Editoriale 12

La settimana sui media
30 - 06 dicembre

8 dicembre 2020

Seviziare bambini con agnellini e altre storie. Il soft power sporco di Cina e Russia. Delitti di coscienza in Vietnam. Ancora il soft power cinese, questa volta al cinema. La censura a Morra e quel che ne può seguire. Proposte per salvare il giornalismo in America (e altrove). Ancora la comunicazione scientifica sotto accusa. Robot che scrivono notizie. La Cappella Sistina in un click.

La Redazione

· È guerra diplomatica tra Cina e Australia. Il Financial Times racconta che WeChat ha censurato un post del primo ministro australiano contenente un messaggio conciliante per la comunità cinese australiana durante un periodo di intensa tensione tra Canberra e Pechino. Il wolf warrior Lijian Zhao, portavoce del ministero degli Esteri cinese e uno dei funzionari del Partito comunista più attivi su Twitter – social network censurato in Cina – qualche giorno prima aveva pubblicato un’immagine (falsa) che ritrae un soldato australiano in Afghanistan che minaccia, con un coltello alla gola, un bambino che tiene a sé un agnellino. WeChat è, come tutte le grandi piattaforme social cinesi, impegnata a censurare costantemente contenuti ritenuti minatori della stabilità sociale cinese o dell'autorità del partito comunista. Moisés Naìm su Repubblica ha evidenziato che ormai esistono al mondo tre internet, o meglio tre sfere digitali (includendo i social): quella americana, fondata sul dinamismo imprenditoriale e tecnologico, quella europea, più regolata in base a valori democratici e umanistici, e quella cinese, autocratica ed eterodiretta dal partito unico di Pechino. Tre modelli in inevitabile conflitto tra di loro, un conflitto talmente potente da determinare l’egemone dei prossimi anni.


· La pandemia porta inevitabilmente all’infodemia oppure l’infodemia è la continuazione della competizione globale condotta con altri mezzi? Secondo l’European External Action Service (EEAS), il servizio a capo della politica estera e di sicurezza dell’Unione europea, nel corso della pandemia sono proliferate numerose teorie complottiste e campagne di disinformazione. Gli attori principali sono Cina e Russia, entrambi intenzionati a influenzare il dibattito pubblico europeo, screditando la risposta dei governi occidentali sulla corsa al vaccino per il Covid ed esaltando invece il proprio operato. Le due grandi potenze orientali non sono nuove a queste tecniche di propaganda (vedi Editoriale 8 e 11). Linkiesta mette in evidenza le differenze tra la strategia russa e quella cinese e sottolinea come gli effetti di queste campagne, il cui habitat è il mondo social, potrebbero tuttavia riversarsi anche sul giornalismo tradizionale. Sarà dunque necessario trovare una cura per contrastare anche il “virus della disinformazione” e salvaguardare quindi la corretta informazione.


· Secondo una ricerca pubblicata da Amnesty International, il 40% dei “prigionieri di coscienza” detenuti nelle carceri del Vietnam sono stati condannati per i contenuti pubblicati sui loro account social. Lo scorso aprile Facebook ha accettato “in modo significativo” la richiesta del governo vietnamita di censurare contenuti ritenuti “anti-Stato”. A seguire YouTube (Google), stando alle parole del ministro per l’Informazione, con il 90% di richieste accolte. Sul tema della censura sui social media si è espresso, tra i tanti, Luciano Floridi, docente dell'Oxford Internet Institute (vedi Editoriale 8), sostenendo la necessità di una maggiore responsabilità per le piattaforme social così determinanti nella formazione dell'opinione pubblica. Nel caso del Vietnam, tuttavia, le suddette piattaforme sembrano aver abbondonato le vesti di garanti della realtà e assunto quelle di complici nella repressione del consenso. E la situazione peggiora se per reprimere il consenso basta un click.


· Il soft power più efficace e pervasivo del Novecento è stato il cinema americano. Se quest’ultimo è stato ed è utile per raccontare e diffondere ideali libertari e imprenditoriali, in Cina ogni prodotto comunicativo o espressione culturale è inevitabilmente mediato e condizionato dal Partito Comunista Cinese attraverso implicite o esplicite operazioni di censura che minacciano non solo una corretta informazione, come visto per le indagini sull’origine del Covid (vedi Editoriale 9), ma anche la libertà d’espressione artistica. L’accesso ai più importanti festival cinematografici internazionali rappresenta una vetrina rilevante per la cultura cinese ma, se davvero i festival credono nella libertà dell'arte e dei suoi artisti, in che modo il mondo cinematografico internazionale potrà utilizzare i propri strumenti per contrastare la censura promuovendo invece la libertà comunicativa?


· La censura televisiva, dopo aver colpito il presidente americano uscente (vedi Editoriale 8), è giunta anche in Italia. Protagonista del fatto è la RAI per aver chiuso la porta al presidente grillino antimafia intento a spiegare (e scusarsi) la sua dichiarazione poco felice sulle elezioni regionali calabresi. Ma a cosa serve censurare? Non sarebbe meglio far emergere le bugie nel confronto? E ancora, come si può garantire l’imparzialità della censura, riusciremmo mai a segnalare tutte le menzogne dette in TV? Secondo Linkiesta, “se non si fa affidamento sulla capacità di giudizio e al buon senso del pubblico non si troverà mai la strada giusta della prevenzione, dell’educazione, della formazione”. Ormai da diversi anni in Italia non si assiste a un vero confronto tra politici, antidoto (forse) per una democrazia morente fatta di registrazioni e montaggi.


· Dal 2004 più di 2000 giornali locali americani, alcuni con storia centenaria, hanno chiuso i battenti. L’allarme giunge dalla penna di David Leonhardt del New York Times (che non ha mai avuto così tanti abbonati e lettori quanto oggi) che sottolinea come, a livello locale, digitalizzazione e pandemia abbiano avuto un impatto disastroso. Come dimostrato da studi accademici, afferma Leonhardt, “quando chiude un giornale locale, l’affluenza elettorale e gli spostamenti di voti da un partito all’altro tendono a ridursi, mentre corruzione e sprechi aumentano”. Un effetto non del tutto piacevole per la democrazia. Ma chi prende il posto o salva la stampa locale? Da un lato la filantropia, con iniziative come l’American Journalism Project. Dall’altro lato (quello oscuro), un numero consistente di siti che pubblicano su commissione articoli orientati politicamente, come dimostrato dall’inchiesta del quotidiano newyorkese. Sull’altra sponda dell’oceano Atlantico, Jèrome Fenoglio, direttore di Le Monde, sembra invece essere più ottimista sul futuro della stampa locale (almeno in Francia), convinto che l’adattamento al digitale permetterà a molti giornali di sopravvivere. Ma i giornali locali devo accontentarsi solo di sopravvivere o sarebbe opportuno che continuino a svolgere il proprio ruolo nel grande gioco della democrazia?


· Tutte le piattaforme di comunicazione in questi mesi sono state continuamente intasate da informazioni riguardo il Covid generando spesso grande confusione a causa della complessità dei temi e delle difficoltà comunicative di alcuni medici (vedi Editoriale 11). Su questo gli esperti di Reputation Science hanno basato la loro ultima indagine, esaminando le dichiarazioni di virologi, medici ed esperti per mostrare come queste hanno a volte generato disorientamento. Lo studio, infatti, ha evidenziato non solo il volume dei contenuti e delle interazioni generate dagli esperti, ma anche il livello di incoerenza nelle loro dichiarazioni e il diverso grado di allerta riguardo la pandemia. In base a questi specifici parametri, sono stati dunque classificati i più popolari e influenti esperti italiani, alcuni dei quali hanno utilizzato la ribalta mediatica anche per promozione personale. Risulta evidente, dunque, che il modo in cui vengono comunicati e raccontati temi così complessi e specifici condiziona inevitabilmente la percezione della realtà e, di conseguenza, i diversi comportamenti nella società.


· Non è una novità che negli ultimi anni l’Intelligenza Artificiale sia progredita facendo passi da gigante, come evidenziano le sue molteplici applicazioni in vari settori. Mike Schroepfer, Facebook’s Chief Technology Officer, durante il Web Summit di Lisbona ha affermato che grazie all’utilizzo di sistemi d’intelligenza artificiale sono stati rimossi un numero di post d’incitamento all’odio cinque volte maggiore rispetto a quello dell’anno passato. L’utilizzo di algoritmi e del Machine Learning è approdato, oltre che sui social media, nelle redazioni giornalistiche. Durante l’emergenza sanitaria, per esempio, il bollettino quotidiano sul Coronavirus dell’Ansa, ricco di informazioni in tempo reale e grafici basati sui dati e sui numeri comunicati dalla Protezione Civile, era frutto di un algoritmo. Il presidente dell’Ansa, Giulio Anselmi, ha una visione molto chiara del futuro. Prospetta infatti una sempre più stretta collaborazione tra giornalisti e tecnologia. Quest’ultima, non andrà a sostituire le persone in redazione ma avrà lo scopo di migliorare l’efficienza, l’attendibilità e la produttività della redazione. La domanda sorge spontanea: se questi robot oggi sono in grado di elaborare, interpretare e declinare i dati, in un prossimo futuro riusciranno anche a scrivere le notizie?


· Chi lo avrebbe mai detto che la Cappella Sistina e gli affreschi di Michelangelo e Raffaello sarebbero apparsi sulle bacheche social di influencer e giovani ragazzi? Musei e gallerie d’arte, che ogni anno registrano milioni di visitatori, nel 2020 hanno dovuto fare i conti con una pandemia che ha chiesto loro di reinventarsi. Come raggiungere quindi un ampio pubblico, in vista della riapertura nei mesi estivi? I Musei Vaticani hanno preferito all’aiuto divino una delle più recenti forme di digital e content marketing: l’Influencer marketing. Decine di testimonial sono stati infatti invitati a partecipare a visite speciali e tour privati alla scoperta di quella che è stata definita “La casa di tutti”.  La cassa di risonanza che questi luoghi hanno avuto ha permesso di strappare biglietti a visitatori giovanissimi, con un range di età fra i 14 e i 26 anni e diventare trend topic su Google per diversi giorni. I Musei Vaticani sono riusciti quindi a sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda delle nuove generazioni, utilizzando i loro canali e il loro linguaggio, svecchiando la concezione elitaria dell’arte.