. La contraddittoria retorica di Putin a Davos e il nuovo eroe di Internet.

La Redazione

· Elon Musk, CEO di Tesla e SpaceX, negli ultimi giorni si è confermato una delle personalità più influenti nel direzionare i mercati finanziari. È infatti bastato aggiungere alla sua biografia di Twitter l’hashtag #bitcoin, accompagnata dal rispettivo logo, per far volare alle stelle il valore della criptovaluta più famosa al mondo. Qualcosa di simile è accaduto solo pochi giorni fa, questa volta protagoniste sono state le azioni di GameStop, l’azienda conosciuta come il Blockbuster dei videogiochi. Le azioni del brand sono infatti cresciute di quasi 20 volte nel giro di una decina di sedute di borsa. Una crescita sbalorditiva, per certi versi senza precedenti, difficile da spiegare e che coinvolge diversi attori protagonisti; tra questi il già citato Elon Musk. L’imprenditore americano sembra avere quasi più seguito di qualsiasi influencer, specialmente in seguito alla cancellazione del account Twitter di Trump e del suo potere di influenzare Wall Street e non solo (vedi Editoriale 11). Il successo di questi fenomeni economici lo spiega il premio Nobel Robert Shiller nel suo “Narrative Economics: How Stories go viral”: una narrativa basata su pochi concetti semplici, ma in grado di spingere l’utente verso una scelta precisa, molto lontana da ciò che accade realmente.


· L’avvocato Edwin Vermulst non sapeva che il suo articolo pro Huawei e contrario alla politica belga sul 5G sarebbe diventato parte di una campagna mediatica. Il New York Times racconta che almeno 14 account fake hanno condiviso su Twitter l’articolo di Vermulst e altri contenuti che attaccano il disegno di legge belga che limiterebbe ai fornitori "ad alto rischio" come Huawei di costruire il sistema 5G del paese. Successivamente, alcuni funzionari di Huawei e Kevin Liu, Huawei’s president for public affairs and communications in Western Europe, hanno ritwittato gli articoli per garantire ulteriore visibilità agli occhi di politici, giornalisti e leader aziendali. E come se non bastasse, l'account ufficiale di Huawei in Europa, con oltre cinque milioni di follower, lo ha fatto 47 volte. Secondo Ben Nimmo, ricercatore di Graphika (società di ricerca che studia la disinformazione e falsi account sui social media), le tecniche utilizzate principalmente dai governi - come l'interferenza della Russia nelle elezioni presidenziali americane del 2016 - vengono adattate anche dalle aziende. Recentemente l'Oxford Internet Institute ha segnalato che operazioni come questa sarebbero diventate più comuni con la crescente commercializzazione della disinformazione (vedi Editoriale 18). Il 5G è uno dei progetti tecnologici più significativi dal punto di vista geopolitico mai intrapresi finora e secondo la Commissione europea produrrà entro il 2025 un giro d’affari pari a 225 miliardi di euro. Le aziende interessate dovranno creare campagne di advocacy che vanno ben oltre la ricondivisione di un articolo di un avvocato. La partita del 5G potrebbe dunque rappresentare una svolta nelle “campagne d’influenza”, volte sempre di più ad oltrepassare le frontiere dei singoli stati.


· Una (ex) giornalista del Wall Street Journal e un (ex) dirigente di Washington sono le ultime vittime della “Cancel culture”, moderna forma di ostracismo che vede escludere un individuo da una cerchia sociale o professionale in base alla sua opinione poiché considerata discutibile o offensiva. Galeotti, infatti, sono stati i tweet: Lauren Wolfe e Will Wilkinson, dopo aver espresso un giudizio critico nei confronti della politica USA, sono stati presi di mira dagli utenti che hanno chiesto, e ottenuto, il loro licenziamento. Secondo il New York Times, il dibattito su quanto i giornalisti si possono esporre sui social infiamma il panorama mediatico di oltreoceano, con testate che limitano le forme di espressione (Wall Street Journal, Reuters) e altre che invece beneficiano della presenza social dei propri giornalisti (Vox, The Intercept). La discussione, attenuatasi con la presunta tregua di Trump a fine mandato e con le vicende di Capitol Hill – che anche le redazioni più tradizionaliste hanno criticato – si è accesa più che mai con la promessa di ritorno alla “normalità” della presidenza Biden. Stando a Morning Consult, il pubblico americano ritiene che i giornalisti debbano tenere per sé le proprie opinioni, con un rapporto di due a uno tra chi si dice contro la libertà di espressione sui social e chi a favore. Tuttavia, i risultati dello studio sono variegati: il 41% dichiara di fidarsi maggiormente dei giornalisti se questi non esprimono le proprie posizioni politiche sui social, mentre il 36% preferisce che si espongano. Certo è che i social hanno spostato il “balance of power” verso i giornalisti, in equilibrio tra l’opportunità di costruirsi un nutrito seguito – tradotto poi in ospitate, offerte di lavoro, aumenti – e il rischio di pagare le proprie opinioni a caro prezzo.


· Le piattaforme social hanno il compito di sorvegliare ciò che avviene al loro interno ma a volte non riescono a garantire l’imparzialità. Come riportato da The Guardian, infatti, attraverso un’indagine del Bureau of Investigative Journalism, si è scoperto che Facebook permette la condivisione di pericolose teorie complottiste sul Covid e contro il vaccino, le quali minacciano la risposta globale alla pandemia (vedi Editoriale 9 e 19). Molti opinionisti, secondo quanto riportato da Formiche, hanno inoltre evidenziato che la scelta di bloccare l’account di un politico come l’ormai ex presidente degli Stati Uniti non è stata mai presa, con la stessa tempistica, nei confronti di account di importanti leader jihadisti, che continuano a incitare i propri seguaci ad iniziative violente (vedi Editoriale 19). Nonostante tutte le azioni di contrasto messe in campo dai maggiori governi internazionali e dagli stessi giganti del web, si è notato che molti canali di disinformazione e terrorismo si sono spostati nel dark web, dove le azioni di monitoraggio e interdizione sono più complesse. La strada sembra una: tutte le parti chiamate in causa, istituzioni, governi e colossi del digitale dovrebbero stabilire delle regole chiare per tutti, applicate in maniera trasparente, e regolare, insieme, il delicato equilibrio tra sicurezza e libertà di espressione.


· Dopo l'assedio del 6 gennaio a Capitol Hill gli estremisti di destra sui social media continuano a glorificare la violenza, attirano nuovi seguaci e pianificano nuovi disordini. Secondo il New York Times questa attività rappresenta una minaccia urgente per la sicurezza e la coesione sociale degli Stati Uniti e la nuova amministrazione ha bisogno di un piano a lungo termine per affrontare la minaccia crescente. Gli investigatori hanno rintracciato 70 terabyte di dati da Parler, la piattaforma di social media, ora defunta, popolare tra l'estrema destra (vedi Editoriale 9 e 16), e mappato milioni di post che istigavano alla violenza; il blocco di Parler, invece di reprimere propagante violente online, ha in realtà innescato una migrazione virtuale verso forum simili come Gab e Rumble, ma anche Telegram e una serie di piattaforme più piccole. Le minacce alla sicurezza nazionale poste da questo disordine informativo richiedono adesso una collaborazione più aperta tra i politici, l'industria tecnologica e la comunità di ricerca. Insieme, infatti, devono accettare il fatto che l'ecosistema internet dell'estremismo di destra è vasto, e che il rischio della sua espansione sul dark web è sostanziale. Tutte le parti sarebbero meglio servite dall'adozione - e dalla vigorosa applicazione - di norme legali per la moderazione dei contenuti online (vedi Editoriale 19). Finché la nazione non farà i conti con i disordini che derivano da un'architettura dell'informazione dei social media sottoregolata e non riformata, gli appelli del presidente Biden per la guarigione e l'unità nazionale non produrranno risultati sostanziali e duraturi.


· Per la prima volta dal 2009 Putin ha preso parte al forum di Davos tramite un collegamento video da Mosca. Secondo quanto riporta la rivista Time, tra la vasta gamma di argomenti che ha discusso (tutto fuorché le proteste per l’incarcerazione di Alexei Navalny), il presidente della Russia ha criticato la crescente influenza delle aziende statunitensi di social media e ha detto che il loro impatto sulla società le mette in concorrenza con i governi eletti, ponendo una sfida particolare alle "legittime istituzioni democratiche" nel prossimo decennio. In videoconferenza Putin si è anche domandato quanto bene si collega questo monopolio con l'interesse pubblico, ma le sue osservazioni sono apparse pressoché ironiche: il suo governo, infatti, non solo si è servito in primis dei social media per diffondere disinformazione (vedi Editoriale 18) ma inoltre a dicembre ha anche approvato leggi per limitare le informazioni pubblicamente significative in Russia, imponendo multe ai provider e ai proprietari di siti che si rifiutano di rimuovere le informazioni vietate in patria. Non è una novità che Putin utilizzi qualsiasi tipo di strumento o escamotage per mantenere il proprio consenso ma, in un periodo di forti tensioni, ogni sua dichiarazione poco ragionevole potrebbe rappresentare un’opportunità per alimentate le proteste.


· “Siamo nel precipizio dell'era della disinformazione”, questa è la descrizione attuale fornita da Eliot Higgins, giornalista britannico e investigatore digitale, fondatore del sito Bellingcat, da lui definito “agenzia di intelligence del popolo”, specializzato nella verifica dei fatti e nell’intelligence open source. L’articolo del Financial Times racconta la storia di Higgins e della sua agenzia attraverso la quale vengono sperimentate tecniche investigative che mettono insieme post di social media, dati satellitari e database riservati. Grazie alle inchieste di Higgins è stato possibile ricostruire molte notizie ed eventi, come ad esempio lo smascheramento degli avvelenatori dell’attivista russo Navalny (vedi Editoriale 14), ma non sempre è possibile contrastare efficacemente le più invadenti campagne di disinformazione. Bellingcat, infatti, fatica a indagare sulla Cina, per la mancanza di contatti, sulle zone controllate dall'Isis e in molti paesi caratterizzati da un’intricata rete di corruzione. Le indagini portate avanti da Bellingcat hanno reso noti numerosi abusi tra cui spiccano quelli dei fiancheggiatori di Rupert Murdoch (phone-hacking), Bashar al-Assad e Putin, personaggi che però non hanno perso il potere. Ma è proprio quando la disinformazione si diffonde radicalmente e acquisisce credibilità che le persone si scardinano dalla realtà, condizionandola e mettendola in evidente pericolo (vedi Editoriale 18). Il mondo digitale, così come i maggiori sistemi governativi, ha bisogno di un certo grado di controllo ed è bene che Higgins, e quei piccoli gruppi di professionisti (vedi Editoriale 9) che contrastano la disinformazione online, non rimangano soli in questa battaglia.