Editoriale 102

La comunicazione sui media
10 - 16 ottobre

19 ottobre 2022

Umorismo e tragedia in guerra. Myanmar, il coraggio dei giovani reporter. Is this journalism? Nuove strategie mediatiche in America. Come Trump ha cambiato il giornalismo. Il quarto potere di Bolsonaro. Curarsi con le storie.

La Redazione


Umorismo e tragedia in guerra


Umorismo e tragedia convivono nella strategia messa in atto da un piccolo gruppo di comunicatori ucraini, che opera in anonimato creando contenuti per gli account Twitter del Ministero della Difesa ucraino e del suo ministro, Oleksii Reznikov. Una storia riportata dal Financial Times, che cita alcuni esempi recenti di grande successo su Twitter, condivisi anche dall’account del Ministero della Difesa ucraino: un video che sovrappone filmati delle armi donate dalla Francia a immagini di fiori e cioccolatini, un omaggio al film “Il gladiatore” (molto popolare tra la generazione di uomini americani che ora detiene il potere), una foto di quattro soldati e un gatto imbronciato con la didascalia “Cinque di noi”; ma anche una mappa del Giappone per mostrare la lunghezza del fronte ucraino che include le Isole Curili, oggetto di disputa territoriale tra Tokyo e Mosca, accolta con gratitudine e sorpresa dagli account del Paese del Sol Levante. E, soprattutto, trolling verso un nemico che non esita al ricorso alla disinformazione e al ricatto per influenzare l’Occidente. I primi risultati sono, almeno su Twitter, incoraggianti rispetto a un problema non di poco conto, ossia mantenere alto il sostegno occidentale dopo otto mesi di guerra. Dopo la spinta iniziale data dalla simpatia verso l’underdog a Volodimir Zelensky serviva un cambio di strategia: una risata per seppellire disinformazione e disaffezione.



Myanmar, il coraggio dei giovani reporter


Un articolo del New York Times denuncia la repressione della libertà di parola in Myanmar da parte del governo militare. Un tempo i media nazionali godevano di una parvenza di indipendenza. L'ex presidente, infatti, aveva eliminato le leggi sulla censura nel 2011, favorendo la nascita di decine di giornali. Le cose sono cambiate subito dopo la presa del potere da parte dei militari con un colpo di stato lo scorso anno. È stata creata una nuova disposizione nel codice penale, chiamata Sezione 505A, che rende reato la pubblicazione di commenti che “generano paura” o diffondono “notizie false”. Alcune delle più note testate investigative del Paese - tra cui Myanmar Now, DVB, Khit Thit, 7 Days e Mizzima - si sono viste revocare le licenze. Centinaia di giornalisti sono fuggiti, rendendo questa regione uno dei luoghi più pericolosi al mondo per chi si occupa di informazione. Secondo l'associazione “Detained Myanmar Journalists Group”, 57 giornalisti sono in carcere. Gli editor di Oway, una rivista bisettimanale specializzata in reportage su questioni giovanili e politiche, sono ora tra gli ultimi elementi di una stampa libera. “Non è facile combattere una pistola con una penna, ma devo continuare a farlo”, ha dichiarato Aung Sett, 22enne redattore capo della rivista, che ha parlato a condizione di usare il suo pseudonimo. Molti scrittori che contribuiscono a Oway hanno scelto la pubblicazione in versione cartacea per essere distribuita in luoghi come la regione centrale di Sagaing, dove internet è stato tagliato dal regime nel tentativo di fermare la diffusione delle informazioni. La repressione è andata oltre i confini, colpendo anche giornalisti stranieri che hanno collaborato con testate nazionali. “Il regime ha di fatto messo fuori legge il giornalismo indipendente nel Paese”, ha dichiarato Shawn Crispin, rappresentante senior per il Sud-Est asiatico del Committee to Protect Journalists.



Is this journalism?


Mentre i giornali locali indipendenti vivono una crisi senza precedenti, una nuova industria giornalistica è alimentata da donatori che cercano di promuovere programmi politici – contrariamente alle decisioni prese da altri editori (vedi Editoriale 101). Uno dei casi chiave, come riporta il Washington Post, è rappresentato dal Pennsylvania Indipendent, tabloid di 12 pagine con una tiratura di 953.000 copie che da aprile viene distribuito nelle case con articoli dell'Associated Press, parole crociate, ricette e aggiornamenti sulle città vicine con i prezzi del gas più bassi. Ma in nessuna delle sue pagine rivela la sua vera missione. Il Pennsylvania Independent è, infatti, un nuovo tipo di ibrido politico-giornalistico che sta diventando sempre più popolare a sinistra e che si è silenziosamente posizionato ai margini di un'industria emergente e controversa, alimentata da donatori che cercano di promuovere agende politiche. I progetti hanno allarmato il giornalismo tradizionale, che teme che i nuovi arrivati ingannino i lettori, minino la reputazione dei brand giornalistici esistenti e non riescano, in alcuni casi, a soddisfare nemmeno gli standard di base della professione, come rivelare i conflitti di interesse o ricercare prospettive diverse su questioni controverse. Peter Adams, vicepresidente del News Literacy Project, un gruppo che ha collaborato con il Washington Post per la realizzazione di programmi educativi, sostiene che prodotti come l'Independent devono essere messi in evidenza. “Non è etico. Ed è chiaramente progettato per compromettere la credibilità di ciò che abbiamo sempre conosciuto come stampa”. I  sostenitori progressisti di questi progetti, tuttavia, sostengono che si tratta di tentativi legittimi di costruire un ecosistema mediatico non omologato per contrastare la prominenza delle notizie conservatrici.



Nuove strategie mediatiche in America


Un tempo i servizi sulle campagne elettorali americane erano piuttosto semplici: si ascoltavano i candidati alle cene di beneficenza, ai Rotary Club e alle sedi sindacali, oppure si entrava in dimore lussuose per origliare i discorsi che facevano a porte chiuse. Come riporta il New York Times, al giorno d’oggi una conversazione su Telegram o una chiacchierata su un podcast possono spostare più voti di un'intervista al telegiornale locale. Due giornalisti del New York Times rivelano lo scenario attuale e la difficoltà di combattere la disinformazione. Secondo Alexandra Berson, la falsa idea che il sistema elettorale statunitense sia corrotto – spinta dalle teorie complottiste di Trump del 2020 – si è dimostrata incredibilmente resistente. Ken Bensinger ha evidenziato che, negli ultimi due anni, accademici e studiosi hanno scritto su come una percentuale crescente di pubblico sia ricettiva o addirittura favorevole alla violenza politica. Quello che una volta era un sentimento marginale si è avvicinato al mainstream politico. Questo aiuta a spiegare perché i politici sembrino molto più a loro agio con la retorica di una guerra civile, o di quello che alcuni di loro chiamano un “divorzio nazionale” in cui gli Stati rossi e blu sono in qualche modo violentemente separati. Bensinger è un giornalista che lascia “aperti” i suoi tweet come tavolo di confronto, e ha notato un netto aumento dei messaggi di stampo complottista: alcuni, ad esempio, descrivono il Partito Democratico come un'istituzione estremamente aggressiva che vuole scatenare una guerra termonucleare globale e che sta usando il conflitto in Ucraina come un mezzo per farlo. Ogni giorno che passa, sembra che ci sia sempre più disinformazione e molti politici amplificano questa tendenza in due modi: ripetono le falsità diffuse su Internet senza cercare di verificarle oppure attaccano incessantemente quelli che chiamano i media mainstream, dicendo ai loro seguaci di fare le proprie ricerche. Per un giornalista è difficile confrontarsi con questa situazione: si ha la sensazione che anche i più accurati sforzi di fact-checking non siano mai visti da metà del Paese.



Come Trump ha cambiato il giornalismo


Sul Washington Post, Margaret Sallivan sottolinea come sia cambiato il suo modo di lavorare con la nomina di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti nel 2016. “Mentre iniziavo a scrivere quelle che speravo fossero colonne del Post ben argomentate sul rapporto tra Trump e i media, ho sentito una rabbia irrazionale che mi assaliva”, sostiene la giornalista. Questa lo ha portato a narrare le azioni di Trump sempre con un certo tono, con conseguenti minacce da parte dei sostenitori del Presidente: “Una, non firmata, affermava che le persone come me non sarebbero esistite ancora per molto”, dice. La Sallivan cercò di lasciarsi scivolare addosso tutta questa cattiveria e trovò persino divertente quando un lettore del Post le inviò un'e-mail chiamandola “serpente velenoso”. Ora, sei anni dopo, i giornalisti hanno più dimestichezza nell’affrontare le conseguenze delle azioni di Trump e dei loro articoli non proprio delicati: “Abbiamo fatto molta strada - afferma la Sallivan - ma certamente abbiamo commesso molti errori, agendo troppe volte da megafoni dei suoi messaggi. Troppo spesso non abbiamo definito le sue numerose falsità come bugie”. Questo ha portato la giornalista a pensare come gli istinti e le convenzioni del giornalismo tradizionale - dove la cronaca molto spesso prende il sopravvento - non fossero sufficienti per quel momento della storia del Paese, quindi - mentre Trump si prepara a ricandidarsi nel 2024 - vale la pena ricordare agli stessi giornalisti le lezioni che hanno imparato e il fatto che si debbano impegnare a rispettare il principio che, quando si tratta di coprire politici che sono essenzialmente in corsa contro la democrazia, il giornalismo vecchio stile non è più sufficiente.



Il quarto potere di Bolsonaro


Il giornalista Jem Bartholomew del Columbia Journalism Review ha intervistato Patricia Campos Mello, reporter ed editorialista del quotidiano Folha de São Paulo che nel 2018 aveva denunciato Bolsonaro di servirsi illegalmente di WhatsApp per diffondere disinformazione tra gli elettori. Il reportage investigativo di Campos Mello l'ha resa bersaglio di attacchi diretti da parte del presidente, tuttavia il suo lavoro ha vinto numerosi premi, tra cui l'International Press Freedom Award 2019 del Committee to Protect Journalists. Da quanto emerge dall’intervista, la democrazia brasiliana si trova in una condizione di fragilità. Ciò è dovuto in primis al fatto che Bolsonaro ha creato negli ultimi quattro anni un vero e proprio ecosistema di disinformazione, formato da siti di notizie spazzatura, siti di propaganda, che vengono promossi da sostenitori, alleati, politici e ministri di Bolsonaro come le uniche fonti di informazioni affidabili. I link e le storie vengono diffusi nei gruppi WhatsApp e Telegram. I giornalisti e gli organi di informazione sono sistematicamente attaccati e accusati di essere di parte. Anche secondo Poynter i fact-checker brasiliani sono preoccupati. La disinformazione proviene direttamente dall’alto, perché Bolsonaro fa false dichiarazioni e amplifica le teorie del complotto di piccoli gruppi estremisti. Si sta assistendo a una censura silenziosa e le persone non sanno a cosa credere o come riuscire ad accedere a informazioni di qualità. Oltre a controverse questioni di carattere economico, politico e ambientale, Bolsonaro tiene sotto scacco il Paese dal punto di vista informativo e, nel caso in cui dovesse perdere, i giornalisti sono certi che non uscirà di scena facilmente.



Curarsi con le storie


L’occasione del World mental health day ha riportato sotto i riflettori l’urgenza della salute mentale in tutto il mondo. Ne ha parlato Hannah Storm in un articolo su Poynter, attraverso cui due anni prima aveva annunciato la sua diagnosi di disturbo post-traumatico da stress e, da allora, la sua missione è stata quella di incoraggiare le redazioni a curarsi della salute mentale dei propri dipendenti. I giornalisti, infatti, sotto molti aspetti sono una categoria costantemente a rischio. A seconda del loro perimetro di azione, possono essere più o meno esposti a traumi fisici e psicologici come quelli derivanti da scene o storie cruente, crimini, guerre e malattie, per non parlare di chi opera in paesi con restrizioni alla libertà di stampa come l’Iran (vedi Editoriale 101). Secondo Storm, occuparsi seriamente delle questioni legate alla salute mentale sul luogo di lavoro è una necessità attuale ma il sostegno è ancora insufficiente e discontinuo e ciò avviene per diverse motivazioni. Prima fra tutte, il riconoscimento da parte di chi vive la problematica di ammetterla a se stessi e agli altri, credendo che ammettere una vulnerabilità equivalga al fallimento sia personale che professionale. Strom racconta: “Ogni volta che chiedo ai miei colleghi cosa migliorerebbe la salute mentale nel giornalismo, mi rispondono “ascoltare più storie”, ed è il motivo per cui abbiamo lanciato il nostro podcast Headlines Network. Per me è un potente promemoria dell’importanza della condivisione delle nostre vulnerabilità ma anche del semplice chiedere e ascoltare come stanno le persone che ci circondano”. Le aziende dovrebbero prendere provvedimenti in questo senso, soprattutto in un Paese come l’Italia in cui la percentuale di persone che dichiara di soffrire di ansia e insonnia per motivi legati al lavoro sfiora il 50%, secondo quanto riporta Ansa, e l’80% del campione intervistato ha provato almeno un sintomo correlato al burnout. Investire in salute mentale significa investire prima che in lavoratori, in persone sane, orgogliose e appagate da ciò che fanno e da chi sono.