Editoriale 19

La settimana sui media
18 - 24 gennaio

26 gennaio 2021

È la stampa, bellezza (anche in Russia). Pochi vaccini e molte fake news. Biden e Trump, retoriche a confronto. Quanto preoccuparsi di QAnon. Quanto è servito togliere i social a Trump. E se lo facessimo anche in Iran? A che punto è la crisi di governo: uno studio.

La Redazione

· Quanto è stato efficace Biden nella sua prima dichiarazione di intenti? In occasione del discorso di insediamento, i network televisivi hanno evidenziato i paragoni con Trump, esaltando e condividendo le parole di unione, coesione e compassione in contrasto con la dialettica aggressiva, egocentrica e divisiva del presidente uscente (vedi Editoriale 10). L’assenza di Trump alla cerimonia dell'Inauguration Day ha certamente rappresentato un taglio netto con il passato che ha visto modificare profondamente alcune modalità della comunicazione. Come riferito nell’articolo de L’Espresso da Vinca LaFleur – ex speechwriter della Casa Bianca con Clinton –, gli autori dei politici hanno il compito di valorizzare la retorica del presidente ma il continuo “twittare” di Trump ha nettamente modificato la comunicazione politica rendendola impulsiva e diretta. Nell’era dei social network le discussioni e gli scontri nel dibattito politico sono all’ordine del giorno, anche tra politici e colossi del digitale (vedi Editoriale 17), ma, come già evidente nel discorso d’insediamento, sembra che Biden, attraverso una comunicazione e un linguaggio più consapevole, studiato e accogliente, abbia già illustrato i prossimi quattro anni di presidenza.


· Programmare esami per allontanare gli studenti dalle manifestazioni: così il Cremlino ha provato a stroncare sul nascere le proteste svoltesi lo scorso sabato in tutta la Russia. Il drammatico ritorno di Navalny in Russia dalla Germania e il suo arresto immediato, seguito dal rilascio di un video che documenta il presunto palazzo segreto di Putin sul Mar Nero, ha affascinato molti giovani russi. Inoltre, a Putin sembra sfuggire una rete liquida e acefala di giovani giornalisti difficili da censurare: nessuna redazione, nessun ufficio ma solo donazioni e scoop che vanno dritti al cuore del sistema del potere. Durante il suo lungo regno, Putin ha goduto di un credito altissimo presso la popolazione e di fatto i pochi oppositori, anche quelli celebrati come Garry Kasparov, hanno avuto poco seguito. Ma nella Federazione Russa la propaganda non cessa mai e oggi forse solo un esperimento di stampa libera, agguerrita ed incontrollabile potrebbe incrinare un’egemonia che dura da vent’anni.


· La sospensione dell’account Twitter di Donald Trump ha creato un precedente e sollevato una domanda: chi potrebbe essere il prossimo leader a subire la stessa sorte, e in quali paesi? Sul Washington Post la giornalista iraniana Masih Alinejad accusa l'Ayatollah Ali Khamenei di aver fatto molto peggio dell’ex presidente degli Stati Uniti, eppure, sebbene qualche suo post sia stato oscurato, il profilo Twitter del leader supremo della repubblica islamica è più attivo che mai. Khamenei e i suoi alleati fanno pieno uso dei social network per diffondere fake news e incoraggiare la violenza contro le donne e i diversi gruppi etnici e religiosi. Anche il Financial Times riporta un articolo secondo il quale sarebbe tempo di iniziare a limitare l'accesso ai social media a quei leader autoritari che sostengono la violenza contro i dissidenti, come Maduro, Bolsonaro o Putin e a tutti i governi che utilizzano il web per soffocare il dissenso e influenzare l’opinione pubblica tramite fake news (vedi Editoriale 18). Perché Trump è stato bannato e loro no? È difficile trovare una riposta, soprattutto se si considera che le piattaforme social sono sì regolamentate dai termini d’uso decisi dalla piattaforma stessa, ma anche dalla legge dei singoli stati, e ciò che è considerato minaccioso e offensivo in un Paese potrebbe non esserlo in un altro. Come scrive Alinejad “gli iraniani non hanno il beneficio delle istituzioni democratiche che proteggono i diritti dei cittadini statunitensi”. La maggior parte delle volte quello che succede online non è diverso da quello che succede offline. Inoltre la strategia del cordone sanitario che non consente la retorica violenta (e che porterebbe dunque alla cancellazione dei profili social dei leader sopracitati) potrebbe favorire la proliferazione di social di estrema destra che rischiano di diventare una vera alternativa a Twitter e co., con un trasferimento dell’odio in spazi non regolati che si fanno scudo della libertà totale di espressione, divenendo luoghi ideali per teorie complottiste e per movimenti estremisti. Quel che è certo è che il tema della regolamentazione dei social è enorme e molto complesso e sicuramente la questione dominerà la possibilità di un dibattito serio in futuro.


· Dopo quasi dieci giorni dalla messa al bando di Donald Trump da Twitter e Facebook (vedi Editoriale 17), alcuni ricercatori dello Zignal Labs hanno analizzato come l’universo social ha risposto a questo blocco. Dalla ricerca è emersa una diminuzione sostanziale del 73% della disinformazione riguardante le frodi che avrebbero condizionato le elezioni americane. Dall’esclusione di Trump si è passati da 2,5 milioni di discussioni che facevano riferimento a questo tema, a un numero inferiore alle 700 mila; in aggiunta a ciò, gli hashtag utilizzati nei giorni precedenti all’assalto a Capitol Hill, sono quasi del tutto scomparsi con un crollo del loro utilizzo del 95%. Due le spiegazioni date dai ricercatori: la prima è legata alla struttura del mondo social, un mondo piramidale il cui vertice era occupato da Trump; eliminato il vertice le conversazioni sono diventate immediatamente più deboli. A ciò si aggiunge la cosiddetta teoria dei superdiffusori, ossia quegli account che da soli riescono a provocare un’ondata di bufale al di là delle aspettative. Con il re dei superdiffusori fuori dai giochi, chi e come verranno soddisfatte le esigenze di coloro che si alimentano quotidianamente di fake news?


· Secondo Wired, QAnon, linea complottista che vede in Trump un eroe schierato contro i satanisti del “Deep State” – identificati nella Sinistra, starebbe attecchendo anche al di qua dell’Atlantico, facendo proprio un retaggio di leggende diffuse dalla propaganda anti-sovietica. Falsi miti come quello dei comunisti che trafficano i bambini, o degli ebrei che dominano il mondo, circolano infatti in Occidente dai tempi della Guerra Fredda – e solo in Italia sarebbero decine di migliaia gli iscritti a canali Telegram e gruppi Facebook dove queste teorie vengono diffuse quotidianamente. Questi canali e gruppi sono l’apice di una comunicazione capace di attrarre persone, almeno in una fase iniziale, grazie a contenuti apolitici e idee su cui chiunque si troverebbe d’accordo: Wired, ad esempio, parla di “raccogliere fondi contro i trafficanti di bambini” (vedi Editoriale 17). Sebbene l’elezione di Biden sia stata una doccia fredda per i “qanonisti”, non è abbastanza: la forza di QAnon sta proprio nel diluire i fatti in teorie sempre più astruse, e nella cieca fede in esse.


· Le fake news sui vaccini di diffondono velocemente. Come riportato nell’articolo de Il Foglio, negli ultimi giorni il vaccino Pfizer e l’agenzia europea per i medicinali (Ema) sono stati oggetti di numerosi attacchi per screditare la validità dei vaccini e le case farmaceutiche. Dopo che l’Ema aveva dichiarato di essere stata vittima di un attacco informatico, numerosi documenti riservati sono stati resi pubblici da diverse trasmissioni e testate giornalistiche che, attraverso le loro inchieste, hanno sollevato alcune criticità generando scalpore e preoccupazione. Nonostante le notizie diffuse siano state facilmente smentite dalla stessa Ema, il sentimento di confusione generatosi è diventato un’imperdibile occasione per Cina e Russia che, rispettivamente attraverso la portavoce del ministero degli Esteri cinese e tramite l’account ufficiale del vaccino russo “Sputnik V”, cercano di diffondere paura e manipolare l’opinione pubblica europea per indebolire la fiducia nei vaccini e denigrare l’operato dei governi occidentali (vedi Editoriale 12). È ormai evidente che il vaccino sia diventato anche un tema di soft power, sul quale i governi si giocano credibilità e autorevolezza e che l’infodemia non solo è virale ma, a differenza del covid – 19, è eteroguidata.


· Formicheha riportato l’analisi di FB Bubbles sul dibattito mediatico degli ultimi 30 giorni, contrassegnato dalla crescente attenzione rivolta alla crisi di governo: un trend che si è andato affermando anche sui social media, dove il tema crisi di governo ha dominato le conversazioni online da parte dell’establishment politico italiano. Dall’analisi si nota in particolare come la strategia comunicativa di Conte, prudente e poco esposta sulla crisi, sia quasi opposta a quella di Renzi, molto attiva e consapevole della reattività della propria community. Il presidente del Consiglio (ex?), in linea con il modus operandi fino ad ora adottato, ha mostrato prudenza, limitando la sua esposizione sul tema, pubblicando solo 5 post sulla issue crisi di governo; al contrario il leader di Italia Viva ha utilizzato a pieno tutti i canali per far valere le proprie opinioni con oltre trenta post tra Facebook, Instagram e Twitter. Il dibattito sui social mostra inoltre una forte polarizzazione tra chi si chiede perché scatenare una crisi di governo, in piena emergenza sanitaria economica e sociale, chi sposa il dissenso e chi cerca un nuovo spazio politico per inserirsi. Il prossimo governa ci dirà quale stile comunicativo avrà avuto la meglio.