Editoriale 18

La settimana sui media
11 - 17 gennaio

19 gennaio 2021

Amoveatur Casalino. Noi e il Financial Times. L’internazionale delle fake news. Assalto a Capitol Hill: un’inchiesta. Parla Murdoch junior e le canta al genitore. Il Libretto Rosso del soft power.

La Redazione

· Può un portavoce contare più di un ministro? Per la prima volta nella storia repubblicana italiana è stata chiesta la rimozione del portavoce del premier, Rocco Casalino. Tra le fila del M5S, scrive Il Foglio, si trovano “Disoccupati, analfabeti, bibitari, avvocatuzzi. Ma non il comunicatore. Il comunicatore deve essere quello bravo. Il vero capo è lui”. Per Manuel Castells infatti è sul controllo della comunicazione che il potere si fonda. Ma la politica non può essere solo comunicazione politica. Non in un momento in cui i governi europei dovranno presentare un piano per la gestione delle risorse del Recovery Plan, il più importante intervento di politica economica degli ultimi trenta anni.


· Crisi del governo Conte: il solito pasticcio all’italiana? Così i giornali stranieri dipingono l’attuale situazione italiana, sottolineando come intrighi e giochi di potere la fanno da padrone anche in questo momento storico così delicato. Il Financial Times scrive che, nonostante la brutta figura con i partner europei, è improbabile che si ripetano le turbolenze scoppiate nel 2018, quando i mercati finanziari, preoccupati dal debito sovrano italiano e dalle proposte economiche del governo entrante, precipitarono nel panico. In ogni caso l’attenzione verso l’Italia in questi giorni resta alta per cercare di capire quale impatto avrà l’instabilità politica sul mercato (vedi Editoriale 11). Sarà in grado l’Italia di gestire le risorse del Recovery Plan e riconquistare quella credibilità sui mercati (e non solo) che oggi sembra tanto lontana?


· Come riportato da The Economist, nel corso degli ultimi anni un numero sempre maggiore di governi utilizza campagne di disinformazione online per screditare gli oppositori, influenzare l'opinione pubblica, soffocare il dissenso e intromettersi negli affari esteri. In molti casi le piattaforme di social media stanno lottando per contrastare questo fenomeno ma, anche per la loro natura di strumenti liberi e aperti, non sempre riescono a bloccare efficacemente la diffusione di fake news, specialmente quando queste provengono proprio dai governi. Secondo un nuovo rapporto dell'Oxford Internet Institute, infatti, nel 2020 sono state pianificate campagne di disinformazione in ben 81 paesi, rispetto ai 28 di tre anni fa, per diffondere fake news sempre più sofisticate e credibili (vedi Editoriale 10), create da imprese private e professionisti incaricati dagli stessi governi e dai partiti politici, così come per la “Bestia” di Salvini (vedi Editoriale 13). Gli sforzi dei governi per manipolare l'opinione pubblica online sono notevolmente cresciuti, come rilevato anche dalle agenzie europee di contrasto alla disinformazione (vedi Editoriale 8, 11 e 14), pertanto, è arrivato il momento di trovare una soluzione che possa frenare questi comportamenti che, contrariamente al caso di Trump (vedi Editoriale 17), non provengono da un singolo individuo ma da un intero governo.


· Un’inchiesta di NewsGuard rivela come alcune tra le più fidate aziende, istituzioni e organizzazioni non profit nel mondo hanno finanziato l’ondata di disinformazione sulle elezioni USA che è degenerata nell’assalto a Capitol Hill. Lo studio si basa su un’analisi del programmatic advertising degli ultimi tre mesi. Sono 1.668 i brand che dall’1 ottobre hanno pagato per ottenere spazio pubblicitario su siti promotori di fake news, alcuni finanziati dalla Russia (vedi Editoriale 8 e 12), per un totale di 8.776 inserzioni uniche. Tra i maggiori finanziatori non solo colossi quali Walmart, Procter&Gamble e Disney, ma anche istituzioni del calibro della Harvard University e non profit come la American Cancer Society – quest’ultima con 50 inserzioni su 11 siti diversi. Nell’elenco figurano anche lo U.S. Department of Homeland Security e la BBC. Se da un lato le aziende hanno poco a che vedere con il luogo del web che ospita i loro banner, la questione è più critica per servizi pubblicitari come Google DoubleClick che ha posizionato inserzioni in più dell’80% dei siti di fake news segnalati dall’inchiesta. I rischi per la brand safety, comunque, non sono da limitarsi alle elezioni 2020, in quanto i siti che pubblicano fake news sono recidivi: il 71% di quelli inclusi da nell’analisi era già stato segnalato in passato. Per salvaguardare i brand, i servizi pubblicitari strutturati come Google dovrebbero fornire tool per garantire maggiore affidabilità alle aziende, proprio come ora permettono di scegliere target in base a fattori come localizzazione e parole chiave.


· Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, soprattutto se si è a capo di una delle reti televisive più conosciute al mondo. In un’intervista rilasciata al Financial Times, infatti, James Murdoch, secondogenito del magnate mediatico di Fox, ha affermato che la democrazia americana è stata messa in pericolo non solo da Trump ma anche “dalle politiche tossiche diffuse da alcuni media statunitensi che, pur conoscendo la realtà dei fatti, hanno preferito diffondere menzogne”. Da quando si è definitivamente separato dall’azienda costruita dal padre, James Murdoch ha rivolto aspre critiche all’industria mediatica americana e implicitamente anche alla stessa Fox News, sostenendo che i gruppi mediatici conservatori abbiano amplificato la disinformazione elettorale dando adito a quelle forze insidiose e violente presenti nel paese. Nelle scorse settimane la stessa Fox aveva preso le distanze dagli ultimi comportamenti di Trump (vedi Editoriale 16), ma adesso, con la perdita di ascolti dopo il voto del 3 novembre, Rupert Murdoch, preoccupato di dover recuperare il significativo seguito mediatico dell’ormai ex presidente, sembra deciso a riprendere il comando della rete tv. Per riconquistare e ricostruire l’America conservatrice, dunque, i media come Fox News ammetteranno di aver esagerato accettando il ridimensionamento o inseguiranno l’audience perduta radicalizzando sempre di più le reti?


· Secondo un report di Voice of America, il governo cinese ha iniziato ad attingere ad un vasto bacino di celebrities digitali per generare soft power (vedi Editoriale 12). Tra queste celebrità sembra esserci Li Ziqi, una giovane influencer contadina che nel 2019 è stata nominata icona della promozione della cultura e delle bellezze della Cina dalla rivista People's Choice Award. Li, infatti, è molto apprezzata ed elogiata dal principale organo di comunicazione del Partito Comunista cinese. Occhi puntati anche su altri due creators cinesi con milioni di fan: Ms. Yeah e Shyo. Riabilitare l’immagine del Dragone in seguito alle pandemia non è un’impresa facile. Ricorrere agli influencer per mostrare agli spettatori internazionali il lato più leggero, variegato e politicamente corretto della società cinese potrebbe non essere sufficiente per rimuovere quella macchia causata dalla pandemia che attualmente sembra essere indelebile.