Editoriale 100

La comunicazione sui media
26 - 02 ottobre

5 ottobre 2022

L’inefficacia delle proteste di massa. Influenzare i referendum. Un nuovo stile di comunicazione per Giorgia Meloni? Non sottovalutare le radio locali. Torna il Covid, torna la propaganda. The Bezos problem. Khashoggi quattro anni dopo. Pericolo spagnolo nelle elezioni di Midterm. Quello che i lettori vogliono.

La Redazione


L’inefficacia delle proteste di massa


Come spiega il New York Times, “le proteste di massa, un tempo una grave minaccia anche per il più feroce degli autocrati, sono crollate in termini di efficacia. I fattori sembrano essere la polarizzazione, i social media e i crescenti atteggiamenti nazionalisti”. Non un caso se si pensa come oggi i social network pervadano la comunicazione politica, diventando strumento di propaganda e di controllo sociale. Tra tutti un esempio è dato da TikTok, spesso al centro di polemiche per le fake news riportate e in grado di indirizzare l’opinione pubblica (vedi Editoriale 94). Esempio conclamato di come la volontà popolare passi in secondo piano e venga repressa, non solo con la forza, è dato dalla guerra tra Russia e Ucraina. Proprio sul digitale si gioca un passaggio chiave in grado di annichilire ogni tipo di protesta cittadina. Non a caso Putin ha bloccato l’accesso all’informazione digitale, affidandosi a tv e radio per diffondere la sua propaganda e fake news (vedi Editoriale 79). I tempi cambiano e con sé anche le modalità di protesta. Quel che appare evidente è la necessità di un’educazione digitale che possa permettere a queste proteste di non diventare fine a se stessa ma di colpire quegli ecosistemi informativi più che mai utili per amplificare o meno i propri messaggi e le proprie esigenze sociali.



Influenzare i referendum


Un articolo di Formiche riporta uno studio del centro di ricerca statunitense German Marshall Fund relativo alle azioni messe in campo dalla propaganda russa per gestire i recenti referendum, con l’obiettivo di influenzare attraverso campagne social e online il sentiment delle popolazioni. Nella settimana precedente al voto è stato rilevato un enorme volume di tweet, retweet e like dal quale emergeva un clima positivo a favore delle elezioni, mostrando ad esempio elettori felici di andare a votare e osservatori internazionali mentre convalidavano i processi, e negativo nei confronti di Kiev accusata di generare terrore per impedire il voto. I media più attivi in questo contesto sono stati Ria Novosti e Russia Today e la maggior parte della comunicazione è avvenuta proprio in russo, seguito da inglese, arabo e spagnolo. L’analisi dei media mostra che il volume di tweet sia esploso la mattina del 27, quindi prima che venissero annunciati i risultati. Gli account monitorati dallo studio mostrano post su giovani studenti che votavano per la prima volta e anziani che si recavano ai seggi “nonostante la pioggia”, situazioni di vita apparentemente normali. Mentre erano in corso le votazioni, il sito NewsFront, collegato all’intelligence russa, e Sputnik hanno presentato stime molto ottimistiche sull’annessione. Dati confermati poi dal Cremlino dichiarando che tutte e quattro le regioni hanno votato per l’adesione alla Russia, con margini di preferenze che vanno dall’87 al 99%. Conclusi i conteggi, gli account sostenuti dal Cremlino hanno poi comunicato che qualunque attacco ai territori ora annessi “diventerà una guerra a tutti gli effetti dell’Ucraina e della Nato contro la Russia”.



Un nuovo stile di comunicazione per Giorgia Meloni?


Non soltanto, molto probabilmente, la prima donna Presidente del Consiglio nella storia della Repubblica Italiana, ma anche la prima persona candidata a ricoprire questo incarico con un passato digitale e social ben definito. Wired analizza la figura della leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, prendendone in considerazione, appunto, la comunicazione sui social media. Le scelte che ha adottato sono, come viene sottolineato, coerenti con la sua leadership di opposizione intransigente e costante, tra linguaggio molto forte, grafici colorati e termini come “vergogna”, “inammissibile”, “a casa” ed “elezioni subito”, tutto declinato in crescendo man mano che la sua popolarità aumentava. Ma anche quando si è trovata di fronte a contenuti pubblicati da altri a scopo denigratorio ha saputo valorizzarli volgendoli a proprio vantaggio: il tormentone “io sono Giorgia”, diventato poi un vero e proprio brand, e la maglietta con la scritta “Ollolanda” sono due esempi emblematici di questa capacità. Altri punti di forza della sua comunicazione da leader di Fratelli d’Italia sono stati il giusto spazio dato sui social a momenti della vita privata, sufficiente a rendere l’idea di una donna combattente verso gli avversari ma capace di tenerezza verso chi ama (lontana dal ricorso inflazionato che ne fa invece il segretario della Lega Matteo Salvini) e la capacità di attingere a un repertorio di citazioni da San Francesco a Tolkien che arrivano subito al pubblico. La sfida che ora si profila per una (molto probabile) Meloni premier è il passaggio a una comunicazione più istituzionale. E - conclude l’autore dell’articolo - tra commenti negativi di alcuni sostenitori al tweet di ringraziamento al presidente ucraino Zelensky e detrattori che sottolineano l’assenza di una presa di posizione netta sul fascismo, dovrà riuscire a surfare un’onda favorevole che rischia di trasformarsi in tsunami.



Non sottovalutare le radio locali


Ha suscitato non poco clamore l’annuncio dell’intervista di otto brevi domande alla neoeletta prima ministra inglese, Liz Truss - come spiega Jim Waterson su The Guardian - in quanto si sarebbe rotto il silenzio sul crollo della sterlina. A ospitare Truss, il programma radiofonico mattutino di BBC Leeds. Il tono provocatorio delle domande in un'ora ha prodotto più notizie di quante di solito emergano da un singolo slot del programma Today di Radio 4. I giornalisti radiofonici locali hanno meno remore rispetto ai colleghi che presidiano quotidianamente Downing Street perchè accade di rado che abbiano il primo ministro nel loro programma e, quando avviene, possono porre domande a raffica per provare ad aumentare gli ascolti e fare notizia. Inoltre, la natura breve e rapida delle domande le ha rese perfette per il ritaglio e la condivisione sui social media e nei gruppi di WhatsApp e ciò ne ha aumentato la diffusione. L’intervista a Liz Truss è stata realizzata in un periodo cruciale per l’emittente, colpita dai tagli di posti di lavoro, che adesso sta cercando di digitalizzarsi per la sua copertura locale, con le stazioni radio locali della BBC che raggiungono 7,7 milioni di persone, in calo dell'11% solo negli ultimi tre mesi. Eppure il seguito e la visibilità dell’intervista a Truss suggeriscono che la radio raccoglie ancora un forte interesse tra gli ascoltatori.



Torna il Covid, torna la propaganda


Nella battaglia contro il Covid-19 il Partito Comunista cinese si è affidato pesantemente alla propaganda per giustificare le chiusure sempre più lunghe e gli onerosi requisiti per i test, che a volte possono arrivare a tre a settimana. Come riporta il New York Times, la raffica di messaggi - online e in televisione, agli altoparlanti e sulle piattaforme social - è diventata così prepotente che alcuni cittadini sostengono abbia aumentato le loro frustrazioni, sminuito le severe regole del Paese in materia di coronavirus rasentando, a volte, l'assurdo. Xi Jinping, leader della Cina, ha fatto del controllo del virus una “priorità politica assoluta”. Media statali e  migliaglia di account sui social hanno fatto eco alla politica “zero Covid” di Pechino lodando il sacrificio dei lavoratori che cercano di controllare il virus. La propaganda è da tempo uno degli strumenti preferiti dal Partito Comunista Cinese per il controllo sociale. Ma nell'era del Covid, l'uso che il governo ne ha fatto è stato ancora maggiore. Secondo alcune stime, dall'inizio della pandemia sono stati creati almeno 120 messaggi propagandistici. Quando alcuni termini rischiavano di turbare un gran numero di persone, i funzionari ne hanno semplicemente inventati di nuovi. Le autorità, ad esempio, hanno sostituito la parola “blocco” con “gestione statica”, “silenzio” o “lavoro da casa” quando volevano riferirsi a determinati protocolli Covid. Molti cittadini arrabbiati pensano che il governo abbia usato la pandemia per stringere la morsa sulle loro vite private, dicendo loro quando possono lasciare i loro appartamenti, che tipo di cibo possono comprare e in quali ospedali possono entrare. Con il controllo del Covid, la propaganda e il potere statale si sono espansi e hanno occupato tutti gli aspetti della vita dei cittadini. Alcuni si sono ribellati, ma sappiamo bene che la censura in Cina è molto forte.



The Bezos problem


Il Washington Post è stato acquistato nel 2013 da Jeff Bezos in un momento particolarmente critico per la testata. Ora, a distanza di quasi dieci anni, dopo che l’imprenditore ha ampliato e rivoluzionato la redazione, stanno emergendo gravi conflitti di interesse che minano l’obiettività e l’indipendenza del giornale. Come ricorda il Columbia Journalism Review, Bezos ha assunto un nuovo editore all'inizio del 2014, Fred Ryan, un ex funzionario dell'amministrazione Reagan, presidente del consiglio di amministrazione della Ronald Reagan Presidential Foundation e cofondatore di Politico. Per anni la redazione e le pagine di opinione del Post hanno continuato a essere gestite dai giornalisti dell'era Graham (il precedente proprietario della testata): Marty Baron, l'editore esecutivo, e Fred Hiatt. Baron si è ritirato l'anno scorso, e al suo posto è stata assunta Sally Buzbee, il caporedattore dell'Associated Press, che finora ha mantenuto “un basso profilo”. Non è la prima volta nel corso della storia che un giornale sia di proprietà di un magnate. Tuttavia, secondo alcuni critici, essere di proprietà di qualcuno con interessi economici così vasti come quelli di Bezos non è compatibile con il tipo di indipendenza che normalmente ci si aspetterebbe dalle testate giornalistiche. Ciò è risultato chiaro con la cosiddetta “guerra di Twitter” che ha riguardato da vicino il fondatore di Amazon e il presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Non appena Bezos ha iniziato a criticare le politiche economiche di Biden su Twitter, le preoccupazioni riguardo la sua influenza sulla redazione sono diventate concrete. In effetti, la copertura giornalistica della politica interna di Biden è stata più negativa rispetto a quella dei suoi concorrenti. Il Post non esita a identificare l'inflazione come un problema di Biden, spesso ignorando che si tratta di un problema globale. Nonostante non ci siano prove concrete che Bezos stia dicendo specificamente o direttamente ai giornalisti del Post cosa scrivere o come scriverlo, è necessario che le sue opinioni non influiscano sulla redazione. Condizione piuttosto irrealistica. Cosa dovrebbe fare dunque il Post per fugare ogni dubbio circa la sua indipendenza? Potrebbe pubblicare un codice di condotta sul modello del francese Le Monde, specificando come la libertà editoriale sia protetta dalle interferenze dei proprietari. E poi c'è una soluzione a lungo termine: Bezos potrebbe far diventare il Washington Post un’organizzazione no profit senza scopo di lucro, garantendo così l’indipendenza della testata per l’eternità.



Khashoggi quattro anni dopo


Come riporta The Washington Post, l'ultimo articolo di Khashoggi ricevuto dal giornale il giorno dopo la sua scomparsa parlava della necessità di "libera espressione", non solo in Arabia Saudita ma ovunque le autorità cerchino di reprimere e intimidire i giornalisti. Nel pezzo, Khashoggi chiedeva "una versione moderna dei vecchi media transnazionali, in modo che i cittadini possano essere informati sugli eventi globali". Dopo l'uccisione del giornalista molti governi hanno cercato di fingere di essere amici della stampa denunciando i sauditi che lo hanno ucciso, ma questi leader dovrebbero rispondere anche dei crimini commessi dai loro Paesi contro i media. L'assalto ai giornalisti è un fatto pervasivo della vita moderna. Secondo i dati del Committee to Protect Journalists, dal 1992 sono stati uccisi 1.455 giornalisti in tutto il mondo, 1.979 sono stati imprigionati, 69 sono scomparsi. In cima alla lista dei Paesi in cui si registra il numero più frequente di attacchi ai giornalisti troviamo la Turchia - la nazione in cui Khashoggi è stato ucciso -, che un anno dopo la sua morte ha accolto a Istanbul il proprietario del Post per celebrare il primo anniversario dell'uccisione. Per sperare di diminuire le aggressioni, tra le altre cose da fare, bisogna non spegnere i riflettori su questo immane problema: i giornali devono fare la loro parte, ma da soli non ce la faranno.



Pericolo spagnolo nelle elezioni di Midterm


Negli Stati Uniti le elezioni di Midterm si avvicinano e la minaccia della disinformazione trova terreno fertile soprattutto tra i latinoamericani che parlano solo spagnolo. Come riportato da Poynter, la disinformazione in lingua spagnola spesso non viene controllata a causa della presenza di un minor numero di giornalisti latini e dei minori investimenti da parte delle società di social media. Cosme Torres, reporter del Miami Herald, ha affermato che in Florida la disinformazione sul voto è tornata in questo ciclo elettorale e su YouTube, WhatsApp e Telegram stanno prendendo piede fake news sulle modalità di voto. Ma la disinformazione corre anche offline. A Miami anche le stazioni radio in lingua spagnola sono colpevoli di diffondere informazioni per le quali è difficile distinguere tra verità e opinioni. Combattere la disinformazione che proviene da fonti attendibili è una sfida, ha affermato Brittny Mejia del Los Angeles Times, e ciò è particolarmente vero nelle famiglie latine che usano WhatsApp. A differenza dei contenuti su Facebook, Twitter e TikTok, infatti, i messaggi di WhatsApp sono crittografati e non sono pubblici, rendendo quasi impossibile per le società di social media e i giornalisti monitorarli e combatterli. Come osservato da Meija e Torres, i latinoamericani tendono a informarsi attraverso persone di cui si fidano e hanno maggiori probabilità di credere alle informazioni inviate da queste ultime. Un ruolo importante, dunque, può essere giocato anche dai singoli individui, soprattutto giovani, attraverso conversazioni con familiari e amici.



Quello che i lettori vogliono


I giornali continuano a interrogarsi sul complesso tema della perdita di fiducia dell’opinione pubblica verso le notizie e le fonti di informazione (vedi Editoriale 99). Come racconta Poynter, Rasmus Kleis Nielsen del Reuters Institute ha sintetizzato alcuni punti principali sulla questione. Di positivo si evidenzia la generale maggiore credibilità delle notizie veicolate da editori più affermati, rispetto i siti minori. Tuttavia nessuna testata si salva da un giudizio generalizzato sulla tendenziosità del giornalismo: tutte le fonti di informazione sarebbero infatti “serve” di un’agenda politica. Inoltre, pare non esserci un vero allineamento tra ciò che i giornalisti fanno per affrontare la carenza di fiducia (maggiore trasparenza e coinvolgimento) rispetto a ciò che i consumatori pretendono (visibilità, familiarità, reputazione di integrità). Sarebbe quindi meno rilevante per gli editori saper separare fatti e opinioni rispetto a saper sfruttare la presentazione e il linguaggio come strumento per rendere familiare al lettore il proprio prodotto editoriale, delineando dunque un proprio brand e una reputazione chiara per costruire la fiducia.